Per gli esperti degli Oxford Dictionaries è “post-truth” la parola dell’anno 2016. Tradotto in italiano con “post-verità”, il vocabolo potrebbe trarre in inganno: il prefisso “post”, infatti, non ha alcuna accezione cronologica, ma trova una corretta interpretazione se tradotto con “oltre”. Stando alla definizione riportata dagli stessi OD, l’aggettivo “post-truth” è relativo a, o denota, circostanze nelle quali fatti obiettivi sono meno influenti nell’orientare la pubblica opinione rispetto agli appelli all’emotività e alle convinzioni personali.

Il termine è tornato alla ribalta grazie alle ultime vicende politiche verificatesi nel corso del 2016, dalla Brexit a Trump: nel primo caso, è bastato gonfiare la cifra dei soldi destinati dalla Gran Bretagna all’UE per convincere i cittadini di Sua Maestà a scegliere il “leave”, così come per i cugini oltreoceano, il cui neopresidente Trump, raccontando bufale colossali, è stato capace di collezionare 59 affermazioni da quattro Pinocchi, indicatori usati dal Washington Post per misurare le bufale. Tra le più clamorose, vale la pena ricordare “Obama nato in Kenya” e “il riscaldamento globale come strategia cinese per danneggiare la manifattura americana”.

L’era del post-truth trova la sua definizione in tempi recenti, ma il suo terreno era già stato sapientemente preparato: dieci anni or sono, Marco Travaglio firmava un’opera dal titolo illuminante, “La scomparsa dei fatti. Si prega di abolire le notizie per non disturbare le opinioni”. Se il vecchio imperativo era “i fatti separati dalle opinioni”, adesso il nuovo motto è “niente fatti, solo opinioni”. Il modo più semplice per cancellare i fatti è quello di non parlarne e ignorarli. Secondo Travaglio, “i fatti devono essere sostituiti con altri della stessa specie, usati come diversivi o coprenti”. Nello sciagurato caso in cui non fossero disponibili fatti sostitutivi, “non resta che inventarne qualcuno di sana pianta, oppure gonfiarne uno già esistente”.

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Nel 2006, stando al ritratto di Travaglio, era l’informazione italiana ad essere vista come “svuotata di contenuti, corrotta, mercenaria, sostanzialmente menzognera”. Un Paese in cui il giornalismo era il cane da compagnia o da riporto del potere, quando in America era considerato il cane da guardia. Oggi, invece, la fabbrica di bufale non risparmia nessuna nazione e nessun continente, trascinando i cittadini in uno stato di assuefazione e anestesia, in un contesto in cui menzogna e verità indossano le stesse vesti. L’individuo è il bersaglio inerte della bullet theory, bombardato da un flusso continuo di informazioni grazie alla pluralità dei mezzi di comunicazione. E’ un cittadino continuamente esposto, incapace di verificare di persona a causa di una discontinuità spazio-temporale o che preferisce fidarsi dei sedicenti esperti.

L’infotainment si basa sulle opinioni, manipola fatti scomodi e mira alla creazione di touchpoints, punti di contatto emotivi indispensabili per accrescere l’engagement del destinatario. L’interlocutore deve essere empatico, sentirsi coinvolto, appropriarsi di punti di vista esterni. Schütz ci insegna che l’essere umano accorda fiducia a chi condivide il suo stesso schema di rilevanza, ovvero attribuisce importanza alle stesse cose. I social media ci spingono a considerare rilevante ciò che la maggioranza ha approvato, condiviso, commentato, applicando filtri omologanti.

Tra i mezzi di informazione, Facebook ricopre un ruolo decisivo: il 44% della popolazione, infatti, si informa sul network di Zuckerberg. I fact-checker non assolvono più al proprio compito, le notizie non si verificano e i giornali sono spesso costretti a scusarsi e ritrattare le bufale spacciate per realtà. C’è la “presunzione” che tutti abbiano un’opinione su tutto e, cosa più importante, che tutti abbiano lo stesso diritto di esprimerla. I social network diventano i nuovi salotti del ‘700 in cui si creava “opinione pubblica”, ma il risultato è molto diverso dalla concezione di Habermas, nella misura in cui ne deriva non un’opinione pubblica, bensì un’opinione mediatizzata.

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L’informazione ha ovviato al bavaglio evitando di raccontare fatti scomodi, proponendo al pubblico ciò che vuole sentirsi dire perché il tasso di fruizione della menzogna è direttamente proporzionale alle sue dimensioni. Difficile smentire, soprattutto perché la smentita non equivale alla perdita di credibilità e nemmeno ad uno scandalo, perché “sbagliare è umano”. Nell’utilizzo dei social media si può individuare la perversione soggetto-oggetto teorizzata da Marx: mentre noi ci illudiamo di servirci delle piattaforme, queste ultime agiscono su di noi racchiudendoci in una echo chamber, proponendoci alcuni prodotti piuttosto che altri e richiamando la nostra attenzione su ciò che, secondo il profilo registrato, farebbe al caso nostro. Le opinioni vengono cosi amplificate e spesso distorte, ma è difficile sottrarsene o contrastarle.

Mentire sul conto dell’avversario in politica è una regola vecchia quanto la politica stessa e la cui trasgressione comporta il fallimento. Come in ogni agone, si deve barare anche solo un pò, gonfiare cifre, vestire panni sfavillanti, presentarsi come il nuovo messia: in parole povere, costruirsi un personaggio ad hoc in cui tutti speravano. La cosa che più lascia sgomenti è che quest’abitudine sia ormai diventata un must anche nel settore dell’informazione, inseritosi in un business di profitti che considera superato l’amore per la professione.

Un tempo erano le dittature a fondarsi sulla menzogna, visto che tutti gli organi di informazione erano rigidamente controllati e usati per la propaganda politica. Oggi si fa più fatica a credere che un sistema simile si sia esteso anche alle democrazie, ma forse è la conseguenza naturale della “libertà d’espressione”, che non ammette colpe né responsabili. I cittadini danno per scontato che il sistema complotti contro di loro, quindi maggiore sarà l’entità del complotto, maggiore sarà il consenso accordato. Gli elettori rivendicano la verità a parole, ma nel profondo sperano che il politico continui ad offrir loro quelle che Barbara Spinelli ha definito “menzogne calducce”.

Per sua natura, l’individuo è innamorato delle illusioni, è affezionato alle bugie come un cane al suo guinzaglio. In campagna elettorale tutto è concesso, a proprio danno e pericolo; ma che succede quando il politico vince grazie alle frottole raccontate? Come farà a mantenere le sue promesse? Una via d’uscita plausibile è fissare l’obiettivo, senza però indicare le vie che permetteranno di raggiungerlo, in modo da poter sempre dissimulare se mai ne venisse chiesto conto. Ma ciò non succederà, perché paradossalmente i cittadini amano informarsi da sé, ma puntualmente leggono solo ciò che vogliono filtrare.

Siamo tutti i cittadini che auspicano di essere bene informati di Schütz, perché ogni desiderio è lecito, ma che fatica realizzarlo.

Di Antonella Gioia