Referendum migranti: tra Orban e l’UE finisce in parità

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Chi ha studiato storia romana certamente ricorderà la figura di Pirro, il re dell’Epiro che, pur di battere i romani, subì delle perdite talmente ingenti da perdere poi la guerra.

Tra le vittorie pirriche può essere annoverato anche il referendum sui migranti che si è tenuto ieri in Ungheria: anche se i risultati definitivi verranno dichiarati solo mercoledì, quando verranno scrutinati i voti per posta, si possono già tirare le prime somme al riguardo.

La consultazione referendaria, fortemente voluta da Viktor Orban, Primo Ministro ungherese e leader del partito di governo Fidesz, aveva lo scopo principale di dare l’ennesima “spallata” all’Unione Europea, su un tema attualmente caldissimo come quello dei migranti: il quesito infatti era “Volete che l’Unione Europa possa imporre il reinsediamento obbligatorio di cittadini non-ungheresi in Ungheria anche senza l’approvazione dell’Assemblea Nazionale?“.

Una domanda molto chiara e chiaramente indirizzata verso quella politica anti-europeista che Orban sta portando avanti dal suo secondo insediamento nel 2010. Tuttavia, Orban e i suoi devono aver “sbagliato” i conti.

Se i “No” hanno ottenuto un larghissimo consenso (circa il 98%) tra gli elettori, proprio questi ultimi sono il dato che rischia di rendere vano il referendum: l’affluenza, infatti, è stata “solo” del 42,7%.

Cifra che non consente, dunque, una validità al referendum. Tuttavia bisogna portare alcune attenuanti a supporto di Orban: prima fra tutte, l’idea era quella di un referendum consultivo, dove il quorum non è necessario, tanto che lo stesso premier ha dichiarato “non importa se il referendum sarà valido o meno: conseguenze giuridiche ci saranno comunque“.

In secondo luogo, va detto che tutti i partiti di opposizione ad Orban (tranne il partito comunista che ha appoggiato il “no”) si erano schierati per l’astensione, confidando nel non-raggiungimento del quorum.

Inoltre, bisogna aggiungere che quello dell’affluenza è un dato storicamente “basso” in Ungheria: basti pensare che alle ultime elezioni parlamentari (2014) si è astenuto quasi il 40%, mentre dieci anni prima, al referendum sull’ingresso nell’Unione Europea, votarono solo il 45,6% degli ungheresi.

Se dunque, sostanzialmente, il referendum non può considerarsi del tutto “valido”, sicuramente bisognerà tenere conto della volontà di oltre un terzo degli ungheresi, che ha votato compattamente per il “no” alle quote di migranti imposte da Bruxelles.

Vittoria, sconfitta o pareggio che sia, la riflessione da fare per l’Italia è un’altra: abbiamo ormai molteplici esempi, intorno a noi, di politiche migratorie ben più restrittive e “aggressive” di quella nostrana e l’impressione è che si sia troppo succubi delle decisioni europee.

Probabilmente la mente di tutti, parlando di “muri” contro gli immigrati, va a Donald Trump: ma mentre il repubblicano, non essendo ancora eletto, ha solo parlato del “wall” da issare al confine tra Stati Uniti e Messico, c’è chi ha istituito altri muri, uno fisico e l’altro istituzionale.

Il muro fisico è quello che, secondo la cronaca, il governo britannico intende costruire nella città di Calais, in Francia, per arginare l’immigrazione. Il Regno Unito, che pagherà tutte le spese, ha deciso di dedicare tempo e denaro in questo muro in chiave protettiva, per evitare dunque il flusso di clandestini che dalla Francia giungevano poi a Dover.

Il muro istituzionale, invece, è quello eretto la scorsa settimana nel Ticino, in Svizzera. Qui una consultazione referendaria ha posto un argine al mercato dei “frontalieri”, i quasi 60 mila italiani che, dalle provincie di Como e Varese soprattutto, valicano i confini per andare a lavorare tra gli elvetici.

La consultazione referendaria del 25 Settembre sull’immigrazione, giunta dopo quella del 9 Febbraio 2014, quando con il 50,5% gli svizzeri ha accettato un’iniziativa del governo contro l’immigrazione di massa, ha de facto dichiarato che i ticinesi, forti del 58% dei voti validi, dovranno favorire i loro connazionali nelle assunzioni rispetto agli italiani.

Un esito per noi italiani beffardo, dal momento che mentre gli altri stati europei e mondiali cercano di pensare una strategia per limitare questi afflussi, l’Italia continua a stare a guardare, in nome dell’Unione Europea e delle sue politiche che non percepiscono l’insoddisfazione delle popolazioni locali, soprattutto degli stati del sud Europa.

Piccola curiosità: nemmeno il referendum svizzero ha raggiunto il quorum (45%), ma non essendo sotto il giogo europeo, il governo svizzero potrà agire come meglio ritiene.