Reclamiamo, tutti, il diritto all’ozio!

L’uomo lavora, produce per realizzarsi od emanciparsi sulla scia del pensiero liberista e marxista; la sua vita è incentrata sulla produzione e non è ben visto il riposo, men che meno l’ozio perché pregiudica il lavoro: non si guadagna. Le serrande dei negozi, delle aziende e dei supermercati debbono rimanere alzate, siamo in periodo di crisi e di recessione, guai ad abbassarle: il profitto se ne va verso altri lidi, bisogna impedirlo.

L’Occidente è entrato in questo circolo vizioso. Si è assuefatto del mito del guadagno e questa dipendenza è dura a morire: perché è profondamente legata, pure, alla sopravvivenza dell’individuo, per mangiare e per vivere con decoro bisogna ricevere uno stipendio. Non se ne esce.

Il denaro è la nostra spada di Damocle. A ben guardare, però, chiunque di noi ha una certa libertà di azione anche a discapito di questa lama che pende sulla nostra testa; non è il rifiuto del lavoro, ma farsi largo in esso per ricavare uno spazio – e per niente piccolo – all’ozio. Anzi, per reclamarne il diritto a piena voce. In un’epoca dove i diritti viaggiano sull’onda delle mode e degli slogan dell’iperindividualità, giusti o sbagliati che siano ora non ci interessa, e veloci come il vento, dovremmo tornare a guardare al riposo e alla pace dei sensi come la summa della vita dell’uomo.

Non significa però bighellonare, l’ozio: se il primo è un vizio, il secondo è una virtù già coccolata e decantata dai Romani; è nell’otium che si crea, si filosofa, si vive. Ma è anche un privilegio, ci si può dedicare solo se si ha abbastanza tempo, che oggi manca, non c’è più. Il circolo vizioso del lavoraproduci (consuma)crepa ha eliminato anche la voglia di ritagliarsi un’ora o un giorno in cui oziare. È faticoso. È più comodo rimanere incollati alla televisione o al computer o al telefono e navigare su Facebook, Instagram, Netflix: sono prodotti semplici e che non richiedo chissà quale sforzo intellettuale, è tutto pronto. Il consumatore deve soltanto mandare giù il boccone. Più facile di così.

Questo atteggiamento alla lunga ha una triste conseguenza: l’inaridimento del pensiero. Mentre leggiamo un libro ci impegniamo a comprendere il testo, poesia o prosa che sia, anzi penetriamo nell’animo dell’autore, dialoghiamo con lui: Niccolò Machiavelli indossava la toga romana quando voleva leggere Tito Livio; così facendo, affermava, poteva entrare in contatto direttamente con gli antichi. Quando commentiamo con un’emoticon o vediamo un meme su internet, la comunicazione è fin troppo immediata, non lascia spazio alla fantasia o all’immaginazione, il difficile sorge quando affrontiamo un testo scritto, un libro, un articolo di giornale.

Che sono nati, questi, dalla penna di qualcuno attraverso un lavorio impegnativo, ozioso, al di là del lavoro produttivo e pratico; la produzione letteraria e artistica nasce dall’evasione, la libertà, è ovvio, pure. Hanno un comune denominatore: il riposo, fuori dai denti quello passato a dialogare con se stessi e con l’altro. Per quanto possa apparire paradossale, è un riposo produttivo, ma non in termini capitalistici, tutt’altro: umani.

Cercare di riaffermare a viva forza il diritto a ripensare il riposo come ozio non è che ritornare al pensiero, cioè a quella caratteristica che è unica nel suo genere e che possiede soltanto l’uomo. Come si fa dunque? Un primo passo in questa direzione è sfruttare il tempo libero a nostra disposizione, eliminando ogni tipo di distrazione tecnologica come telefoni, computer, televisioni, e assaporando il silenzio e il profumo delle pagine di un libro o di un giornale; e parlare, parlare tanto, dialogando con l’altro e con noi stessi. Ci sarebbe anche altro: immergersi nella natura, respirando l’odore dei boschi o del mare, camminando a piedi nudi lungo prati o spiagge, a voi la scelta.

Non significa bighellonare: questa è una perdita di tempo oramai commercializzata, prodotta, svenduta con abbonamenti a prezzi irrisori a chi non vuole pensare e a mettersi in gioco. L’ozio è l’esatto opposto. Vuol dire vivere. Ecco perché oggi se si vuole rivoluzionare il mondo si deve fare soltanto una cosa: oziare.

Alessandro Soldà

Alessandro Soldà
Informazioni su Alessandro Soldà 44 Articoli
È nato a Valdagno (Vicenza) nel 1996; dopo la maturità classica al liceo Pigafetta di Vicenza, studia ora Filosofia all’Università degli studi di Trento. Si occupa di filosofia, politica e società.