In un mondo sempre più globalizzato e “unito” che ci rende tutti attivamente partecipi della vita politica quanto della vita quotidiana stessa e che ci vede in un modo o nell’altro tutti protagonisti e artefici del nostro destino; in un mondo dove l’informazione ha preso sempre più il sopravvento, dandoci quella sensazione di estremo controllo sulle nostre vite, bisognerebbe chiedersi, cosa al giorno d’oggi, potrebbe minare quelle stesse convinzioni che oramai assumono sempre più il concetto di un archetipo ben saldo e intrinseco nella nostra persona e nel nostro modo di vivere la comunità, intesa essa stessa come concetto di vita pubblica e di pubblico dominio. Forse ancora una volta, (osservando i recenti avvenimenti in Brasile), ricorrerebbe quel fantomatico concetto di “guerra civile” tanto strumentalizzato quanto ignorato da gran parte dell’opinione pubblica e dell’utilità di tale concetto per pensare la vita pubblica e l’esercizio delle responsabilità etiche nella contemporaneità.

In quanto cittadini comunitari dovremmo prendere atto e coscienza di certe cose e riflettere su quest’ultime, senza soffermarci sulla superficialità della politica che ne è solo un mero riflesso. Non bisognerebbe dimenticarsi infatti, che essa è la legittimazione di azioni che ci renderebbero partecipi non solo alla sola vita politica, ma a tutta una serie di fatti più intrinsechi, di politiche estere oltre che interne. Si sa, l’educazione civica e l’insegnamento dell’etica oramai è andata via via perdendosi, a seconda dei vari ordinamenti scolastici, ma è anche vero che forse i mass media non farebbero abbastanza per sensibilizzare l’opinione pubblica a determinate questioni che ancora una volta sembriamo ignorare.

A detta di ciò, in che misura il concetto di “guerra civile” è in grado di rendere conto delle tensioni, dei conflitti e delle trasformazioni tanto all’interno della nostra società, quanto nel pianeta globalizzato? In che misura il concetto di “guerra civile” permette una percezione più realistica di un mondo che, come quello occidentale, pretende di vivere in pace, almeno fin dal 1945? In che misura se non il concetto, ma quantomeno una certa retorica da “guerra civile” è frutto delle strumentalizzazioni e di una strategia del conflitto che inventerebbe uno scontro tra culture per condizionare le stesse opinioni pubbliche e costringerle nella logica della paura?

Se si dovesse porre un excursus storico che riguarderebbe la stessa concezione di guerra dalle origini della cultura occidentale, dovremmo affrontare l’argomento partendo dalla più antica testimonianza a noi pervenuta, quella della guerra di Troia. Un evento decisivo, in quella netta distinzione fra oriente e occidente, che segnerebbe quel confine epocale fra preistoria e storia. Fra tradizione orale e cultura scritta. Quella nostra cultura, che via via col tempo è mutata in base al corso degli eventi ma che tuttavia ci è rimasta a livello inconscio, nelle gesta e nella grandiosità di quella vicenda, dal punto di vista simbolico quanto dal fatto che essa abbia conferito agli stessi protagonisti un carattere pragmatico. Gli “eroi” della guerra,  assurti a paradigmi di virtù e valori; dal coraggio di Achille all’astuzia di Odisseo, alla regalità di Priamo, che più e più volte ci ha accompagnato fin da piccoli, nei racconti dell’ Iliade e dell’Odissea, tanto amati e miticizzati.  Forse oggi, potremmo realmente affermare che la nascita stessa dell’Europa come realtà politica e culturale sono una conseguenza di quella guerra.

Una guerra che secondo recenti studi e solo al giorno d’oggi, si scopre essere stata combattuta semplicemente per un fantasma, un’idea nata dalla convinzione che alla base della guerra di Troia non vi fosse una reale ragione, se non quella fatta di pretesti, di illusioni prive di consistenze reali, ma che tuttavia riflette una convinzione largamente condivisa. Vale a dire, quella secondo la quale, la guerra sarebbe essenzialmente un fenomeno irrazionale. Una sorta di deplorevole deviazione della razionalità umana, la quale farebbe presupporre che ancora una volta, fra guerra e ragione sembrerebbe sussistere un rapporto di mutua esclusione. Un assunto che si afferma nella storia e nella tradizione occidentale, proprio a seguito delle due grandi guerre mondiali e che al giorno d’oggi vedrebbe (dopo gli eventi della rapida guerra fredda, fatta di provocazioni verbali mai realmente concrete), l’assecondarsi di una minaccia nucleare.

Ma se la guerra fosse un “evento fondativo”, impregnato di valori capace di dividere fra le barbarie commesse e l’incivilimento e di stabilire giuste gerarchie e stati fra gli uomini, assegnando a ciascuno il ruolo e il rango più adeguato?

Come la definì Omero, sarebbe un male necessario, come principio generativo a conferire forma alle cose. Un principio che fonderebbe il suo valore nell’ira come valore sacrale, divino, come si tratterebbe in quasi tutti i poemi della letteratura occidentale. Come parte delle tragedie, nelle quali si vedono nascere nuove dinastie in quel grembo da cui scaturiscono nuove civiltà.

Forse in tutto questo troveremmo una nuova concezione della natura umana pervenuta dalla storia, come materia oggi “scientifica”, dalla quale possiamo imparare molto, come espressione della “ricerca della verità”. Basterebbe pensare, che la società nella quale viviamo, da sempre si fonda su delitti orrendi e forse, sempre sarà così, in quel concetto espresso dallo stesso Platone nella realistica analisi di quella connessione con la quale si porrebbe il rapporto tra politica e guerra.

La guerra come principio che è all’origine dello stato, fattore di organizzazione in classi della società, di formazione dei cittadini di uno stato ben costituito. Una guerra da stato a stato, da comunità a comunità, da famiglia a famiglia, da classi a istituzioni in una sorta di principio organizzatore dei rapporti intesi come identità e rivendicazione degli stessi diritti che tutti ci accomunano, che contrappone e allo stesso tempo conferisce una individualità. Individualità che ci porterebbe ad adattare il mondo a seconda dei nostri stessi bisogni, forzando le costituzioni materiali e relazionali, elaborando tattiche di sopravvivenza. Una guerra civile che diverrebbe globale, di mobilitazione.

Tutti, girando per caso fra i canali del televisore, avranno assistito agli scontri vicino agli stadi, nel giorno di apertura dei mondiali e in molti si saranno posti delle domande. Dopo tutte queste riflessioni in merito all’argomento, non si potrebbe cercare un equilibrio “giusto” che come tale non veda le diverse parti costringersi a doversi schierare in un conflitto fisico? Ma che lo stesso conflitto fosse solo mediante “battaglie di parole”? Non si potrebbe organizzare una sorta di gestione che, attraverso la capacità di gestire i conflitti ridurrebbe il tutto a un qualcosa di costruttivo, basato sul dialogo? Senza che esso diventi “atmosfera conflittuale” di guerra e violenza? Magari ci vorrà del tempo e servirà modificare la stessa concezione di “natura dell’uomo“, che nei secoli è cambiata a seconda delle diverse esigenze e che oggi sembrano renderci più uniti. Ma sarà tutto, solo frutto di una semplice “utopia”,  o di futura realtà?

Giuseppe Papalia

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