In ricordo di Gaetano Scirea: bandiera di un calcio che non c’è più

Era un 3 Settembre di fine anni 80: Gaetano si era ritirato da poco, faceva da vice a Zoff ed era in Polonia per visionare la squadra del Gornik Zabrze, prossima avversaria della Juventus in Coppa Uefa. Probabilmente non lo sapeva, ma quel giorno per lui sarebbe stato l’ultimo.

Stava andando all’aeroporto di Varsavia per rientrare nella sua Torino. L’auto su cui viaggiava venne tamponata a Babsk, prese fuoco per colpa delle taniche di benzina tenute nel bagagliaio della Fiat sulla quale viaggiava, per le emergenze. Se ne andò così e come disse il tecnico Bearzot: “ Era un angelo piovuto dal cielo. Ma lo hanno rivoluto indietro troppo presto”

Scirea, per ogni appassionato di calcio che ha vissuto in quell’epoca d’oro di grandi campioni, rappresentava la voce fuori dal coro: era un modello, un campione di umanità oltre che di gentilezza. Ha vinto tutto in campo, ma era troppo umile per vantarsene.

Con la Juventus vinse 7 scudetti, 2 coppe Italia, Coppa campioni, Coppa Uefa, Coppa delle Coppe, Super Coppa Uefa, Coppa Intercontinentale. Con la nazionale il mondiale di Spagna 82. E come se non bastasse giocò 700 partite in carriera e fece 36 gol.

Non fu mai né ammonito né espulso, giocava da libero davanti alla difesa, era l’esempio lampante che si poteva giocare in quel ruolo, da numero uno, senza commettere inutili e sleali falli.

Dino Zoff, dopo la sua scomparsa, raccontò di un aneddoto che riassume molto di Gaetano: “Una mattina dopo una festa per celebrare un trofeo, stavamo tornado a casa a piedi, avevamo ancora lo Smoking, passammo vicino ad in edicola per comprare il giornale per leggere le celebrazioni a noi dedicate”, i due videro che lì accanto c’era una fermata del pullman, pieno di operai che andavano in Fiat, e Scirea disse: “non potevamo certo avvicinarci in quel modo agli operai, noi che avevamo fatto festa tutta la notte e loro che invece si erano alzati prestissimo per andare a lavorare”.

Forse, questa scena, raccontata dal suo migliore amico e compagno di infiniti successi, è una delle più belle e significative per descrivere l’uomo prima del giocatore. Racchiude tutto il senso di rispetto verso la gente comune, gli operai e i tifosi. Operai FIAT, quelli che per cinque giorni a settimana lavoravano per il suo stesso datore di lavoro, l’Avvocato, e che nel fine settimana lo osannavano, da capitano o vice, allo stadio: troppo sarebbe stato il disagio ed il senso di colpa in lui, nel mostrare loro la sua vita “agiata”.

A molti non sarebbe importato dei sacrifici di quella gente, ma a lui si. Ed è anche per questo motivo che, dopo le partite o gli allenamenti, chiedeva ai tifosi che incontrava da quale regione o città venissero; così da presentarsi da Marella, sua moglie, e dirle: “hanno fatto tanta strada per venirmi a vedere, diamo loro almeno qualcosa da mangiare”.

Il giorno che se ne andò la Juve stava tornando trionfante da Verona per 1-4, doppietta di Schillaci, gol di Fortunato e Marocchi. A dare la sconcertante notizia fu Sandro Ciotti, durante La Domenica Sportiva, Marco Tardelli, compagno di una vita. Era in studio, ma lo abbandonò per un malore. Scirea lasciò un vuoto dentro ogni persona che lo conobbe. Non ci fu giornalista che non ringraziò dopo una intervista. Non ci fu avversario che ebbe da ridire su di lui, così come non ci fu allenatore che si lamentò per ritardi o atteggiamenti sbagliati. Non ci fu compagno con il quale litigò o con il quale alzò la voce. Semplicemente non ci fu mai più nessuno come lui.

Adorno Daniele