50 anni dalla morte di Antonio de Curtis, in arte Totò

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Il 15 aprile 1967 veniva a mancare all’età di 69 anni, a causa di una serie di infarti, il Principe Antonio de Curtis, in arte Totò.

In momenti come questi, spesso si parte dal principio per arrivare all’inizio della carriera e della vita di un personaggio famoso: un percorso che ha quasi il sapore di un coccodrillo, da preparare e poi conservare nella canfora per usarlo alla bisogna.

Proviamo, per questa volta, a fare il percorso inverso: dalla fine all’inizio. Anzi, dalle fini all’inizio: se, infatti, si nasce una volta sola, Totò ebbe l’onore di tre imponenti funerali.

Il primo a Roma, dove c’erano gli amici veri e i critici che gli avevano dato dell’artistucolo qualunquista. Franchi e Ingrassia arrivarono prestissimo per baciare la mano del maestro; Anna Magnani era in chiesa in prima fila. Il secondo a Napoli, dove Nino Taranto tenne una straziante orazione funebre davanti a 250.000 persone. Il terzo davanti alla bara vuota, organizzato dal capoguappo “Naso ’e cane” al Rione Sanità, “add’o guaglione nascette”.

L’uomo era morto, il simbolo, ma la maschera no. Quando i film di Totò vengono ritrasmessi, specie sulle reti televisive campane, strappano spesso un sorriso, pur trattandosi di pochi ripetuti ad libitum (Miseria e nobiltàLa banda degli onestiUn turco napoletano e Totò, Peppino e la… malafemmina).

Il gusto, poi, del piluccare nel film per estrarne solo pochi bocconi ha portato alla ripetizione di scene come quella della truffa alla fontana di Trevi, del vigile “generale austriaco” a Milano, dello strombazzato “vota Antonio” o dell’inseguimento fra il poliziotto Fabrizi e il ladro Totò.

Ciò porta alla cristallizzazione di quella che viene definita la vis comica di Totò, l’improvvisazione. Se l’attore era la disperazione degli sceneggiatori che vedevano stravolto il proprio lavoro, spesso stupìregisti e attori che vedevano nascere in pochissimo una scena totalmente nuova.

Eppure, Totò al riguardo era molto disincantato. La mandragola (1965), Uccellini e uccellacci (1966), La terra vista dalla luna Che cosa sono le nuvole? (1967) segnarono l’incontro di Totò con registi quali Lattuada e Pasolini. Furono film che per la loro complessa poetica diedero a Totò il riconoscimentodella critica, che per il resto gli fu sempre negato.

Forse una nuova fase della carriera, anche perché Loy lo scritturò per il ruolo di un anziano anarchico ne Il padre di famiglia: il 13 aprile 1967 fu girata una sola scena con Totò, e il 15 aprile l’attore venne a mancare.

Conscio dello sfruttamento fatto del proprio nome, Totò non vi si sottrasse poiché “dopo tutta la miseria patita in gioventù, non potevo permettermi il lusso di rifiutare le proposte scadenti e restarmene inattivo“.

L’inattività venne causata però, nel 1957, da una malattia agli occhi, dalla quale non guarirà completamente. Il periodo 1957-1964 vide Totò compresso in un tour de force di produzione filmica che non solo lo separò definitivamente dal teatro, ma gli permetteva se non altro di pagarsi le cure e di dedicarsi a molte opere di beneficenza (non solo verso gli orfanelli, ma anche verso i cani: Totò, come Peppino De Filippo, fu un appassionato cinofilo).

A questo periodo risalgono film come La cambialeI tartassatiTotò contro Maciste e I due marescialli. La censura e i problemi di salute di Totò costrinsero i registi a far spesso affidamento su un gruppo ristretto di attori, una chiorma di amici (PassarelliCastellani, Taranto, ecc.) coi quali l’attore napoletano si sentisse completamente a suo agio.

Descritti dallo stesso Totò come “filmetti arraffati, destinati alle sale di seconda visione“, i cui proventierano da girare direttamente al fisco, scaldarono i cuori del pubblico ma non dei critici. Questi vagheggiavano sempre il Totò del varieté, del periodo della Grande Rivista o del semplice teatro, che l’attore prediligeva per il costante contatto col pubblico.

Il periodo che va dal 1940 al 1955 fu altrettanto denso per Totò. Prima la guerra, la censura fascista, la paura dei rastrellamenti tedeschi, i bombardamenti e lo scontro fra partigiani e fascisti; poi la morte del figlio Massenzio e l’alternanza continua fra cinema e teatro, che debilitò la salute di Totò ma ne sottolineò la cura nell’improvvisazione.

Riviste come Quando meno te l’aspetti Che ti sei messo in testa crearono qualche grattacapo a Totò per le allusioni negative a fascisti e nazisti (ebbe una sfilza di richiami dal Minculpop ed anche una bomba al teatro Valle), ma rallegrarono molto il pubblico. Film, invece, come Fifa e arenaI pompieri di ViggiùNapoli milionaria e Totò sceicco riuscirono a coniugare un buon incasso e un tiepido apprezzamento della critica.

Oltre a sceneggiature rabberciate e tempi di produzione furiosi, sulla qualità dei film incise anche la formazione teatrale di Totò: memore delle farse pulcinellesche recitate in gioventù (quando imitava i numeri della “marionetta vivente” Gustavo De Mauro), l’attore dava il meglio di sé “al volo” e bisognava catturare l’attimo, anche per non perdere tempo e danaro.

Oltre alla spontaneità, si può dire che alla base della comicità di Totò vi fossero la miseria e la malinconia: Io so a memoria la miseria. E la miseria è il copione della vera comicità“. Teatri di quart’ordine oscuri e puzzolenti, impresari avidi e compagnie che prendevano la metà di quanto guadagnava una scimmia ballerina: è qui che Totò imparò l’arte del mamo (lo sciocco accompagnatore di Pulcinella). Fu una scuola decisiva ma anche piena di umiliazioni e di solennissima fame.

Una miseria anche familiare: Totò non si pronunciò mai sulle pene di figlio di NN, ma una spasmodica ricerca di antenati illustri denuncia un trauma risolto a caro prezzo.

Totò nacque nel 1898, figlio di Anna Clemente e Giuseppe de Curtis, spiantato sartorello di nobiliorigini. Il cognome fu quello della madre fino al 1928, quando il marchese de Curtis (che ormai Totò manteneva) si decise a riconoscerlo.

Quando si dice che Totò era triste e malinconico, bisogna dire che la sua vita è stata dura: la morte dell’amata soubrette Castagnola, il padre che l’ha riconosciuto da grande, il lavoro, la vista perduta, che vogliamo di più?

Lasciamogli pure un po’ di malinconia, di spiazzamento che ci attanaglia in un mondo dove sembrache debbano vincere solo quelli dalla risposta pronta, solo i più furbi e senza scrupoli, solo quelli che capiscono tutto subito o comunque prima degli altri.

Pasquale Narciso