Uranio impoverito, morto militare dimenticato dallo Stato

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E’ morto martedì sera, in un ospedale di Verona, Gianluca Danise, maresciallo incursore dell’Aeronautica Militare, che aveva prestato servizio in tante missioni all’estero (Kosovo, Albania, Eritrea, Afghanistan, Iraq e Gibuti). E proprio in Iraq, a Nassiriya, si trovava quel maledetto giorno del 12 novembre 2003, in cui persero la vita 19 italiani, fra carabinieri e militari dell’esercito. Gianluca lavorò per ore nei 40 gradi all’ombra di quella terra rovente per ricomporre i corpi dilaniati dei colleghi e riuscire a consegnare le salme alle famiglie. A causare la sua morte un cancro causato dall’esposizione all’uranio impoverito, così come spiega Domenico Leggiero, coordinatore dell’Osservatorio Militare, organo che tenta di denunciare da anni i danni causati da questo elemento killer, il quale avrebbe già provocato la morte di 321 soldati italiani. Il militare era originario di Napoli, sposato, e con una figlia di un anno, l’unica gioia in questi ultimi cinque anni di calvario e dolori, dopo che ha scoperto la malattia nel 2015 al ritorno dalla sua seconda missione in Afghanistan. Nelle sue ultime volontà ha chiesto di essere posto nel feretro in divisa, “solo con i nastrini”, e avvolto nella bandiera italiana.

«Gianluca – racconta Leggiero – Non ha mai smesso di credere nei valori di un soldato pur capendo che non sono gli stessi dei generali che avrebbero dovuto tutelarlo. Umiliato e offeso dalle Istituzioni non è riuscito neanche ad ottenere il diritto alla sua pensione giustamente maturata. Era emozionato – ricorda – quando lo scorso anno sentì il ministro Pinotti al telefono, credeva in uno scherzo goliardico tra amici, invece era vero, vero al punto tale che anche noi tutti sperammo che finalmente il silenzio e l’omertà che avvolge i nostri governanti quando si parla di uranio impoverito fosse finita. Ma era solo un’illusione»

Di sicuro Gianluca Danise incarnava i più alti valori di un cittadino e militare. Si poneva sempre con onore e dignità davanti agli immensi sforzi che la vita gli poneva davanti. Non ha mai smesso di lottare per ottenere giustizia per sé e i suoi colleghi, vittime di uno Stato che non ha saputo tutelare chi con coraggio lo ha servito. Lo stesso Stato che continua silenziosamente a non voler ammettere le forti correlazioni tra esposizione all’uranio e insorgere di tumori, e che si copre di omertà e complicità nel non aver saputo fronteggiare questo “effetto collaterale” a danno dei suoi stessi uomini nella numerosi missioni di pace a cui l’Italia ha partecipato.

Negli ultimi dieci anni infatti sarebbero 3.700 i reduci da missioni all’estero che hanno avuto un tumore. In 532 hanno richiesto un risarcimento al ministero della Difesa, ma nessuno di loro ha ancora visto un euro. Il comune denominatore fra questi persone è l’insorgenza di forme tumorali, tutte piuttosto simili fra loro, e il rientro da missioni di pace all’estero in Somalia, Kosovo, Jugoslavia e Afghanistan. Tutti questi uomini si sentono però rinnegati da quello stesso Stato che hanno servito fin da ragazzi, dimenticati dalle istituzioni e snobbati dalle autorità alle quali hanno chiesto aiuto. Centinaia di questi soldati hanno inondato il Ministero delle Difesa e le più alte istituzioni militari di lettere, telefonate e richieste d’aiuto, ma il silenzio di chi occupa posti di comando li ha spinti a rivolgersi a tribunali civili, che infatti in questi anni hanno registrato una lunga serie di condanne, le quali però non hanno mutato il modo in cui lo Stato indecorosamente tratta queste vicende. Eppure le autorità italiane conoscono già da tempo i rischi delle esposizioni da uranio impoverito, almeno dal 1999, cioè da quando l’U.S. Army divulgò un’informativa rivolta ai vertici militari di tutti i Paesi presenti in missioni nella ex Jugoslavia sulla pericolosità delle neo-particelle di uranio impoverito. Il documento illustrava come difendersi dai rischi dovuti al contatto con l’uranio, ma chi prestò servizio in quegli anni conferma come l’esercito italiano non usasse le necessarie precauzioni. Il capitano Enrico Laccetti, alto ufficiale della Croce Rossa, che per quasi dieci anni ha prestato servizio nei Balcani, racconta che “noi italiani operavamo a mani nude, con il volto scoperto, senza maschere, in territori altamente inquinati da proiettili di uranio impoverito, ancora conficcati al suolo. Poi vedevamo i soldati statunitensi tutti bardati, con divise ultratecnologiche che sembravano sbarcati da un film di fantascienza, ma quando abbiamo chiesto ai nostri superiori perché fossero così protetti – e noi invece no – loro ci rispondevano: sono americani, sono esagerati. Non preoccupatevi: è tutto a posto”.

E così davanti a uno Stato ingrato e complice questi uomini rimangono abbandonati a combattere soli con le proprie famiglie il loro dolore. Gianluca Danise non fa eccezione e nel suo sito web, una sorta di diario di viaggio da quando la malattia l’ha colpito, oltre a consigli e incoraggiamenti per chi si trova nella sua situazione, lascia trasparire anche strazianti emozioni e confessioni legate ai suoi mali, di cui ammette avere molta paura: “Ho paura di morire e non poter dare un futuro a mia moglie e a mia figlia. Ho paura di morire prima di aver sistemato la maledetta burocrazia militare e civile. Ho paura di non avere abbastanza disponibilità economica per curarmi, ma a maggior veduta mi preoccupa dovermi curare e togliere i soldi alla mia famiglia, ma fino a quando avrò aria nei polmoni non mollerò”. Ma oltre alla paura comunica anche le sue grandi sofferenze: “Soffro perché mia moglie mi coccola ed io a volte sono freddo, ma ho mille pensieri che mi turbano la mente. Soffro perché sono troppo spesso senza forze e questo mi abbatte moralmente, non sono quello che vorrei essere. Soffro per la caduta dei capelli. Soffro perché i vestiti mi vanno larghi, non mi piaccio. Soffro perché non riesco a praticare dello sport, adoravo la bici, le maratone e le mezze, il combattimento corpo a corpo, le immersioni e i lanci. Soffro perché non riesco a fare delle semplici passeggiate perché i dolori subentrano e in più mi stanco. Soffro perché le mani mi tremano e spesso mi cadono gli oggetti dalle mani. Soffro perché avrei preferito morire in missione all’estero, e non per oneri ed onori, ma per una morte da operativo, per quello che sono stato per 22 anni sempre con lo zaino e il contigo (baule) pronto a partire, in 24H. Soffro perché so che senza mia moglie e il suo continuo supporto e assidua assistenza io non potrei più vivere, mi sento una nullità.”

Il compito di uno Stato dovrebbe essere quello di proteggere sempre i propri cittadini e simili grida di dolore da parte di onesti e coraggiosi servitori offendono la storia, la patria e l’onore di chi l’ha servita.

Luca Peluzzi

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