IL MONITO CHE OFFUSCA LA NOSTRA SPERANZA SUL FUTURO DEL PIANETA

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”Tutto è bene quando esce dalle mani dell’Autore delle cose, tutto degenera fra le mani dell’uomo” diceva Jean-Jacques Rousseau la cui frase ben riassume l’ultimo verdetto del Gruppo intergovernativo di esperti sul cambiamento climatico (Ipcc) il quale ha fatto presente che, senza misure radicali che riducano le emissioni di gas serra, l’uomo potrebbe  in maniera irreversibile mutare radicalmente l’ equilibrio su cui si è posta in essere la vita sul pianeta.

Sedici sono gli anni rimasti alla razza umana  per  arrestare il lento declino a cui essa ha destinato il globo attraverso una politica che  sostenga un’ economia sostenibile che tenti di affrancare l’uomo dal  senso di colpa per  star  annientando  il suo stesso microcosmo.

Entro il 2050 le emissioni dovrebbero essere dimezzate per poi rendersi nulle alla fine del secolo: un obiettivo ambizioso ma percorribile, visti i rischi che il non rispetto di tale documento prevedrebbe sebbene per ora poche voci si alzino per rendere ai più noto la tremenda previsione scritta dal gruppo di esperti di cui sopra.

La crisi, difatti, ci ha reso miopi  in quanto ci ha imposto di focalizzare l’attenzione sui problemi a breve termine da essa creati ma ciò non ci deve indurre a non prendere in considerazione tali problematiche poiché lo spettro che incombe su di noi non ci permette di attendere oltre.

L’Unione europea è, sotto questo aspetto, all’avanguardia avendo una percentuale alta relativamente all’ utilizzo delle energie rinnovabili ma questa determinazione, da parte della stessa, nella riduzione dei gas serra deve proseguire sperando che anche  le altre nazioni, non appertenenti all’Ue, inizino a far lo stesso.

La deregolamentazione sulle emissioni, ai fini di attrarre capitali,  è il maggior ostacolo al raggiungimento di tale obiettivo: pur di avere una maggior percentuale di investimenti, molti paesi sono meno severi nell’attuare politiche che impediscano agli investitori di sfruttare l’ambiente, pur di aver profitto, poiché questo implicherebbe maggiori costi che molte ditte non vogliono affrontare,anche a  fronte della crisi che ha reso più rischioso l’utilizzo del capitale che rischierebbe di non rendersi produttivo.

Vengano messi da parte i campanilismi, le secondarie questioni che offuscano la nostra visione impedendoci di preoccuparci dei seri problemi e, soprattutto,  la patologica dipendenza economica dal carbone, fonte molto inquinante: si pensi a risolvere questa problematica poiché ad essere messo in gioco è lo stesso pianeta che ci accoglie, il cui urlo di dolore ci impone maggior riguardo nei confronti del medesimo.

Maurizio Clemente

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