LA RAI CAMBIA? EPPURE IL CANONE RIMARRA’ COMUNQUE

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Grandi discussioni sulla Rai. Bloccata l’Opas di Fininvest su Raiway, è in atto un confronto sulla riforma organizzativa e di governance, intorno al quale si sente e si legge di tutto e di più, con le corporazioni in prima linea nel difendere le proprie posizioni di rendita.

“Su Raiway, come avrebbe potuto essere altrimenti? Non è in discussione la privatizzazione, visto che a decidere l’amministratore delegato sarà sempre il ministero del Tesoro, e la riorganizzazione dei telegiornali è comunque una questione interna aziendale. Certo, è un’azienda di capitale pubblico, ma non abbiamo dubbi che l’ottica di riorganizzazione sarà più attenta agli attuali equilibri e numeri politici/partitici piuttosto che al mercato; del resto, chi decide è convinto (e allo stato non potrebbe – tecnicamente – essere altrimenti) che i partiti siano ancora l’espressione politica dei cittadini, per cui o radicalizza la situazione o si comporta come sta facendo”, afferma la ADUC, Associazione Diritti Utenti e Consumatori.

“Gli elementi per questa radicalizzazione – continua la ADUC – ci sarebbero. Il corpo elettorale italiano, nel 1995 con un referendum, aveva indicato la propria preferenza per una gestione privata della cosiddetta informazione pubblica radiotelevisiva, ma forse è ancora troppo presto perchè il legislatore faccia caso a quanto accaduto 20 anni fa. Del resto, non ci hanno messo 28 anni fa per dare attuazione al referendum sulla responsabilità civile dei magistrati, perché con l’informazione e intrattenimento di Stato dovrebbero metterci meno? Una battuta? Mica tanto!”.

“L’attuale discussione sul destino della Rai – prosegue la ADUC – segue quella che, negli ultimi mesi del 2014, aveva avvampato gli animi e le fantasie sul cosiddetto canone o abbonamento (l’imposta che si paga per il possesso di un apparecchio tv). Anche lì c’era di tutto e di più. Alla fine non è cambiato nulla. E a casa dei contribuenti continuano ad arrivare le richieste/minacce della Rai che pretende il pagamento dell’imposta perché presume l’esistenza di un apparecchio tv nella casa di ogni residente. Immaginiamo che tutto sia rimandato alla prossima indagine e al prossimo incarico al sottosegretario Antonello Giacomelli, attore politico/mediatico in quei mesi (e anche oggi) in cui sembrava che dovessero farci pagare questa imposta perché esalavamo un respiro.
Finirà nel nulla anche la discussione di questi primi mesi del 2015? Chissà! Di certo non sara’ abolita l’imposta/canone. Questo vuol dire che la Rai continuerà a non essere sul mercato, ad agire in abuso di posizione dominante rispetto ai propri concorrenti che si devono accontentare solo della pubblicità oppure devono far pagare i loro abbonati (veri, perché pagano per aver scelto di voler vedere dei programmi, e non finti come quelli della Rai, che chiama tali i contribuenti fiscali)”.

“Nel frattempo – conclude la ADUC – per i cittadini/utenti dispensiamo un consiglio già dato in altre occasioni: visto che siamo in tanti ad avere Internet anche nelle tasche dei pantaloni e nelle borsette, se proprio vogliamo vedere dei programmi Rai, è bene ricordarsi che la visione di questi attraverso la Rete (dove vengono trasmessi in diretta) non comporta il pagamento dell’odiata imposta/canone”.

[Photocredit www.collesano.org]

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