Benjamin Netanyahu, ultimo difensore della Terra d’Israele

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Ho sempre perso le elezioni nei sondaggi e le ho sempre vinte il giorno delle elezioni”: e fu così anche il 17 maggio 1996, quando Benjamin Netanyahu sconfisse Shimon Peres nelle prime elezioni dirette per il Primo Ministro d’Israele. Peres, infatti, pur essendo favorito dai sondaggi, non riuscì a gestire l’ondata diattacchi terroristici palestinesi che colpirono Israele nel febbraio-marzo del ’96 e, dopo aver autorizzato il bombardamento di una base delle Nazioni Unite che causò la morte di 102 civili, perse la fiducia dei votanti.

La carriera politica di Netanyahu ha inizio negli anni Ottanta quando, dopo le lauree in architettura e in gestione aziendale presso il Massachusetts Institute of Technology e l’Università di Harvard, fu chiamato a ricoprire la carica di vice-ambasciatore israeliano a Washington. Forte di una formazione di stampo militare, che gli permise di partecipare ad importanti operazioni antiterroriste, in poco tempo divenne rappresentante israeliano presso le Nazioni Unite. Nel 1988 viene eletto alla Knesset con ilLikud, partito conservatore nazionalista israeliano che si professa liberale in campo economico e sostenitore formale della soluzione dei due stati nel conflitto israelo-palestinese.

Per Netanyahu, condizione necessaria per l’approvazione di un eventuale stato palestinese è il riconoscimento dello Stato di Israele da parte di tutte le forze politiche palestinesi. Il riferimento implicito va ad Hamas, il “Movimento Islamico di Resistenza” che dal 1987 contrasta lo Stato di Israele e si batte per la costituzione dello Stato di Palestina. Il conflitto arabo-israeliano assomiglia ad un cane che si morde la coda, visto che nel 2006 il leader di Hamas affermò:”Se Israele dichiarasse di dare ai palestinesi uno Stato e ridare loro tutti i diritti, allora saremmo pronti a riconoscerli”.

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Da Primo Ministro, Netanyahu promosse iniziative politiche volte a contrastare la nascita di uno stato palestinese in Cisgiordania: nel febbraio del ’97 autorizzò la costruzione di Har Homa, un insediamento ebraico nella parte araba di Gerusalemme Est e installò basi israeliane nei territori occupati. Così facendo, si violavano gli accordi di Oslo del ’93 e gli accordi ad interim di Oslo 2 del ’95, in particolare il capitolo 4 riguardante la cooperazione con cui Israele e l’Autorità palestinese si impegnavano ad astenersi dall’introduzione di qualsiasi motivo che potesse pregiudicare il processo d riconciliazione.

Nel 1998 Bibi, come viene soprannominato Netanyahu, firmò alla Casa Bianca il Memorandum di Wye River col presidente dell’OLP Yasser Arafat per attuare l’accordo di Oslo 2 e per stabilire il ritiro israeliano dalla Cisgiordania, ma l’intesa rimase congelata a causa dello scoppio della Seconda intifadanel 2000, oltre che a causa della scelta di Bibi di non dare immediata attuazione agli accordi.

Per le sue negoziazioni con Arafat, Netanyahu fu condannato dalla destra e perse il consenso in un Paese fortemente diviso. Alle elezioni anticipate del ’99, il Likud fu sconfitto dal partito Laburista di Barak e Bibi consegnò le sue dimissioni. Nel 2002, tornato sulla scena politica, Netanyahu divenne prima ministro degli Esteri e poi ministro delle Finanze nel governo di Sharon. Quando quest’ultimo annunciò il ritiro unilaterale dalla Striscia di Gaza, Bibi si dimise dall’incarico.

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Nel 2006 divenne nuovamente leader del Likud e nel 2009, nonostante le elezioni avessero decretato la vittoria del nuovo partito Kadima fondato da Sharon, Netanyahu fu chiamato a formare un governo di coalizione con Tzipi Livni, la quale però, dopo vari confronti, decise di rimanere nell’opposizione. Situazione analoga si verificò quattro anni dopo, quando Netanyahu ottenne nuovamente la carica di Primo Ministro e formò una lista unitaria Likud-Beitenu con Lieberman.

Nel 2014 la coalizione si sfalda in seguito all’approvazione del progetto di legge che definisce Israele “Stato della Nazione ebraica”, giudicata “una mossa irresponsabile” dal leader laburista Herzog. La legge voleva affermare il carattere solo e soltanto ebraico di Israele, il quale deve rifarsi ai valori dell’educazione ebraica pur concedendo diritti a tutti i suoi cittadini. La mossa del premier fu osteggiata soprattutto dalla minoranza araba, che vi lesse un tentativo di esclusione nei propri confronti. Israele fu accusata di vantarsi all’estero di aver concesso la cittadinanza ai palestinesi, quando, in realtà, continuava ad approvare leggi discriminanti che, secondo l’organizzazione umanitaria Adalah, “impongono la discriminazione contro i cittadini palestinesi di Israele in tutti i campi, ivi compreso il loro diritto di partecipare alla vita politica, l’accesso alle terre, all’educazione, alle risorse finanziarie dello Stato e nelle procedure penali”.

Ciò nonostante, alle elezioni del 2015 Netanyahu vide riconfermata la propria carica, nonostante fosse sfavorito dai sondaggi. La politica di Israele è stata definita simile a quella dell’Apartheid: proprio in occasione delle elezioni del 2015, Netanyahu commenta l’affluenza alle urne da parte degli arabi dichiarando che “Lo stato di Israele è in pericolo se così tanti Arabi iniziano a votare. Si tratta di un complotto delle sinistre occidentali”. In linea con il rifiuto di riconoscere lo stato palestinese, Netanyahu ha nominato Danny Danon ambasciatore presso l’ONU, anch’egli famoso per l’opposizione alla nascita dello stato di Palestina e per aver definito “una peste nazionale” le richieste di asilo dei profughi africani.

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Bibi ha pubblicato molti libri, il primo dei quali nel ’93 dal titolo “A place among the nations”, contenente il suo programma ideologico-politico. Due anni dopo pubblica “Fighting terrorism” e nel ’95 “A durable peace”, a proposito del conflitto col mondo arabo.

Considerato leader carismatico del sionismo, Netanyahu si fa portavoce del concetto “peace through strenght”, che affonda le radici nella propaganda orwelliana e, ancor prima, negli scritti di Tacito. Bibi continua a proclamare la supremazia di Israele presentando gli ebrei come un popolo in pericolo costante, costretto a difendersi dalle minoranze per affermare la propria identità. Netanyahu si presenta come l’unico difensore della Terra d’Israele e, al tempo stesso, fautore di una politica espansionista perseguita attraverso l’edificazione di case per i coloni ebrei nella zona araba e la distruzione di case palestinesi considerate “costruzioni illegali sui territori sovrani di Israele”.

Netanyahu ha affermato:“La verità è che se Israele dovesse mettere giù le armi, non ci sarebbe più Israele. Se fossero gli arabi a deporre le armi, non ci sarebbe più la guerra”: da buon leader politico, neanche Bibi può definirsi uno stinco di santo.