IL FUTURO DELLA MATERNITÀ

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L’Art. 31 della Costituzione Italiana recita così: “La Repubblica agevola con misure economiche e altre provvidenze la formazione della famiglia e l’adempimento dei compiti relativi, con particolare riguardo alle famiglie numerose. Protegge la maternità, l’infanzia e la gioventù, favorendo gli istituti necessari a tale scopo.”
Nel nostro paese risulterebbe quindi anticostituzionale, oltre che immorale, reprimere lo stimolo naturale di un essere umano nei confronti di un tema così delicato e personale, così importante per la crescita di una società, quale la formazione di una famiglia. Le aziende di Facebook e Apple però sarebbero capaci di contravvenire questo assunto morale a favore dei loro progetti di business. I due giganti della Silicon Valley sono disposti a pagare alle proprie dipendenti l’operazione di congelamento degli ovuli per rinviarne la maternità e permettere a esse di realizzarsi in una fiorente carriera lavorativa.

Seguendo quest’ottica, la donna potrebbe risultare in certi casi un oggetto a scopo di lucro. Passa in secondo piano l’idea che i soldi altro non sono che un mezzo per giungere all’armonia.

Secondo l’antropologa francese Martha Moia (1981): “Il primo legame sociale stabile della specie umana (…) fu l’insieme dei vincoli che uniscono la donna alla creatura che dà alla luce. (…) Il vincolo uterino tra un uomo e una donna era qualcosa di fondamentale per la riproduzione delle generazioni in una società di tipo mutuale, orizzontale e non gerarchizzata, senza il concetto di proprietà nè quello di lignaggio individuale-verticale”. Si trattava, in altre parole, della realizzazione concreta di un campo sociale percorso dal desiderio di entrambi i sessi uniti al fine di produrre l’abbondanza e non la mancanza. Non sono teorie astratte ma civiltà umane realmente esistite almeno dal 10.000 a.C., concentrate nell’Europa sud-orientale fino al Nordafrica, passando anche per Penisola Iberica. Partendo da queste considerazioni, quindi, paralizzare gli uteri significherebbe rimpiazzare il tessuto sociale della realizzazione del benessere con il tessuto sociale del dominio e della gerarchia.

Durante l’Ottocento, il secolo dell’industrializzazione, la donna, dapprima legata alle sue tradizionali mansioni di madre e moglie, venne spinta in una nuova realtà, fuori dalle mura domestiche ad intraprendere il lavoro nelle fabbriche. In particolare l’industria italiana preferiva il lavoro femminile ed infantile a quello adulto maschile per ragioni politiche ed economiche, in quanto le donne erano pagate meno e il salario femminile era considerato complementare a quello maschile. Alle difficili condizioni di lavoro, il gentil sesso riuscì lentamente ad ottenere importanti risultati, come la legge n. 242 del 19 giugno 1902 sulla tutela della donna proletaria. Essa comprendeva la riduzione della settimana lavorativa ad un massimo di 48 ore, la limitazione del lavoro straordinario, il divieto dell’impiego delle donne nei lavori insalubri e pericolosi, nel lavoro notturno, e sia nell’ultimo mese di gravidanza che nel primo mese di puerperio.

Secondo le norme che disciplinano permessi e congedi a tutela della maternità e della paternità contenute nel decreto legislativo n. 151 del 26 marzo 2001 e tuttora in vigore in Italia, il congedo di maternità è il periodo di astensione obbligatoria dal lavoro riconosciuto alla lavoratrice durante il periodo di gravidanza e puerperio dalla durata complessiva di almeno 5 mesi.

Alessandra Schirò

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