Roma, duplice omicidio Ponte di Nona: parla il rapper amico di una delle vittime

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“Fabrizio Ventre era una colonna portante per noi di Ponte di Nona. In passato, da giovane, ha sbagliato come tanti. Da quando è nata la sua bambina, però, aveva deciso di mettere la testa a posto. Di cambiare vita. Per questo mi chiese di scrivere una canzone per lei che raccontasse la sua storia. E io così ho fatto”.

A parlare con Roberto Arduini e Andrea Di Ciancio, conduttori di ECG Regione, format di Radio Cusano Campus, l’emittente dell’Università degli Studi Niccolò Cusano (www.unicusano.it) ,  è Alessio Trascetti in arte Trascio, giovane rapper molto noto nella borgata romana in cui lunedì sera si è consumato il duplice omicidio di Fabrizio Ventre e Mirko Scarozza.

Racconta il rapper: “Qui a Ponte di Nona la situazione non è facile. La canzone’ Dedica Speciale’ mi chiese di scriverla lui, per la figlia. Doveva essere una cosa solo nostra, ma considerato quello che è successo ho deciso di farla ascoltare a tutti, per salutarlo a modo mio. Nel brano canto io ma è come se parlasse lui. Si parla di un ragazzo che da giovane ha fatto tanti sbagli, per tanti anni. Un ragazzo cresciuto nel degrado cresciuto in mezzo a problemi e a fallimenti, in una giungla che rischia di succhiarti la vita giorno dopo giorno ma che nonostante tutto non è caduto tutto, ha stretto tutto e ha provato ad andare avanti e cambiare dopo la nascita della figlia. L’avrebbe voluta proteggere da ogni cosa”.

Ancora Trascio, amico di Fabrizio Ventre: “Era una persona solare, allegra, che riusciva a strapparti un sorriso anche se nella tua giornata era andato tutto male. Una grande persona che non si meritava di fare la fine che ha fatto. La canzone mi aveva chiesto di farla per la figlia. Mi ha chiesto di scrivere una cosa che rappresentasse lui. Nella prima parte si parla dei danni e degli errori che facciamo tutto, ma poi quando è nata la figlia ha deciso di cambiare, anche se in questa zona non è facile cambiare vita, perché qui o fai questo o non fai altro…”.

La vita in borgata è difficile: “Noi siamo ragazzi, qui non c’è niente. Se vogliamo uscire, prendere un gelato, fare qualsiasi cosa, per noi è impossibile. Qui la vita è complicata, però siamo tutti molto uniti. Se succede una cosa lo sappiamo tutto, ci conosciamo tutti. Fabrizio qui lo conoscevano tutti, sapevamo che persona era, gli volevamo bene, un bene immenso. Lui era un pezzo portante della nostra zona. C’è rabbia e volontà di capire che cosa è successo”.

[Photocredit roma.repubblica.it]

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