Mauro De Mauro, una storia dimenticata

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La vicenda del giornalista scomparso Mauro De Mauro contiene in sé tutte le caratteristiche essenziali del delitto di Stato. Di storie come la sua ne è purtroppo piena la memoria del nostro paese, casi in cui i protagonisti sono: depistaggi, mafia, piani alti dello stato, funzionari deviati, moltissime ombre e questioni irrisolte. Casi dove molto spesso si capisce subito che la verità non verrà mai a galla e chi ha architettato tutto non sarà mai punito.

Mauro De Mauro era un giornalista del quotidiano palermitano L’Ora che scomparve il 16 settembre del 1970 mentre stava rincasando dopo una giornata di lavoro. Ad averlo potuto raccontare è stata la figlia Maura, che lo aveva visto parcheggiare l’auto e fermarsi a prendere delle carte di lavoro dal sedile; siccome dopo alcuni minuti il padre non era ancora entrato in casa, si riaffacciò e lo vide allontanarsi alla guida della sua bmw scura in compagnia di tre uomini che erano improvvisamente apparsi. Da quel momento non si ebbero più notizie dell’uomo, la cui automobile fu ritrovata la mattina successiva, e non fu nemmeno mai ritrovato il corpo. Questi sono gli unici fatti certi, tutto il resto troppo nebbioso per individuare mandanti ed esecutori materiali del presunto delitto, tanto che proprio quest’anno, a quarantacinque dalla scomparsa, Totò Riina, unico imputato accusato di aver pianificato l’omicidio, è stato assolto in cassazione, lasciando così il caso senza colpevoli. Nel corso degli anni ci sono state diverse versioni della vicenda fornite da collaboratori di giustizia e pentiti, che però a volte entravano in contraddizione fra loro. Una delle più importanti è sicuramente quella di Tommaso Buscetta, forse il più famoso collaboratore di giustizia, che affermò come: «il rapimento di Mauro De Mauro […] è stato effettuato da Cosa Nostra. De Mauro stava indagando sulla morte di Mattei e aveva ottime fonti all’interno di Cosa Nostra. Stefano Bontate venne a sapere che De Mauro stava avvicinandosi troppo alla verità – e di conseguenza al ruolo che egli stesso aveva giocato nell’attentato – e organizzò il “prelevamento” del giornalista in via delle Magnolie. De Mauro fu rapito per ordine di Stefano Bontate che incaricò dell’operazione il suo vice Girolamo Teresi […]. Era stato “spento” un nostro nemico e si dette per scontato che Stefano Bontate, Gaetano Badalamenti e Luciano Liggio avessero autorizzato l’azione». Altre testimonianze dei collaboratori Antonino Calderone e Francesco Di Carlo, collegano invece il rapimento con la volontà di mettere a tacere chi si stava facendo troppe domande sul Golpe Borghese, ovvero il tentato colpo di Stato in Italia che sarà messo in atto poco tempo dopo la morte del cronista, nella notte fra il 7 e l’8 dicembre del 1970.

Si capisce subito quindi come non si possa classificare il caso De Mauro come un fatto di mafia, non lo è stato, o meglio non solo. Si può notare come Cosa Nostra sia stata qui, come in tante altre tristi pagine della storia italiana, solo il braccio armato di qualcuno più in alto, qualcuno che ha “appaltato” alla mafia la parte esecutiva, per ragioni che vanno però cercate altrove. Ed infatti le indagini condotte da polizia e carabinieri, sotto il comando di due uomini che successivamente cadranno sotto i colpi di Cosa Nostra, rispettivamente Boris Giuliano e Carlo Alberto dalla Chiesa, si concentrarono sul comprendere che legami potesse avere il giornalista con il caso Mattei e con il Golpe Borghese.

L’ipotesi comunque più valida resta quella per cui De Mauro sia stato messo a tacere per il materiale ed i nomi trovati indagando sullo strano “incidente” aereo che aveva causato la morte di Enrico Mattei. Infatti nell’estate del 1970 il regista Francesco Rosi aveva incaricato il giornalista di ricostruire gli ultimi due giorni di vita trascorsi in Sicilia dal numero uno dell’Eni, per il suo film “Il caso Mattei”, che poi uscirà nel 1972. Probabilmente De Mauro aveva capito con quarant’anni d’anticipo che qualcuno aveva piazzato una piccola carica esplosiva sull’aereo e che quindi nel 1962 era stato un attentato a far precipitare il Moraner-Saunier, l’aereo che stava riportando Mattei da Catania a Milano. Colleghi e familiari hanno dichiarato che tutto il materiale raccolto era custodito da De Mauro in una cartellina gialla che portava sempre con sé negli ultimi giorni di vita ma che di cui non si sono avute più notizie (non può non venire in mente l’analogia con la più famosa agenda rossa di Borsellino, forse la causa della sua morte). Enigmatica è a questo punto la frase che Leonardo Sciascia pronunciò sul giornalista scomparso: «De Mauro ha detto la cosa giusta all’uomo sbagliato, e la cosa sbagliata all’uomo giusto». L’uomo sbagliato risponde al nome di Graziano Verrotto, personaggio che gli stessi giudici della Corte d’Assise di Palermo definiscono come il più controverso dell’indagine, ma di cui forse De Mauro si fidava, al punto da consegnargli la cartellina affinché arrivasse così nella mani di Rosi. Verrotto, ex partigiano “bianco”, all’epoca segretario regionale della Democrazia Cristiana, era stato capo delle pubbliche relazioni dell’Eni in Sicilia quando Mattei era ancora vivo. Ed è proprio lui che quando capisce che De Mauro è troppo vicino alla verità incarica qualcuno di eliminarlo, solo dopo aver le messo le mani sui documenti del giornalista, due giorni prima delle sua scomparsa, quando è accertato dalla magistratura il loro ultimo incontro. Troppe sono inoltre le coincidenze che coinvolgono la figura di Verrotto: a parte le vittime dell’attentato è l’unico ad aver volato sull’aereo di Mattei, la notte tra il 26 e il 27 ottobre, è sempre lui ad essere presente all’aeroporto di Fontanarossa la mattina del sabotaggio, ed è ancora lui l’uomo che illude il pilota Irnerio Bertuzzi prospettandogli un futuro di manager privato in una società aerea regionale, che però è già in liquidazione. Nell’estate del ’70 erano infatti in corso le manovre per la successione ad Eugenio Cefis al vertice dell’Eni e Verzotto era uno dei papabili aspiranti; ma quando si rese conto che la sua posizione poteva essere messa in pericolo dall’eccellente lavoro di ricostruzione di De Mauro, approfittando del fatto che quest’ultimo andò proprio da lui per le ultime conferme, decise che era troppo e incaricò i boss Stefano Bontate e Giuseppe Di Cristina di agire.

Ad oggi entrambi i casi, la scomparsa di De Mauro e la morte di Mattei, sono classificati come casi chiusi senza colpevoli, capitoli di storia da studiare, eventi di cui la verità non verrà mai a galla. Se infatti in economia ci sono banche “too big to fall” – troppo grandi per cadere – in Italia ci sono pentole che non verranno mai scoperchiate perché allora si dovrebbe riscrivere la storia.

Luca Peluzzi

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