FARE IL GIORNALISTA NON E’ PIU’ COOL?

Ricordo di un tempo in cui fare il giornalista di professione era un qualcosa che dava immense soddisfazioni, un mestiere e non un lavoro, un qualcosa che si apprendeva dalla pratica e non solo mediante la teoria. Nella quale si apprendeva l’importanza di quella figura di mezzo tra il politico e l’ideologo. Forse un semplice opinionista, o forse qualcosa di più, pagato per ciò che dice di vedere, minuzioso fra l’oggettivo e il soggettivo, ambasciatore di verità e trasparenza.

Tuttavia fa pensare una ricerca condotta e pubblicata dall’Università della Georgia che rileva come negli ultimi due anni siano sistematicamente calate le iscrizioni alle classi di Giornalismo, in America, ma non solo.

La prima volta in due decenni, e se è vero che da sempre il vero giornalismo è per antonomasia “Americano”, in prestigiosi atenei come la Missouri School of Journalism, il Columbia College di Chicago o l’University-Bloomington si sono registrati cali di iscrizioni fino al 20% negli ultimi cinque anni.

Preoccupante, resta un termine marginale alla luce della recente crisi che ha profondamente colpito il settore dell’editoria e della comunicazione, che perciò non aiuta di certo l’immaginario collettivo. Quell’immaginario che fin da piccoli ci ha fatti sognare, facendoci figurare nei panni di Peter Parker o Clark Kent, da sempre i più cool del settore, costantemente dediti al loro mestiere,  che oggi appare sempre di più schiavo del sistema. Quel sistema così omologato, sterile, appagato, quasi in uno stato di  conservazione, quasi volesse tenere le cose per come sono, perché stanno bene per come stanno e di conseguenza non si volesse cercare alternative pratiche per poter dire qualcosa di nuovo dal solito.

Sarà che alla  fine, sono tutti politicamente schierati a difendere un sistema che, anche quando viene criticato, favorisce la loro stessa esistenza? O sarà che il male del giornalismo infondo, è quello di essere diventato già da tempo una sponda del sistema dei partiti.  Così facendo è diventato di fatto la sponda del sistema padronale, l’unico che i quattrini li ha e ha anche interesse a far passare notizie a senso unico. In quella quantità di informazioni dove tuttavia la qualità scarseggia, nella moltitudine di notiziari che si ripetono in quelle notizie offerte dai giornalisti, tutte terribilmente uguali, anche quando si è di schieramenti opposti. La quantità delle informazioni che offrono sembra essere inversamente proporzionale alla loro effettiva utilità e la superficialità resta sempre disarmante.

Un “rapporto di forza” che rende  questo confronto ideologico e di pensiero, un teatrino,  dove il confronto scaturisce spesso in provocazioni sbattute in prima pagina. Dove politica e giornalismo sono spesso mestieri collegati da un sottile filo che le lega, l’anello di quell’ingranaggio del sistema che si divide ancora una volta in pubblico e privato, tanto quanto pubblici e privati sono i finanziamenti concessi, ai partiti come ai giornali e  sul quale già da tempo si era battuto il Senatore trentino Cristano de Eccher.

Finanziamenti che ancora una volta, non molto tempo fa, hanno visto al centro dello scandalo diversi giornali abbastanza noti quali “Libero, Il Nuovo Riformista, Avanti e Roma.” Uno scandalo da 64 milioni di euro, per la precisione 64.347.348,53 euro. E’ la cifra per la quale il Dipartimento per l’Editoria della presidenza del Consiglio, sotto la guida del sottosegretario Luca Lotti, ha già avviato le procedure esecutive per il recupero. Le indagini «hanno portato alla luce situazioni di gravi irregolarità e di carenza dei requisiti che la legge richiede per legittimare l’erogazione del contributo pubblico», come affermava la stessa Guardia di Finanza a capo delle indagini.

Si ci lamenta tanto del fatto che in Italia come in America e in molte altre parti del mondo si leggano pochi quotidiani, quei quotidiani dall’inchiostro talmente nero che a prenderli in mano già ti si sporcano le mani, o talmente saturi di pubblicità che il solo fatto di poterli leggere diviene un insulto al principio che il tempo è denaro.  A fronte di un settore digitale che forse porterà al vero fallimento della carta stampata e al rinnovamento di un settore che tuttavia può ancora dare molto. Di certo secondo le ultime indagini “Il declino dei media è certamente un elemento di cui i genitori e gli studenti tengono conto”, ha dichiarato Lee Becker, dell’Università della Georgia.

Un declino che non migliora il dilagare del precariato dovuto alla demolizione del contratto a tempo indeterminato,  che di conseguenza comporta che la figura professionale del lavoratore venga degradata a forza lavoro qualunque, metafora emblematica di quella realtà che ci rende tutti conformi a quel senso di disfacimento totale, “nessuno escluso”. Di giornalisti con contrattiti a tempo determinato, di assunzioni che diventano sempre più l’ombra di un miraggio, di quella categoria con la più completa assenza di diritti e garanzie quali le assicurazioni, i contributi previdenziali e via dicendo. Per non parlare del fatto che a dilagare (grazie anche ai nuovi giornali online) è il pagamento a singolo articolo, spesso con cifre ridicole, tanto da non rendere onore a chi è dedito a voler intraprendere la strada del “giornalismo di professione”, quello vero, trasparente, deontologico, a tutela delle norme, dell’etica e della morale che invece viene sempre più accantonato, per un giornalismo di “attualità” che vede il rincorrersi frenetico di notizie spesso inutili e vuote, prive di senso se non per essere lette in una sala d’attesa, per “intrattenere” senza dire nulla.

Concludendo, siamo soliti dire che la libertà di stampa è l’unico vero antidoto contro le tentazioni autoritarie del sistema. Esiste la possibilità di poter criticare in modo costruttivo, resta solo da metterci la faccia e ricordarsi, ogni tanto, che il giornalista non è solo un uomo di potere, ma il vero anello dell’ingranaggio di quel sistema tanto corrotto quanto criticato; e se non lo è lui personalmente, lo è il giornale per cui lavora, il quale dovrebbe prima di tutto, prefiggersi l’obbiettivo di tutelare alcuni codici etici che hanno sempre contraddistinto la professione del giornalista, in primis per la ricerca di verità. Quella verità che oggi sembra andata perduta, chissà per quale strano compromesso.

E pensare che un tempo a salvare il mondo erano giornalisti camuffati , come Superman e Spiderman. Se ne stavano dietro le loro scrivanie e non chiedevano nulla in cambio.

Giuseppe Papalia

Informazioni su Giuseppe Papalia 161 Articoli
Iscritto all'Ordine dei Giornalisti dell'Emilia Romagna dal gennaio 2018, è caposervizio della testata giornalistica Secolo Trentino dal novembre del 2016 e tirocinante presso il quotidiano L'Arena di Verona. E' laureato in Scienze della Comunicazione con una tesi in sociologia delle comunicazioni di massa, dal titolo: "La comunicazione nell'era dello storytelling management: la narratologia nei media come strumento di controllo di massa". Attualmente frequenta il corso di laurea magistrale in Editoria e Giornalismo, con curriculum in Relazioni Pubbliche.

Commenta per primo

Lascia un commento