Famiglia tradizionale e famiglia gay, l’eterno match

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Certi argomenti non sono mai facili da trattare, neanche dopo lungo tempo, specialmente in questo paese che ha la tendenza a dividersi sui temi più disparati – dalla politica al calcio – e alcuni sono spinosi, tanto che le divergenze vengono alimentate dall’odio anziché essere accompagnate dal rispetto. Nel talk show del canale 9 del digitale terrestre, The Match, condotto dal giornalista Andrea Scanzi, si cerca il confronto tra due parti diametralmente opposte su diversi argomenti, e la puntata del 6 aprile mostra una discussione pacata ed elegante su un tema parecchio spinoso: famiglia tradizionale o famiglia gay, chi ha ragione? A sostegno della prima c’era Massimo Gandolfini, direttore di neurochirurgia della Poliambulanza di Brescia e uno dei fondatori del Family Day, mentre a favore della seconda c’era Vladimir Luxuria, ex parlamentare, attivista e conduttrice televisiva transgender.

La discussione ordinata ed educata avuta tra i due ha portato come principale tesi la possibilità o meno per una coppia omosessuale di poter adottare o avere un figlio, in modo tale da mettere su famiglia. Il Dott.Gandolfini ha aperto le danze dichiarando che, prima di tutto, l’omosessualità è un disturbo bio psico sociale citando un documento dell’Associazione Americana dei Pediatri che afferma che “il soggetto vive un disturbo identitario fra la propria biologia e la propria sensazione di essere”. Da questo concetto, Gandolfini edifica la sua argomentazione più importante, ovvero che i bambini cresciuti in famiglie gay tendono ad avere problemi di ordine psichiatrico e sociale, affermando che la situazione più stabile per loro è con un papà e con una mamma. Di contro, Luxuria afferma prima che gli studi non hanno mai effettivamente fatto emergere dei problemi nei bimbi cresciuti da due mamme o da due papà, e poi che è sbagliato pensare che il male di vivere sia legato all’orientamento sessuale o all’identità di genere, riportando ciò che l’Organizzazione Mondiale della Sanità dichiarò il 17 maggio 1990, cioè che l’omosessualità è una variante del comportamento umano. Inoltre, l’ex parlamentare ritiene quelli degli esponenti della famiglia tradizionale dei retaggi vecchi che istigano gli eterosessuali all’odio verso gli omosessuali, definendo i gay malati o come un pericolo sociale. Luxuria promuove il recupero di valori umani e non a quelli legati a fattori di orientamento sessuale. La discussione si è poi spostata sul tema delle adozioni. Gandolfini sostiene che il diritto fondamentale è quello del bambino, a cui va dato tutto il benessere possibile e ribadisce che per fare questo debba esistere il confronto con una madre e con un padre, perché è l’ambiente più vantaggioso per il piccolo. Di tutta risposta, Luxuria spiega che non è giusto dire che una famiglia gay è un ambiente poco consono, perché questi bambini e ragazzi crescono tranquillamente e che tutto verte su una questione di educazione e di comunicazione che va al di là dell’orientamento sessuale e dai problemi che può creare.

Questo duello di scherma tra le due parti mostra alcuni aspetti di come viene affrontata la questione nel nostro paese, attraverso gli studi e le istituzioni. Nel 1973, l’Associazione Americana degli Psichiatri ha riclassificato l’omosessualità da malattia o disordine mentale a semplice orientamento sessuale – presente nel Manuale Statistico Diagnostico delle Malattie Mentali – e si sono trovate sempre più risposte nel tempo, ma non si è ancora a conoscenza del meccanismo che incide sullo sviluppo di un determinato orientamento sessuale; rimane certa una cosa, che le persone non scelgono di essere eterosessuali o omosessuali. A livello scientifico la diversità tra i due orientamenti sessuali è indissolubile e ciò potrebbe essere coinvolta, in maniera non incisiva ma comunque importante, nell’educazione di un figlio o di una figlia cresciuta in una famiglia gay su alcuni limiti proprio riguardo l’educazione sessuale – un figlio eterosessuale di due papà incontrerà delle incongruenze sulla questione “sesso” per il semplice motivo che hanno caratteristiche diverse tra loro, legate proprio orientamento – che rimane comunque un muro aggirabile, ma non indistruttibile. Da qui si può capire lo scetticismo di un Gandolfini – nonostante si sia reso protagonista con frasi omofobe o comunque di cattivo gusto – che è un uomo di scienza e non solo un uomo di religione, attaccato a principi della famiglia considerati vecchi, ma in questo caso specifico non può essere considerata omofobia. Chiaramente l’educazione generale del proprio bambino è un fattore che può andare al di là dell’essere gay o etero, perché i concetti riguardano valori umani e civili, che mancano anche all’interno di certe famiglie tradizionali, precipitando anche nell’oblio del femminicidio.

A livello istituzionale, invece, in Italia, nel corso degli anni, le unioni civili e lo stepchild adoption sono stati giustamente affrontati giustamente dal punto di vista politico, ma il vero problema è che sono stati affrontati soprattutto dal punto di vista ideologico. La richiesta degli omosessuali riguarda i loro diritti ad avere una famiglia e ad avere validi ed egualitari diritti di coppia e tutto ciò riguarda una questione umana che supera il concetto di destra e di sinistra, ideologie destinate ad essere superate per fare spazio alle persone singole. Ad oggi è un errore dare per scontato che chi è di destra è omofobo e chi è di sinistra è pro gay. Il 20 maggio 2016, entra in vigore la legge Cirinnà, ovvero la legge sulle unioni civili, che ha permesso l’estensione di gran parte dei diritti e dei doveri previsti dal matrimonio alle coppie omosessuali, in modo da poter incidere sul loro stato civile. Dopo questo apparente grande passo dell’Italia, raggiunto con fatica, il 28 settembre 2017 si è tenuta a Roma la terza Conferenza Nazionale sulla Famiglia, organizzata dal Governo stesso e aperta al Campidoglio con la presenza della sindaca Virginia Raggi e di Laura Boldirni, ormai ex Presidente della Camera, con un intervento anche del Presidente del Consiglio Paolo Gentiloni. In questo evento istituzionale, dove si parla delle politiche per le famiglie, ci sono state delle assenze notevoli, quelle delle associazioni di genitori omosessuali – nello specifico Reti Genitori Rainbow e Famiglie Arcobaleno – a dimostrazione del fatto che i figli nati o adottati da coppie omosessuali non siano riconosciuti istituzionalmente. Il messaggio che passa è che, nonostante il raggiungimento della validità delle unioni civili, i gay non possono avere una famiglia, che è un po’ come dire a un bimbo “puoi giocare nel parco, ma non sull’erba”. Anche questa potrebbe essere considerata omofobia. La verità probabilmente sta nel mezzo: è giusto che le famiglie gay abbiano la possibilità di esistere e vanno tutelate come qualsiasi altra famiglia, ma è chiaro che esse andranno incontro a delle differenze e a degli ostacoli che sono visibili a tutti, anche agli omosessuali stessi, senza cadere nell’omofobia che è indubbiamente una parte infelice e presente della nostra cultura, ma che qualche volta si rivela una “trappola” in cui è facile cadere, sia se si è di destra o di sinistra.