Il peso della “speranza”: non suona bene anche a voi il suono di questa parola? Non vi rasserena l’idea che questo termine porta con sé? L’origine semantica da sola forse non basta per farlo intendere, bisognerebbe andare più in profondità, capire quello che metaforicamente questo termine assume in fatto di significato, poiché il significante che esso trasmette è chiaro a tutti. Il peso che regge e che da sempre tramanda alle generazioni future va oltre un senso letterale e immobile.

Speranza in cosa vi chiederete? La speranza che un ragazzo ripone in una classe dirigente di un paese sempre più confuso e rassegnato? O forse la speranza nelle istituzioni, che lo possano formare e guidare in una “isola di salvezza” che lo renda immune da sofferenze esterne? Sembrerà strano, eppure ricordo sempre quel che mi diceva il mio professore di filosofia quando ancora ero un ragazzino. “Il mondo è una giungla, quello che vorrete non cadrà dal cielo e dovrete guadagnarvelo con sudore e alla fine non è detto che arriverete all’obiettivo sperato. Scegliete bene.” Inutile negarlo, quel “scegliete bene”, accompagna scelte di vita fatte fino ad ora. Pentimenti ed errori che forse commetterei ancora una volta se mi fosse data l’opportunità. Troppo spesso mi sono trovato a relazionarmi con persone della mia età, ragazzi disillusi, senza sogni, dagli sguardi persi nel vuoto, spenti. Mi chiedo che fine abbia fatto, in molti di loro, quella luce che li rendeva unici, delle persone “attive”. Mi chiedo a quale prezzo abbiano pagato tutto questo restare inermi e passivi di fronte alla realtà con la quale tutti, siamo costretti a rapportarci oggi. Personalmente non ci sto. Vorrei potergli urlare il mio dissenso, provare a cambiare le cose. Come? Avendo il coraggio di buttarsi, rischiare il tutto per tutto. Provate, provate ad avere speranza.

Buttatevi anche se il mondo sembra crollarvi addosso, anche se coloro i quali dovrebbero rappresentarvi non sono gli eroi che speravate. C’è che siamo cresciuti troppo e abbiamo bisogno di persone vere, fatte di carne, ossa e peccati perché di eroi in romanzi perfetti, ne abbiamo piene le librerie. Buttatevi, anche se la classe dirigente non fa nulla per migliorare la situazione. Migliorate quella che è la vostra situazione e migliorerete il mondo che vi circonda.

Abbiate il coraggio di pensare con la vostra testa e di scegliere ciò che più vi appassiona, abbandonate i luoghi comuni, provate e se cadrete, rialzatevi e provate ancora. Siate determinati, non fermatevi al primo ostacolo, anche se vi sembrerà complicato poter proseguire a un certo punto e tutto sembrerà vano e vuoto, privo di valore e fondamento. Fatelo, perché è di voi che stiamo parlando, e dovrete scommettere sulla vostra persona e non ci sarà nessun altro a farlo per voi. Dovrete assumervi questa responsabilità ed essere astuti strateghi, giocatori impavidi e flessibili, dai mille orizzonti e pronti a modificare le vostre caratteristiche. Servirà scendere a compromessi, dovrete adeguarvi alle situazioni e chinare la testa, ma restate voi stessi, non uniformatevi alla massa, anche se in un mondo in continua evoluzione, dedito al progresso e alla “rottamazione” di vecchi ideali e valori tutto vi sembrerà inutile. E’ il vostro essere voi stessi che farà la differenza in una collettività. Moralmente ed eticamente parlando qui non si accusa un mondo forse corrotto e troppo uniformato, non si mette sotto la luce dei riflettori un sistema che troppo spesso premia solo la referenzialità e non lascia spazio alla meritocrazia, poiché forse critiche del genere apparirebbero prive di fondamento per alcuni e banali per altri. Qui si mette in luce quello che è il pensiero di un ragazzo di vent’anni che è stufo della negatività che troppo spesso è costretto ad assistere.

Forse non basteranno un po’ di parole, ma ricordate? Esse, altro non sono che il significante, il mezzo attraverso il quale si vuol far intendere qualcosa, un monito, un messaggio. Io non so nulla della vita, penso di sapere però quel che mi circonda e di poterne prenderne atto. Penso di poter credere che una qualche parola potrà migliorare qualcosa, chiamatemi illuso se volete. Io mi definisco “speranzoso” e ne vado fiero. Mi reputo speranzoso quando vedo sacrifici e ore di duro lavoro tramutarsi in risultati, siano essi anche un sorriso. Già, proprio così, un sorriso. Un sorriso di un ragazzo che pochi giorni fa è andato a votare. Così come ha detto una mia amica: “senza particolare chiarezza d’idee, senza alcuna fiducia nella croce che sarebbe andato ad apporre su quella scheda con una matita indelebile. Emozionato e fiero di vedere davanti a sé il presidente del seggio chiamare il tuo nome e apporti il timbro su quella che ormai è la terza casella. Proprio come per la prima volta. Entrare in quella cabina e sentire le gambe farsi sempre più pesanti, in quel clima di inadeguatezza per la scelta che avrei dovuto compiere di lì a poco. Per quel peso che a vent’anni forse senti più che mai, nel timore di non esserti informato abbastanza, di chi si sente in parte responsabile per ciò che accadrà. E infine uscire e consegnare la scheda con ancora mille dubbi che ti rimbombano in testa”.

Tutto questo – condividendone il bellissimo pensiero – in una scuola in prefabbricato, in memoria di quello che fu il sisma che colpì la mia Emilia tre anni fa. Una scuola nella quale non ho studiato, dove nemmeno i professori o i bidelli erano più gli stessi. Ma che tuttavia rappresentava la mia comunità. Dove seppur non conoscessi tutti quelli che la abitavano, sapevo che essi mi erano comunque fratelli. Nella gioia come nella rassegnazione di chi si è sentito abbandonato da quelle stesse istituzioni che ancora una volta andavo a votare. Di chi si è visto portare via la casa o l’azienda nella quale lavorava ed è stato poi costretto a importanti sacrifici economici. Mi riconoscevo in loro, perché sapevo che anch’essi, portavano il peso della speranza. Una speranza metafisica, materializzata in un voto che sapevano, avrebbe fatto la differenza. “Mi son fermato a guardare coloro i quali soddisfatti uscivano dai seggi. Quel sorrisetto stampato sul volto non poteva che rendermi felice. Come quando da piccolo ci andavo con mio nonno, che si vestiva elegante per andare a votare ed io aspettavo fuori pensando che facesse una cosa fantastica. Lo vedevo uscire con quello sguardo fiero e avrei voluto crescere in fretta”. Ora che sono cresciuto abbastanza posso affermare di essere felice, perché ognuno di noi ha il diritto, a vent’anni , di pensare di poter cambiare il mondo, di non essere indifferente per chiunque ci circondi.

“Speranza”, credo sia uno dei termini più belli che esista. Non credete anche voi?

Giuseppe Papalia

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