Le principesse Disney e il (falso) maschilismo

Può sembrare strano, eppure le fiabe della Walt Disney che vengono narrate nei grandi classici di animazione perseguono un becero e sottinteso maschilismo. Ma siamo sicuri che sia proprio così?

Nei giorni di Natale, la Rai ha voluto trasmettere in prima serata i grandi classici prodotti dalla Disney per poter così donare qualche ora lieta ai piccoli telespettatori e alle loro famiglie, senza volgarità od oscenità come sempre più spesso accade nei palinsesti televisivi. Biancaneve, Cenerentola e La bella addormentata nel bosco si sono distinti nel panorama dei cartoni animati, diventando dei veri e propri classici dell’animazione occidentale: traggono i loro motivi dalle fiabe europee, e nella loro dolcezza e semplicità narrativa hanno trovato lo slancio per divenire immortali – tralasciando, in questo caso, la bravura degli animatori e dei disegnatori della stessa Walt Disney – tant’è che uno di questi cartoni è godibile oggi come lo era quando uscì (è, in una parola, attuale). Il messaggio che accomuna questi capolavori per l’infanzia è semplicemente uno: amor vincit omnia, l’amore vince ogni cosa.

Eppure sembra che vi sia dietro dell’altro: nell’epoca della dietrologia e della falsa ermeneutica, pure le fiabe vengono accusate di sessismo e maschilismo. Alcuni studi del 2016, infatti, analizzando il numero delle battute e dei dialoghi, il comportamento e i complimenti che ricevono le principesse o i personaggi di sesso femminile e la loro presenza nella pellicola, sono giunti alla conclusione che i grandi classici della Disney siano stati portatori del più bieco sessismo nei confronti delle donne e delle ragazze. Andando un attimo più indietro con gli anni, però, già nel 2010 nella progressista Spagna di Zapatero venne calata la scure su Biancaneve, Aurora e Cenerentola: queste fiabe sarebbero piene di stereotipi, e contribuirebbero alla stagnazione della società nel maschilismo – condizionando le menti dei più piccoli. E al posto di queste smidollate e senza spina dorsale, nell’opuscolo distribuito dal Ministero dell’Uguaglianza – presieduto all’epoca da Bibiana Aído – si è pensato bene di inserire delle principesse dotate di grinta e carattere, pari se non più esuberanti degli uomini, con i quali, al massimo, si potrebbe stringere una bella amicizia; niente più sentimentalismi, e tanti cari saluti all’amore decantato da Saffo, Fabrizio De André e Dante Alighieri (sul cui capo già pende la spada di Damocle dell’islamofobia, dell’omofobia e dell’antisemitismo).

Su una posizione speculare si collocano gli artisti, intellettuali e columnist di testate e riviste già note per il loro orientamento che vedono nelle acerrime nemiche delle candide principesse, le regine e le streghe cattive, il simbolo per antonomasia dell’emancipazione femminile, che vengono sconfitte dal potente simbolo del patriarcato, il principe belloccio di turno (che non sempre dimostra di possedere grandi dote intellettive). Insomma, i cartoni animati della Disney non godono di una buona nomea tra gli ambienti liberal, progressisti e politicamente corretti: essi sarebbero una delle molteplici esternazioni del maschilismo patriarcale, con le quali tenere sotto scacco l’intera società occidentale. Senza curarsi che si sta parlando, discutendo e condannando delle fiabe popolari e tradizionali.

Qui casca l’asino: la fiaba non ha un autore, è il risultato di un lungo processo che accomuna intere culture e tradizioni; è anzi il prodotto di una dialettica tra popoli anche non contemporanei. Queste storie nascono nella notte dei tempi, e presentano dei motivi e delle situazioni, senza alcun fine ideologico o moralista, che verranno poi ripresi dai grandi autori della narrativa e della poesia (si potrebbe, qui, aprire una parentesi parlando di Fedro e di Esopo e delle loro favole, che invece avevano quella caratteristica di farsi beffe dei vizi umani, denigrarli e quindi offrire una morale da perseguire. Ma non è questo il caso). Le fiabe hanno in loro l’immenso potere di poter portare l’ascoltatore o il lettore in un mondo diverso da quello in cui si vive, fantastico e immaginario, dove sì ci sono sfide e contraddizioni ma più o meno tutte facilmente risanabili in un modo o nell’altro. Di per sé la fiaba è il sogno di una cultura, di un popolo, di una tradizione; è paragonabile al mito, anche se questo si attiene al fenomeno religioso. È la fuga dal reale fisiologica e spontanea, e non per ultimo è l’accumulo nel tempo di un lungo processo narrativo che trova poi la sua sistemazione nelle raccolte che fecero tra gli altri i fratelli Grimm o Perrault.

Senza curarsi delle pieghe cruente delle versioni originali, la Disney nel rivolgersi ad un pubblico prevalentemente di bambini e infanti ha voluto modellare le sue fiabe verso un finale lieto e che non spaventasse gli spettatori. Questa è l’unica critica plausibile ai suoi lavori: il lavoro filologico è volutamente assente, ma il motivo è più che giustificabile. Non c’è spazio per altro: le interpretazioni citate all’inizio di questo articolo mancano l’obiettivo – vale a dire la critica – perché partono da un presupposto sbagliato, cioè analizzare un’opera senza contestualizzarla; e perché presumono che nelle storie e nelle fiabe si nasconda il germe maschilista che, una volta contagiati i bambini, si rende inestirpabile.

È illogico giungere a queste conclusioni: perché nulla di quanto è stato sostenuto può reggere alla prova dei fatti, sono elucubrazioni basate su alcun dato; una fiaba non può essere maschilista perché la sua nascita non è connaturata ad alcuna intenzione sessista e fa parte da tempo immemore del patrimonio culturale e tradizionale di un popolo o di un continente. Allo stesso modo dei poemi che studiò il filologo Milman Parry mentre affrontava la questione omerica nei Paesi slavi; e allo stesso modo delle storie tradizionali russe che ispirarono la serie animata di Masha e Orso, al centro anch’essa di un curioso e particolare caso diplomatico in cui si accusava, neanche farlo apposta, la Russia di Vladimir Putin di fare propaganda pro domo sua attraverso il cartone animato.

Polemizzare di sessismo, maschilismo e femminismo sui cartoni animati, vedendo il negativo anche dove non c’è – e senza contestualizzare l’epoca in cui sono usciti nelle sale cinematografiche (le mentalità degli anni ’30 e ’50 erano nettamente diverse da quella contemporanea) – non può che essere controproducente per una campagna che può anche avere nobili intenzioni: la parità tra uomo e donna. Ridicolizza chi combatte con senno. Quello che manca a chi ha sollevato questo polverone mediatico, e accademico, sugli ismi presenti nei cartoni animati, senza capire di avere davanti delle fiabe e dei sogni che, come tali, non possono far altro che essere vissuti e basta, senza domandarsi sul chi, sul come, sul cosa, sul perché.

Alessandro Soldà

Alessandro Soldà
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È nato a Valdagno (Vicenza) nel 1996; dopo la maturità classica al liceo Pigafetta di Vicenza, studia ora Filosofia all’Università degli studi di Trento. Si occupa di filosofia, politica e società.