Furba la Melegatti, ma io a Natale mangio Paluani

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“Bene o male purché se ne parli”, una delle regole chiave della pubblicità. Far parlare di un prodotto, essere sulla bocca di tutti, anche creando scandalo, tenendo conto che spesso il giornale di oggi serve a incartare il pesce di domani è il sogno di ogni agente pubblicitario.

Sogno realizzato dalla ditta creatrice di uno spot della Melegatti, visibile in foto, che recita “ama il prossimo tuo come te stesso…basta che sia figo e dell’altro sesso”. Sopra visibile il marchio Melegatti/social. Considerando i tempi che corrono, in cui la comunità LGBT potrebbe (giustamente) sentirsi presa di mira, uno scivolone incredibile per l’azienda apparentemente.

Già, apparentemente. Perché questo “scherzo” sta aprendo centinaia di commenti e di discussioni, se ci sia libertà di spot o meno, se ci sia libertà di scegliere il target pubblicitario o meno, se sia possibile ironizzare o meno. E le discussioni non fanno che mantenere attivo nel mondo “social” il nome Melegatti.

Ed è astutissima anche la mossa del “prendere le distanze” da parte della Melegatti stessa: prendendo le distanze e sollevando dall’incarico la ditta che ha realizzato lo spot, l’azienda ha ottenuto un doppio effetto. Da un lato, l’apprezzamento della comunità LGBT per la pronta presa di posizione, dall’altro per gli inguaribili amanti dello humour, che non ha confini e non conosce distinzioni razziali, sessuali e di qualsiasi altro essere, quello spot ha suscitato una fragorosa risata che difficilmente potrà essere spazzata via da un mero comunicato.

Tutti contenti e tutti buoni, in sostanza. Anche se la polemica è scatenata su Facebook: chi si lancia contro lo spot dando degli “omofobi intolleranti”; chi punta il dito contro l’azienda sostenendo che sia incredibile non avere il controllo sul settore marketing, affidato ad una ditta esterna che può uscire con questi spot (e a questi obiettori non posso che dare ragione).

Ma vi è anche una larga fetta che invece a uno spot puramente provocatorio ha risposto con una sana risata, e chi ha invece aperto un’altra questione: il pandoro Melegatti con la faccia di Valerio Scanu, vincitore del Festival di Sanremo del 2010, non è forse un prodotto teso ad escludere?

Se una pubblicità del genere dovesse escludere la clientela LGBT (ammesso che quando si tratta di comprare un pandoro probabilmente si sceglie il gusto e non la campagna pubblicitaria), un pandoro raffigurante il faccione di Scanu non è forse ugualmente teso ad escludere una parte di pubblico che non gradisce né la figura né la musica del cantante sardo?

Fino a che punto si può parlare di esclusione? Per uno spot, mandato su internet e immediatamente ritirato in quanto non autorizzato dalla Melegatti, c’è stato un grande polverone. Se però si mette in commercio un pandoro con il faccione di Scanu (che tra l’altro sul proprio orientamento sessuale è sempre rimasto molto ambiguo) tutto va bene.

Nulla da rimproverare a Scanu, che è libero di vivere la propria vita sessuale come vuole, e può assolutamente decidere di non dichiarare la propria omosessualità o comunque di restarne vago.

E altrettanto pieno diritto alla Findus di fare uno spot “gay-friendly”. Ma se esiste il “gay-friendly”, allora deve poter esistere anche l’altra campana. La libertà di stampa è anche questo. Il resto è pensiero unico e censura.

E, alla fine, io a Natale mangio Paluani.

Riccardo Ficara

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