Quando a balzare agli occhi della cronaca sono i crolli di infrastrutture scadenti e costruite senza rispetto per i criteri stabiliti dalla legge emerge lo sdegno, che lascia poi posto alla preoccupazione, in Italia specialmente.

Il nostro paese, infatti, secondo i dati riportati dagli studi CGIA Mestre su dati Eurostat, si conferma, a partire dalle indagini prodotte già nel lontano 2007, fanalino di coda in Europa per quanto riguarda le infrastrutture. E da allora la situazione non è certo migliorata.

Il crollo del cavalcavia di Lecco, sulla strada statale Milano-Lecco, è solo l’ennesimo sintomo di un sistema malato da anni e terribilmente indisposto verso le denunce avanzate da istituzioni ed enti. Quest’ultimi, incastrati nel torbido vortice burocratico di lotte costanti tra Province e gestori di infrastrutture, le quali (di tanto in tanto, come in questo caso) si ritrovano impegnate nel pericoloso gioco dello “scarica barile”.

Peccato che, giochi di ruolo a parte, tra coloro che avessero o meno la responsabilità di quanto accaduto appena due giorni fa, non si tiene conto del potenziale danno effettivo: quattro feriti e un morto; e poteva andare anche peggio. Ma le denunce erano state fatte: “un cantoniere addetto alla sorveglianza aveva lanciato l’allarme già attorno alle ore 14:00, dopo il distacco di alcuni calcinacci”, “perché il traffico non è stato fermato?”. Di chi è la colpa dunque?

Riprendendo i dati e mettendo a confronto i chilometri di ferrovie, autostrade, strade provinciali e statali in rapporto alla popolazione viene fuori che, oltre alla poca quantità, è la qualità a preoccupare. E a confermarlo è lo stesso Giuseppe Bortolussi, segretario della Cgia di Mestre, il quale già diverso tempo fa affermava: «È bene ricordarlo, che a preoccuparci non è solo il dato quantitativo messo in evidenza da questa analisi ma, anche, il livello qualitativo delle nostre infrastrutture che purtroppo penalizza oltre misura non solo i cittadini ma soprattutto l’economia».

Ed è soffermandoci anche e soprattutto sull’avanzamento e i costi dei lavori infrastrutturali del nostro paese che, riprendendo in mano il “piano delle infrastrutture strategiche”, si nota come i lavori, nel 62% dei casi, risultino ancora in corso. Tra questi, molti sono ancora fermi con le quattro frecce e già in stato di degrado, nonostante gli ingenti finanziamenti pubblici concessi solo da pochi anni.

Così accade che nel torbido vortice burocratico, tra orde di schede, permessi di costruzioni e monitoraggi vari (quando vengono fatti), finiscano anche le cosiddette opere incompiute, (se ne contano, stando agli ultimi dati risalenti al 2014, almeno 868) per un totale che ora supera i precedenti 3,5 miliardi di euro del 2013, (una media di 166 euro a famiglia). Per portarle a compimento servirebbero altri 1,4 miliardi di euro, con la speranza che poi reggano o vengano fatte secondo i giusti criteri.

Quei criteri troppo spesso sottovalutati e abbandonati a sé stessi, nell’impetuosa spirale di dati e numeri che da soli non dicono nulla. Tuttavia basta delineare un quadro preciso per capire come sta la situazione, soprattutto quando si finisce a parlare di assegnazione degli appalti di lavoro: per il 17,9% ancora in fase di gara, stando sempre a quanto dichiarato nel rapporto stilato dal “piano delle infrastrutture strategiche”.

L’Italia “perduta” si evince anche da questo: dal rapporto incrociato di dati e cifre che a metterli insieme lascia senza parole. Così come lascia senza parole il crollo di quel cavalcavia: perché sono in molti a domandarsi se si può, in un paese normale, morire ancora così. E ancora come nel caso del crollo di un controsoffitto di una scuola a Rivoli, nel lontano 2008, in cui si indaga per disastro e omicidio colposo.

Ma le accuse proseguono, come accaduto non molto tempo fa, nell’utilizzo di cemento depotenziato nella ricostruzione di una scuola: dopo il sisma che, nel 2012, ha colpito l’ Emilia Romagna. Così come nell’utilizzo di fatiscenti infrastrutture pubbliche e private, nei casi di disastri naturali quali gli ultimi terremoti, che ci vedono protagonisti nel panorama dell’informazione mondiale, nel processo di accuse sui metodi di costruzioni ed edificazione non a norma, in territori ad alto rischio sismico. Ma poi ci si scandalizza se un giornale satirico, come nel caso di Charlie Hebdo, fa satira insinuando a metodi mafiosi nell’assegnazione delle gare di appalto o nell’utilizzo dei materiali scadenti e a basso costo. In questo senso gli appalti pubblici divengono un “tesoretto” che, stando agli ultimi dati, rappresenta per il PIL italiano (malavita compresa), almeno il 15,9%.

Peccato che poi a rimetterci siano sempre i soliti. Cittadini o studenti ignari non fa differenza. E lo stesso vale per chi, l’altro giorno, tornando da lavoro, si è visto crollare un ponte sulla propria testa. “È il caso, certo”, si legge nei commenti sui social sotto ai post che ne ritraggono l’accaduto. Forse, però, è anche e soprattutto altro.

di Giuseppe Papalia