Un esempio perfetto di laboratorio geografico, ed etno-culturale, italiano ed europeo in senso comunitarista può essere rappresentato, a mio dire, dal bacino idrografico padano, che corrisponde al territorio storico d’elezione del fulcro lombardo, ovverosia della Lombardia etnica. In tale ambito si fondono alla perfezione tutta una serie di elementi naturali, storici, culturali, geografici ed antropici, etnici e linguistici, biologici e socioeconomici tanto da rappresentare, agli occhi di un identitario dalla spiccata sensibilità lombardista quale il sottoscritto, un quadro esemplare al fine di affermare e difendere la bontà del pensiero comunitarista, che si pone come estremo baluardo europide nella lotta contro la contemporanea barbarie relativista e mondialista.

Al di là degli stati o delle bandiere che possono sventolarci sopra il cranio, abbiamo il diritto e il dovere di autodeterminarci combattendo ogni giorno, sia come singoli che soprattutto come comunità viva e militante, non solo in quanto europei ed italiani ma anche in quanto appartenenti ad un ben preciso ambito territoriale allargato che non sia il campanile del localismo micro-sciovinistico (una cosa, oggi, del tutto inutile se non a fini goliardici di rivalità sportive), bensì la culla storica delle nostre genti, colei a cui dobbiamo le nostre più intime radici etno-culturali.

In Italia, oltre allo spazio lombardo-etnico accennato, possono rientrare in tale contesto comunitarista il Triveneto, l’Italia tosco-mediana, quella meridionale (napolitana e siciliana) e naturalmente la Sardegna, aree geografiche e, soprattutto, identitarie da secoli presenti alla coscienza comunitaria delle genti italiane. Non sono, tuttavia, etno-regioni da cavalcare e strumentalizzare per cialtroneschi scopi secessionistici (come accaduto tanto a nord quanto a sud e nelle isole) ma da rispettare anche nella loro appartenenza ad un più vasto contesto che, prima di essere europeo, è italico/italiano. Quando parlo di Italia, l’ultima cosa a cui mi riferisco è l’attuale Repubblica Italiana, una entità giovanissima nata dalla volontà tirannica dei vincitori dell’ultimo conflitto mondiale (mediante i loro tirapiedi nostrani), avendo nella mente e nel cuore, invece, una plurimillenaria patria sì diversificata ma al contempo coesa dall’epopea ario-italica e ario-romana.

Alla luce di questo, l’importanza del comunitarismo etno-regionale, per così dire, sta nella sacrosanta necessità di contrastare l’italianismo di cartapesta, burocratico e statolatrico, propinatoci oggi dai nipotini dei partigiani e dei democristiani, tutti uniti nell’orgia antifascista e antirazzista, opponendovi un robusto sentimento condiviso di coscienza etnica, culturale, territoriale che vada a corroborare l’ideologia etnonazionalista e socialista (applicata al patriottismo, si capisce) onde riaffermare la priorità su ogni cosa, anche dunque sull’italianità artificiale, del sangue, del suolo, dello spirito.

Questa sacra e salutare triade identitaria e tradizionalista deve essere alla base di ogni azione (meta)politica e culturale di tutti coloro che si sentono infiammati dall’ardore patriottico, altrimenti si finirebbe per incensare un mero stato che, oggi più che mai, si riduce ad un carrozzone funebre agganciato al tetro corteo dei morti viventi targati Usa, Nato, Unione Europea. A questo serve il comunitarismo: a sentirsi vivi, più che mai vivi, in un mondo occidentale di morti che camminano, di burattini manovrati dai poteri forti intoccabili il cui massimo sussulto patrio è rappresentato da quattro stracci azzurri vestiti da calciatori oppure da qualche scialbo tricolore repubblicano sventolato per mero statalismo piatto, banale, castrante.

Il fulcro lombardo-etnico di cui parlavo, si costruisce su diversi, importantissimi elementi, che costituiscono lo scenario in cui è andata plasmandosi nei secoli l’etnia lombarda. Etnia, esattamente, non trovo inopportuno utilizzare tale termine indicando esso un insieme di caratteristiche biologiche, culturali, linguistiche, religiose che accomunano vari gruppi di individui diversificandoli da altri; è innegabile esistano, in Italia, al di là delle minoranze etniche storiche, diverse etnie (o suddivisioni etno-culturali, se preferite) che, come suaccennato, possono essere individuate nella Lombardia, nel Triveneto, nell’Italia tosco-mediana, in quella meridionale e nella Sardegna. Esiste un senso allargato di Lombardia che va ad includere tutto il Nord-Ovest, e uno ristretto, etnico per l’appunto, che si riduce all’ambito propriamente padano, delimitato dal bacino imbrifero del grande fiume.

Cosicché, l’identità lombardo-etnica passa per (elencando i principali aspetti): il territorio alpino-padano, compreso tra Alpi e Appennino tosco-emiliano, che coincide con lo spazio del reticolo idrografico del Po; l’appartenenza storica alla Gallia Cisalpina e alla Langobardia maior; la filiazione celto-ligure, gallica e longobarda (ovviamente romanizzata); il dato linguistico gallo-italico (o galloromanzo cisalpino); il Medioevo dei liberi comuni e della Lega Lombarda; la simbologia crociata bianco-rossa; il ruolo egemonico di Milano; l’omogeneità genetica. E altro ancora.

In questa Lombardia etnica rientrano, quindi, l’attuale Lombardia occidentale, quella orientale, la Svizzera italiana, il Piemonte, l’Emilia, il Trentino occidentale, e ci metto anche la Val d’Aosta essendo “Padania” e da sempre orbitante attorno al Piemonte, per quanto caratterizzata da un’influenza francese (ma pur sempre cisalpina e valle alpina che definire regione è francamente eccessivo).  Si parla di aree che hanno visto nascere, crescere e forgiarsi nei millenni un popolo omogeneo che si colloca a metà tra Europa centrale e Mediterraneo, soprattutto culturalmente, ma comunque legato al resto del Nord, al Centro e (meno) al Sud mediante vincoli italico-romani, etruschi, longobardi, e anche a livello di romanità e latinità nonché di valori umanistici e rinascimentali.

Le radici dei Lombardi affondano in questo fertilissimo umo che, purtroppo, oggi è scempiato dall’inquinamento, dalla cementificazione, da un’industrializzazione ed urbanizzazione selvagge, dal sovraffollamento, dall’immigrazione, da una barbarie contemporanea che non guarda in faccia a niente e nessuno e che ha trasformato l’Italia nordoccidentale in una megalopoli appestata da veleni non solo materiali. Lo scopo del comunitarismo è anche questo: bonificare la nostra vita quotidiana nobilitandola con un ritrovato contatto con la natura, con la terra, con le tradizioni più intime delle genti primeve, eliminando le scorie di un’epoca postmoderna caotica, relativista e nichilista che va combattuta recuperando gli immortali valori dell’intimità di sangue e di suolo. Recuperare la naturale dimensione umana, insita nella natura, rendendo vivibili le nostre giornate con stili di vita virtuosi, ma non strizzando l’occhio alla new age e alla sua paccottiglia importata: il nostro riscatto, la riscossa delle nostre comunità sta in una rinnovata coscienza identitaria che si faccia consapevole anche degli aspetti biologici e razziali, non solo linguistici o culturali. Assieme all’amore per il territorio, per la montagna e le campagne, dobbiamo andare fieri della cultura tradizionale (depurata dal cattolicesimo) e, altresì, del nostro sangue che non è mero fluido biologico ma veicolo di comunicazione tra gli antenati, la terra, noi e naturalmente i nostri posteri.