ITALIA FANALINO DI CODA? RIDESTATI!

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Il giorno dopo l’annuncio dell’ennesimo dato (quel -0,2%) che ci condanna alla recessione, non resta che riflettere, chiederci il perché di tutto questo, quali errori abbiamo commesso? Perché nonostante tutto gli ultimi della classe restiamo pur sempre noi.

Un vortice senza fine, che sembra condannarci nuovamente a quella zona retrocessione che nel 2011 vide l’Italia raschiare il baratro del default tecnico. Previsioni disfattiste? forse solo realiste, anche se forse bisognerebbe ridimensionarle un po’ per capirne il senso profondo.

Di certo questa è una crisi che da sempre più tempo non appresta a placarsi. Ma cosa intendiamo realmente col termine crisi?

L’accezione del termine comprende da sempre una moltitudine di significati, dati dalla crisi intesa come “di valori”, di una società, fino ad arrivare a una crisi economica, che come un cancro si sviluppa da una reazione a catena mossa prima ancora che dai mercati, da quanto una società come la nostra può dare in termini di offerta. Ma la domanda? Da sempre vi è una sottile linea tra domanda e offerta, un punto di equilibrio che esprime la perfezione assoluta di quel sistema o “gioco” che prende il nome di economia. Un punto di non ritorno che può segnare la retrocessione di un paese, la sua definitiva condanna. Declassamento, serie B in cui arretrare, la condanna di una prova inconfutabile: il declino di un paese sotto tutti i punti di vista.

Ma perché limitarci alle classifiche? Le classifiche non devono diventare una malattia, non vanno mai accettate come un dato definitivo, possono sempre essere ribaltate e servono piuttosto stimoli che ci aiutino a migliorare, non stupide convenzioni. Bisogna ricominciare a ridisegnare strategie vincenti per leggere e trasformare il mondo, la realtà che ci circonda. Non inutile disfattismo. La volontà di entrare in Europa, esserne i fautori e gli obblighi che questo ha comportato, ha fatto da traino al paese per molto tempo, facendo si che diventassimo migliori di quanto già non fossimo. Una spinta propulsiva che da un po’ sembra essersi arrestata con queste politiche disfattiste. Una spinta che oggi, sembra essersi “esaurita”, implosa nel risultato di quelle aspettative ben sperate, ma mai ottenute, seppur “gli altri” restino sempre lì, anzi, sembrano avanzare in quella ripresa che ci vede troppo spesso gli ultimi della classe. Ma se gli altri potessero farci da monito? Basterebbe osservare come si è comportata la Spagna.

Ma tutto ciò non ha fatto altro che lasciare una immagine di noi pessima, logorata dall’imprevedibilità del nostro paese e da chi lo comanda, da crisi di governo e di valori che non hanno accennato a placarsi nel corso di questi anni, dallo sconforto della gente che non arriva a fine mese, dai dati e dalle statistiche che non fanno che evidenziare bilanci in rosso da anni e infine dai mercati, che operano di conseguenza.

L’impressione è in effetti, che stiamo perdendo il controllo delle nostre caratteristiche, inflazionandole, mostrandoci al mondo peggio di come in realtà siamo, accettando le maschere che gli altri ci danno, un po’ per cinismo e superficialità, ma forse sopratutto per pigrizia. Ci stiamo trasformando in un luogo comune, ma è proprio questo che vogliamo essere agli occhi degli altri?

Forse servirà un investimento sulle nostre risorse inespresse,a partire dal capitale umano, dai nostri beni ambientali e culturali.

Questa è una crisi psicologica, che ci condanna ancora una volta, ma cos’è uno stupido -0,2%? Non cambierà certo chi siamo. Se pensiamo che è dal decadentismo che tutto ciò sembra rincorrerci, capiamo che è normale attraversare momenti simili. Perché alla fine altro non è che un gioco di numeri e convenzioni, di obblighi e regole preconfezionate. Tutto sembra rincorrerci convulsamente e ossessivamente in quel gioco di equilibri che non sembra mai placarsi, ma che tuttavia non ci condanna mai del tutto definitivamente. L’economia italiana non sta affondando.

E’ vero, forse non sono bastate le riforme, non sono bastati i governi tecnici dei dottori economisti, di quel Mario Monti professorone della Bocconi, non è bastato Letta, non sono bastati i moniti, i sacrifici e quel senso di ottimismo che vedeva segnali di crescita per quel secondo trimestre consecutivo che invece ha visto chiudersi negativamente, col conseguente crollo di Piazza Affari e delle speranze di Bruxelles oltre che degli investitori stessi. Che le manovre tecniche e le nuove riforme attuate dal governo Renzi, non sono state abbastanza. Ma come potrebbe non essere altrimenti? Non basterebbero trenta settimane come mille giorni per risanare un paese ingolfato. Non bastano 80 euro per rilanciare l’economia,  non serve un leader e nemmeno un comunicatore eccellente che ci riempa di ottimismo illusorio e sarcastico. “La ripresa arriverà come arriverà l’estate”; questa era stata l’ultima battuta di Renzi pochi giorni prima della “doccia fredda” annunciata dall’Istat. Servono Economisti, non meteorologi, quelli già li abbiamo e le loro previsioni sono nere come quelle degli statisti, che oggi affermano che sarà sempre peggio se non si passerà dalla parole ai fatti.

Per cercare una risposta occorrerà separare i dati dalla retorica dello sfascio, e se prima avevamo statisti che facevano politica, oggi abbiamo  folli che sperano e pensano che bastino 80 euro per risanare un’economia malata da anni. E’ vero, i dati più che una disfatta dell’economia italiana, segnalano una stagnazione della stessa. Non sta affondando.  Ma siamo pur sempre su un vecchio barcone che galleggia a fatica, che pur mostrando segnali di ripresa, non riesce a rafforzarsi del tutto. In altre parole la domanda interna ha tenuto, il rallentamento è causa delle esportazioni che sono state minori del previsto, nonostante queste ci abbiano tenuto a galla per molto tempo. Cercando di essere razionali, non bisogna cedere a suggestioni negative, alle reazioni a caldo di quei mercati che hanno sbagliato per troppo tempo. Bisogna capire che semmai la recessione passerà, passerà con la paura degli italiani, che a loro volta devono rilanciare i consumi senza rifugiarsi nei risparmi. Le riprese non avvengono per magia, il governo non è giustificabile, ma di certo tutti devono compiere la loro parte.

Giuseppe Papalia.

 

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