Lettera a un giovane precario che si è suicidato

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Navigando su internet mi sono imbattuto in una notizia drammatica. Una di quelle che non puoi non leggere. Il titolo: “La lettera di Michele che si è ucciso a trent’anni perché stanco del precariato e di una vita fatta di rifiuti” preannunciava l’atto estremo di un ragazzo che ha espresso la sua sofferenza per una vita di sistematico precariato che riguarda la mia e la prossima generazione. Non ho potuto non leggere la lettera del giovane Michele perché – da giovane che ha aspirato ad essere un buon imprenditore e che ha sbattuto contro il muro della burocrazia e della miopia del vigente sistema a-popolare fino a dover chiudere l’azienda – non potevo che riconoscermi nelle sue parti di protesta. E non potevo che protestare per il suo atto estremo, l’ennesimo che va annoverato tra i “suicidi da crisi economica” e che io non mi stancherò di definire “omicidi di Stato” causati dalla sua struttura marcia di burocrati, di trafile di scartoffie,  di  cecità politica, di nulla culturale al quale sta condannano milioni di nostri giovani.

Caro Michele,

ho letto la tua lettera e non posso che piangere per l’ennesima morte provocata da questa cultura dello scarto. Siamo una società che scarta i nascituri, scarta gli “inutili”, scarta i giovani, scarta gli anziani, scarta i morenti.

Non sono d’accordo sul tuo gesto, la vita è un dono, una ricchezza troppo grande da poterla usare come strumento di protesta. Non ti giustifico, ma ti capisco, comprendo il tuo dolore. Altro non posso fare. Le mie parole sono pula gettata al vento, la tua scelta è irreversibile. Non hai resistito ed ora potrai conoscere che al-di-là dell’esistenza biologica non c’è il nulla assoluto. Ma ciò non spiega il fatto che al-di-qua tu non abbia trovato la pienezza, ma il nulla che ti ha portato al gesto estremo di protesta.

Sei un giovane come tanti, come troppi, come me, che ha protestato contro il nichilismo di questa società opulenta ed ammalata di avarizia, di idiozia, di individualismo estremo che promette il massimo del successo lasciando dietro di sé una scia sterminata di deserto sociale e morte. Forse ti scrivo perché di fronte ad un gesto come il tuo, in cui la volontà di potenza dell’uomo pare esprimersi nel massimo delle sue possibilità, il senso di impotenza è struggente. Forse ti scrivo perché il tuo gesto non può e non deve essere ripetuto. Sarebbe la vittoria di chi ha creato le condizioni per cui noi giovani siamo degli scartati.

E allora mi rivolgo a voi, genitori di Michele. Non posso immaginare il dolore che state provando, ma vorrei poter portare nel mio cuore un pezzo di quella croce così pesante che vi siete ritrovati addosso. Vorrei potervi asciugare le lacrime, pur sapendo della vanità del mio gesto.

Vostro figlio è l’ennesima vittima di questo Stato omicida fin dal principio, non incolpatevi. Ma voi genitori non potete arrendervi, non potete non resistere. Portate avanti la battaglia di vostro figlio, nel nome dei tanti figli d’Italia lasciati indietro dai miti del progresso, progresso cinico ed avido che ingrassa pochi per affamare i molti.

La nostra gioventù non può morire così, perché troppi ne sono già stati uccisi. La nostra gioventù non può nemmeno vivere nel dramma che ha vissuto Michele. La nostra gioventù non può essere educata al precariato della vita, non può essere abituata alla precarietà delle relazioni, non può essere obbligata a vivere un’esistenza di non-senso. O l’alternativa al suicidio sarà la rivolta.

Caro Michele non ti conosco, mi è soltanto capitato di leggere la tua lettera e di sentire echeggiare nella mia testa il grido di dolore che hai voluto sopprimere. Non posso ignorarti. Sarebbe partecipare dell’ignoranza di questo Stato che ti ha schiacciato. So che queste mie parole sono inutili quanto i colloqui di lavoro che hai fatto, spero soltanto possano aiutare qualcun altro a trovare la forza di resistere ancora un altro po’, in attesa di un domani migliore. Perché anche domani il sole sorgerà.

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