FIORAVANTI ED ETERNIT. DUE PESI E DUE MISURE

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Sono passati 34 anni da quella tragica e cruenta strage del 2 agosto 1980, la strage di Bologna, alla stazione ferroviaria del capoluogo emiliano per mano del gruppo terroristico di Estrema Destra, NAR (Nuclei Armati Rivoluzionari), in cui 85 innocenti civili morirono ed altri 200 rimasero feriti. Furono subito trovati i responsabili: Giuseppe Valerio Fioravanti e Francesca Mambro, coppia di coniugi aderente all’associazione terroristica politica. I due furono incolpati di essere gli esecutori materiali dell’esplosione dell’ordigno, e perciò condannati ad otto ergastoli: tuttavia nel 2009 trovano pace e tornano ad essere cittadini liberi.

In questo caso tuttavia non si tratta del classico buonismo tipico dei giudici italiani: infatti, in seguito ad un’intervista del 2011 della giornalista Raffaella Fanelli pubblicata da Panorama allo stesso Fioravanti, si può constatare che l’ex-terrorista ammette: “In passato sono stato io a sbagliare, io a processare frettolosamente altra gente…“, e di aver infatti militato nella NAR.

Ma si dissocia completamente dalla strage di Bologna. Afferma infatti che leggendosi veramente la sentenza dei giudici che lo condannarono negli anni ’80, lui e sua moglie non vengono incolpati per nulla di essere gli esecutori materiali: “Lo hanno scritto nero su bianco. Nessuno ci ha mai visti a Bologna, questo hanno scritto, né prima né durante né dopo la strage. Il processo s’è concluso con un ‘intanto condanniamo voi, come membri del gruppo che ha organizzato la strage, in seguito, con le altre inchieste, individueremo i veri esecutori materiali, i mandanti, il movente e da dove arriva l’esplosivo’“. E’ chiaro: Fioravanti e Mambro furono capri espiatori che i giudici strumentalizzarono per incolpare qualcuno il prima possibile. Non ci sono prove certe della loro colpevolezza, e gli stessi imputati hanno da tempo confessato tutti i loro crimini attuati negli anni ’70, escludendo categoricamente però la strage di Bologna. E la strumentalizzazione continua tutt’oggi.

In data 19 novembre 2014, appunto a 34 anni dalla fantomatica strage, il Tribunale civile di Bologna condanna Fioravanti e Mambro ad un risarcimento di più di 2 miliardi di euro da versare alla Presidenza del Consiglio ed al Ministero dell’Interno, cifra stimata per danni fisici e morali. Ora, quest’ultima condanna non trova alcuna logica: oltre ad essere un risarcimento esageratamente alto – seppur la strage in questione fu effettivamente la più violenta messa in atto nell’Italia di quel periodo così tetro -, personaggi come Fioravanti e Mambro non dispongono di tale cifra, con l’aggiunta peraltro degli interessi. E difatti questo loro “debito” verso lo Stato verrà portato avanti dagli eredi dei due ex-terroristi politici, il che è totalmente insensato: gioisce Paolo Bolognesi (PD), Presidente dell’Associazione Familiari delle vittime, affermando che è “una bella notizia. Così se non altro per loro e i loro eredi il discorso della strage di Bologna rimarrà come una macchia indelebile, costantemente, anche dal punto di vista economico, che è poi quello che capiscono meglio“. Per quale motivo gli eredi di Fioravanti e Mambro dovrebbero pagare per una condanna inflitta a questi? Che colpa ne hanno, se non quella di portare i loro cognomi? E anche se effettivamente i due ex-terroristi NAR fossero realmente colpevoli di partecipazione in prima persona alla strage di Bologna, quale giustizia imporrebbe agli eredi degli stragisti di portare questo pesante fardello?

E’ inoltre buffo se si pensa che contemporaneamente la Corte Suprema manda in prescrizione la condanna inflitta nel 2012 al magnante Stephan Schmidheiny, Presidente della Eternit, per disastro ambientale. Nel 1986 la Eternit di Casale Monferrato (Piemonte) fallì, ma fino a quel momento l’industria non aveva rispettato le norme ambientali governative, rilasciando inquinamento da amianto che provocò un numero enorme di tumori ai polmoni agli abitanti della città. Nel 2012 Schmidheiny fu condannato a 18 anni di reclusione, ma ieri tale condanna è caduta completamente, essendo per legge il reato di disastro ambientale punibile solo entro 12 anni da tragedia accaduta – quindi nel caso di Schmidheiny entro il 1998. Il problema è che molti tumori e malesseri provocati da questo tipo selvaggio di inquinamento si rivelano in media dopo 25-40 anni, quindi è chiaro che per la quasi totalità dei casi, secondo la giustizia italiana, il reato di disastro ambientale non verrà mai applicato. Oltre a mandare in prescrizione la condanna a Schmidheiny, la Corte Suprema fa cadere anche i risarcimenti che questi doveva devolvere alle numerose vittime e parenti: si parla di 90 milioni di euro. Denaro che le non-a-caso migliaia di malati di tumore non vedranno mai.

Secondo il procuratore generale Francesco Iacoviello: “Anche se oggi qui si viene a chiedere giustizia, un giudice tra diritto e giustizia deve scegliere il diritto“. Una frase che vuol dire molto più di quanto lo stesso Iacoviello voleva mandare a dire: in sintesi, lo stesso procuratore generale conferma che la giustizia italiana non è guidata dal senso di giustizia, ma dalla burocrazia del diritto. In poche parole, in Italia non esiste una vera giustizia, quanto più una serie di labirintici cavilli che invece impediscono il realizzarsi della giustizia. Ed è sbalorditivo che sia lo stesso procuratore generale, a difesa di Schmidheiny, ad affermarlo.

E’ inevitabile trarre alcune conclusioni dalle sentenze uscite in questi ultimi giorni riguardo questi due importanti casi: una persona fino a prova contraria innocente, dopo 26 anni di carcere, viene condannato assieme ai suoi discendenti a versare più di 2 miliardi di euro allo Stato, mentre un uomo colpevole d’aver provocato il tumore ai polmoni a migliaia di persone viene salvato da una postilla tecnica. Come ultimamente si suol dire, “Ingiustizia è stata fatta“.

 

di Giuseppe Comper

 

 

[Photocredit www.arreaearte.com]

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