Radio Radicale verso la chiusura?

Radio Radicale, ovvero la quarantennale esperienza radiofonica nata da militanti di partito e divenuta mezzo di interesse pubblico, rischia di chiudere, una volta di più. E una volta di più si rende necessario ribadire il grave danno alla pluralità d’informazione in caso terminasse questa lunga esperienza.

L’emittente nacque nel 1976 sulla scia di molte altre radio indipendenti, differenziandosi però nella non volontà di adesione ai manifesti della controinformazione, ma anzi ponendosi nel solco dell’informazione canonica come vera e propria alternativa alla Rai. L’aggettivo radicale dunque non ha mai inteso l’appartenenza al partito, quanto piuttosto una metodologia deontologica, di informazione imparziale, professionale e libera. La radio impose quasi subito nuovi standard quantitativi e qualitativi, cambiando fortemente il rapporto tra popolo e politica grazie soprattutto alle continue dirette sulla vita parlamentare. Primo medium quindi a portare i palazzi della politica nelle case degli italiani, a limare le distanze tra potere ed elettori. Oltre a questo, un continuo lavoro di informazione sulla geopolitica, la sociologia, l’ecologia e le importantissime registrazioni di commissioni parlamentari, processi – civili e militari – e congressi di partito, formando un archivio audio e video tra i più vasti d’Italia, già dichiarato nel 1993 “di notevole interesse storico” dalla Soprintendenza Archivistica del Lazio.

La radio rischiò la chiusura già nel 1986, evitata grazie all’estensione dei finanziamenti all’editoria di partito anche alle radio. Quattro anni dopo invece le venne riconosciuta la funzione di impresa radiofonica privata che ha svolto attività di interesse generale, di fatto grazie all’attività suppletiva alla Rai nell’ambito del servizio pubblico per le trasmissioni parlamentari. Ottenne quindi una convenzione con lo Stato che consentì di “aggirare” il monopolio Rai, a condizione che la radio continuasse a trasmettere almeno il 60% delle ore di seduta annuali delle due camere tra le 8 e le 20. Conseguentemente la Rai venne obbligata, grazie alla legge Mammì dello stesso anno, a svolgere trasmissioni dal Parlamento, cosa che inizierà a fare solo nel 1997, venendo subito bloccata in favore di Radio Radicale, che svolgeva un servizio più completo e costava meno.

Non è la prima volta che la politica prova a far chiudere i battenti a Radio Radicale. Come accennato sopra, nel 1997 l’allora Presidente del Consiglio Prodi provò a far cessare la convenzione ma dovette ritirarsi dopo numerose proteste dal mondo politico e culturale, rinnovando il contratto per 3 anni e stabilendo una gara pubblica per il successivo rinnovo. Radio Radicale vinse la gara come unica partecipante ed incassò il rinnovo della convenzione, inserito spesso nelle finanziarie, per tutti gli anni successivi, almeno fino ad oggi. Nell’attuale manovra di bilancio del governo Conte è previsto un taglio di circa il 50% del finanziamento dopo maggio 2019, nonché l’abolizione della legge che nel 1990 portò alla convenzione a partire dal 2020, decretando quindi la morte di fatto della radio. Nei decenni scorsi, oltre ai radicali, diverse voci dal mondo politico e culturale si levarono in risposta alla paventata chiusura, ma od oggi la notizia sembra passata nel completo silenzio istituzionale e mediatico. La morte di Marco Pannella nel 2016, da sempre orgoglioso sostenitore della radio, è stata una vera tragedia per l’emittente, che si vede privata di una figura che è sempre stato difficile scavalcare nei vari tentativi di affossamento. Emma Bonino, uno degli ultimi grandi vecchi del partito, ha perso troppo peso politico e sociale.

I membri del direttivo, in una recente conferenza stampa organizzata dall’associazione stampa estera in Italia, e principalmente l’editore Maurizio Turco, individuano cause prettamente politiche. L’AD Marco Chiarelli fa sapere che un anno di messa in onda di Radio Radicale costa quanto un giorno di messa in onda Rai, ed aggiunge inoltre che all’emittente nazionale sono stati devoluti circa 40 milioni di euro in più rispetto agli anni scorsi. Dietro le decisioni di palazzo Chigi non sembrano esserci dunque motivazioni economiche o di spending review, ma appunto calcoli politici. In un clima poco ottimistico il direttivo spiega le difficili trattative con il governo, e parla di alcune soluzioni possibili, tra le quali l’accorpamento dei lavoratori alla Rai o la privatizzazione della radio, con la quasi inevitabile perdita del servizio pubblico. Forse l’unica colpa da imputare a Radio Radicale è l’aver perso mordente sul nostro tempo, il non essersi accorti che in un mondo accelerato o ti adatti o muori, l’aver scambiato integrità e integralismo. La predisposizione di un piano B o una maggiore cura della parte commerciale avrebbe forse salvato la radio in questi tempi cupi. Ma più che colpa qui si parla di ingenuità.

Marco Taviani

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