IL PUNTO SULLE FORZE ANTISISTEMA IN EUROPA

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La lotta contro il “sistema” e il messaggio che invita alla rottura con la vecchia politica continua insistentemente a coinvolgere molti tra gli stati europei attraverso numerosi movimenti che promettono rinnovamento, onestà e cambiamenti strutturali ed etici immediati. La spiegazione a questo fenomeno è da cercare riflettendo sul momento storico che stiamo attraversando, un momento di crisi frontale del sistema politico che tocca uno dei picchi più bassi della sua credibilità. In questo clima di depressione politica e sociale sono questi movimenti a proclamare interventi decisi e a ricevere consensi, sfruttando l’insoddisfazione della folla e rappresentando un luccichio di speranza per quella parte del popolo avvolta da un pessimismo dilagante, e giustificato, riguardo la situazione attuale. Queste forze antisistema sono quindi movimenti di protesta di tipo populista che spesso non raccolgono consensi per condivisione di idee ma per condivisione di insoddisfazione. L’effetto del successo generale di questi movimenti, oltre l’omogeneità d’intenti e di protesta verso il sistema, è la disomogeneità interna di idee politiche, che, se da un lato appare come un qualcosa di affascinante nella sua diversità, dall’altra risulta essere poco futuribile in quanto difficilmente può diventare qualcosa di più di un movimento di protesta.

Francia e  Marine Le Pen

Marine Le Pen, dopo il grande successo alle elezioni europee del 2014 (in cui risultò essere il primo partito di Francia con il 24,9%) ha appena guidato il Front National alle dipartimentali ottenendo il 25,19%, secondo solo a Sarkozy, conseguendo il miglior risultato di sempre del partito alle elezioni locali. Nonostante questo, probabilmente ci si aspettava un maggior successo, visti i proclami trionfalistici della leader di FN che, a ripetizione, dichiarava la gestione prossima di alcuni “départments”, le province francesi. Promesse cadute nel vuoto, non essendosi Le Pen assicurata nessuna di esse. In ogni caso non si può parlare di fallimento del Front National, a differenza di quello annunciato del PS di Hollande, poiché, comunque, i motivi di soddisfazione ci sono. Nonostante non sia risultata la prima forza, FN ha raggiunto in media il 40% dei consensi, non sufficienti per vincere, ma una quota comunque alta, ponendo le basi per un altro exploit elettorale, questa volta in vista delle presidenziali, e raggiungendo un numero accettabile di consiglieri, una trentina, contro uno soltanto in precedenza. Altro fattore interessante è quello riguardante la distribuzione dei voti arrivati alla Le Pen: pare infatti che parte dei voti socialisti siano andati paradossalmente a rinforzare proprio il Front National. Questo a conferma di quanto detto prima: nonostante tendenzialmente FN sia un partito di destra radicale, ottiene consensi in qualsiasi versante politico. Parla alla pancia del paese, non alla testa.

Italia: Salvini e Grillo

Proprio quando Salvini e la Lega Nord sembravano aver preso il posto di Grillo e il Movimento 5 Stelle per quanto riguarda l’impatto mediatico e l’impatto sulla scontentezza dei cittadini, ecco che arriva la notizia che Lega Nord e Forza Italia correranno insieme alle prossime elezioni regionali del 31 maggio. Matteo Salvini e Silvio Berlusconi hanno infatti trovato un accordo basato sull’aiuto reciproco dei candidati: FI sosterrà la corsa di Zaia al suo secondo mandato, mentre il Carroccio appoggerà la candidatura di Toti in Liguria. Salvini l’ha definito come “un sacrificio utile per la vittoria” ma ha ricevuto molte critiche per aver rinunciato al proprio candidato per quello degli alleati peccando probabilmente di incoerenza. Lega Nord che, nei sondaggi settimanali dell’Emg (su un campione di 2000 persone senza differenze di sesso, dai 18 anni in su, delle quali hanno scelto di rispondere 1721 individui), è rimasto stabile con un 15,3% di preferenze ma, la cosa che sorprende di più, è l’apparente stabilità di consensi di cui gode il M5S , che, negli ultimi tempi, sembrava essersi adagiata un po’ troppo sugli allori: poche iniziative, tante parole e pochi fatti. Mantiene infatti un 20,3% di preferenze, tre punti percentuali in più rispetto ai dati rilevati due settimane prima.

Spagna: Podemos

Il partito, fondato a gennaio del 2014 come proseguo del movimento degli Indignados, e da maggio con cinque eurodeputati nel Parlamento europeo, insiste nel dire che la filosofia dell’organizzazione è basata sui cittadini che sono motori di ogni progetto e su un orientamento che non è né di destra né di sinistra ma apartitico, nonostante le tendenze virino verso una sinistra moderata. Ma come tutti i partiti politici moderni, Podemos ha una leadership molto personalistica, basata su pochissimi elementi: Pablo Iglesias, Íñigo Errejón e Carolina Bescansa su tutti. Un movimento giovane che facilmente può essere accostato al Movimento 5 Stelle. Numerose infatti sono le somiglianze tra i due movimenti, soprattutto di primo acchito: sono entrambe forze antisistema che hanno gettato nello scompiglio sistemi politici consolidati, a dispetto dei preconcetti mediatici che ne escludevano a priori la possibilità, ed entrambe adottano una strategia che rifugge da qualsiasi alleanza con il “vecchio sistema”. Nonostante le somiglianze sembrino evidenti, i punti di divergenza sono molti di più rispetto a quelli di convergenza: Podemos mostra tutte le premesse per realizzare una versione rivisitata e corretta del Movimento 5 Stelle. Molta chiarezza, gerarchie interne definite, un sistema di comunicazione che non si ferma al web ma che “sfonda” e presidia il sistema comunicativo televisivo. Tutto questo sfruttando la nomea del leader Pablo Iglesias (classe 1978) divenuto famoso grazie alla conduzione de “La Tuerka”,  un talk show di interviste che viaggia sia attraverso tivù minori sia sulla Rete,  e grazie alla “La Sexta”, emittente televisiva molto importante di cui è diventato ospite fisso e grazie a cui ha ottenuto ancora più consensi. Consensi che, dopo le recenti elezioni regionali in Andalusia, hanno un valore oggettivo. Le elezioni del 22 marzo, infatti, hanno sì confermato l’egemonia del Partito socialista, ma hanno soprattutto confermato l’ascesa di Podemos che ha fatto registrare il peggior risultato del Psoe a partire dal 1982 (il 33,1% dei voti, rispetto al 39,5% del 2012) , ottenendo all’esordio sulla scena nazionale un 17,5%, conquistando tra il 19 e i 22 seggi. Siamo agli inizi ma le premesse sono quelle di un movimento tutto nuovo, con spirito di iniziativa e con la preparazione tecnica adeguata per continuare a raggiungere ottimi e, per ora, meritati risultati.

Di Edoardo Pische 

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