C’è un punto, nella denuncia pubblicata da Gianni Alemanno sulla sua pagina Facebook, in cui le parole si fermano e lasciano il posto allo smarrimento. È il racconto di un detenuto che tenta il suicidio. È la descrizione quotidiana di un braccio del carcere di Rebibbia – il G8 – dove il tempo sembra essersi fermato in un’Italia che non ha più nulla da dire a sé stessa, se non il rumore sordo del proprio fallimento.
Ora, si può avere ogni riserva sulla figura politica di Alemanno, sulle sue scelte, sul suo passato. Ma quando un uomo, qualunque sia il suo curriculum, racconta quello che ha visto e vissuto nel cuore della giustizia penale italiana, il dibattito non può ridursi a un giudizio sull’autore. Perché quanto riferito in quelle righe va oltre la biografia, oltre la politica, oltre il dibattito stesso. È un grido che riguarda tutti.
Il sistema carcerario italiano, oggi, è al collasso. Sovraffollamento, abbandono, suicidi, degrado strutturale e umano. Non è un’esagerazione retorica, né una boutade da campagna garantista: è la realtà. E che sia Alemanno a scriverlo, dopo aver vissuto in prima persona ciò che tanti – troppi – denunciano da anni, non può che rafforzare la gravità della situazione. La cella diventa così non solo uno spazio di detenzione, ma una zona d’ombra del nostro Stato di diritto. Un buco nero.
Non c’è da stupirsi, purtroppo. Le carceri italiane da decenni sono il luogo fisico e simbolico del fallimento delle politiche pubbliche. Già negli anni ’70, film come Detenuto in attesa di giudizio con Alberto Sordi raccontavano lo stesso paradosso: un cittadino finisce per errore nella macchina della giustizia e ne esce distrutto, senza che nessuno si sia assunto una vera responsabilità. Quel film faceva sorridere amaramente cinquant’anni fa. Oggi non fa più ridere nemmeno per sbaglio.
Eppure nulla è cambiato. Anzi, peggiorato.
Alemanno denuncia che lo Stato di diritto non esiste più, e ha ragione: perché uno Stato che non sa garantire condizioni umane neanche a chi ha sbagliato, non è uno Stato giusto. E lo Stato di diritto non si misura solo nel garantire le libertà a chi è libero, ma nel proteggere la dignità anche di chi ha perso – temporaneamente o per sempre – quella libertà.
Certo, si può sempre obiettare: chi è in carcere, ha commesso dei reati. Ma la pena, secondo la nostra Costituzione, non è vendetta. Deve tendere alla rieducazione, non alla distruzione dell’individuo. Non è uno sfogo sociale contro chi ha sbagliato, ma una misura equilibrata che dovrebbe contenere al suo interno la speranza.
Nei primi anni 2000, anche la Chiesa si era spesa per promuovere amnistie e percorsi di umanizzazione delle pene. Non tutti condividevano quelle proposte – anch’io, a suo tempo, avevo riserve. Ma oggi, guardando ciò che Alemanno descrive, appare evidente che quelle voci avevano colto un’urgenza: la necessità di non cedere all’indifferenza.
Il carcere di Rebibbia, come tanti altri, è lo specchio di un’Italia che sta dimenticando se stessa. Ogni suicidio evitato per miracolo è il simbolo di un sistema che ha smesso di funzionare. Ogni detenuto che si toglie la vita è una sconfitta per tutti: per chi legifera, per chi giudica, per chi amministra, per chi osserva in silenzio. E, forse, anche per chi scrive.
Non servono molte parole. Il racconto di Alemanno basta. Ma serve una risposta. E serve adesso.

