Il Diritto di Esistere

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Garantire il diritto quanto valore ha?

C’è lo siamo domandati nel percorso evolutivo verso questa modernità al punto di stipulare accordi, scrivere trattati, eleggere difensori in nome di tutele delle minoranze.

La disabilità è una di queste, se non la più evidente, nel consentire a chi vive nelle proprie disgrazie almeno il diritto di esercitarne l’uguaglianza.

Un mondo parallelo visto fin troppo con occhi luccicanti, parole amorevoli, con pacche sulle spalle racchiuse tutte nel termine inclusione usato spesso per avvalorarsi un sentimento di bontà.

Succedono poi episodi che presi singolarmente causano imbarazzo, incredulità e alcuni arrivano persino al disdegno, al disprezzo quando valicano il limite dell’indecenza.

Parole fuori luogo inserite in un ragionamento strampalato quello esposto da Massimo Giannini su La7 nel tentativo di screditare il Governo paragonandolo all’inutilità di vita di un disabile.

La frase choc di Massimo Giannini, secondo cui “se un essere umano passa gli ultimi 20 anni della sua esistenza su una sedia a rotelle a non fare nulla è inutile che ha vissuto tanto” ha scatenato – comprensibilmente – un putiferio.

“Vergogna”, scrive la ministra per le Disabilità Alessandra Locatelli sui social, e non attraverso canali istituzionali.

“Un punto indegno nella comunicazione televisiva”, aggiunge la viceministra del Lavoro e delle Politiche Sociali, Maria Teresa Bellucci.

E sono intervenute anche le associazioni.

La Fish-Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con disabilità e famiglie prova una “Profonda indignazione” e “Profondo dolore”.

Un messaggio inaccettabile, quello esposto in una conduzione televisiva e nel silenzio di chi conduce, che non ha ritenuto necessario prendere le distanze da un’esternazione che trasuda abilismo e cinismo, che non solo ferisce profondamente le persone direttamente coinvolte e le loro famiglie, ma contribuisce ad alimentare stereotipi discriminatori e una cultura distorta che dovrebbe essere contrastata con fermezza.

Alla fine, e non certo con volontà, sono arrivate – a metà – le scuse dello stesso Giannini, costernato e amareggiato della polemica innescata contorcendo le stesse scuse alla parodia fatta da Luca e Paolo tra ‘longevità’ e ‘immobilità’.

Tralasciamo il resto del suo dietrofront che sa di insipido e ridicolo mea culpa.

Altro episodio in contemporanea, non meno trascurabile, le pronunciate accuse verso il Ministero e il suo ministro riguardo certi affitti e conflitti di interesse.

Una inchiesta portata avanti sul quotidiano Domani dal giornalista Stefano Iannaccone su presunte discrepanze e assegnazioni di cariche date esclusivamente a persone gradite e a determinate associazioni da consentire così di trarre vantaggi da un meccanismo che, invece, dovrebbe tutelare, anche in virtù del ruolo istituzionale, il mondo della disabilità.

Tra le varie iniziative poste dal Ministero, si è istituita la figura dell’Autorità Garante Nazionale dei Diritti delle persone con disabilità, che ha preso forma nello scorso anno, insediandosi il 1° gennaio 2025.

Alla presidenza del collegio dell’Authority è stato nominato Maurizio Borgo, componente dell’Avvocatura dello Stato, che il ministro Locatelli aveva nominato capo di gabinetto al suo ministero appena insediata, carica durata fino al 31 dicembre 2024.

Il giorno successivo Borgo ha lasciato gli uffici governativi per indossare i panni del presidente del Garante per le disabilità con un mandato quadriennale.

La nomina, come da legge istitutiva, spetta formalmente ai presidenti delle Camere, Ignazio La Russa e Lorenzo Fontana.

Al fianco di Borgo, come componente del collegio del garante, c’è Francesco Vaia, ex direttore dell’istituto Spallanzani.

Perché accostare l’insediamento dell’Authority alla disdicevole vicenda di un borioso giornalista?

Perché la voce dell’Authority non si è sentita. Nulla è stato pronunciato per difendere e tutelare i milioni di individui che l’autorità garante ha nel suo ruolo istituzionale.

Allora ci si chiede quanto valore ha un diritto se, quando è doveroso tutelarlo, chi dovrebbe alzare la voce rimane dietro le quinte.

Il compito di alzare la polvere, di sradicare ingiustizie, di evidenziare le disuguaglianze non è solo dei media ma in primis di chi ha il dovere di portare la voce fuori dal silenzio e indifferenza, di promuovere l’accostamento di due mondi paralleli attraverso l’inclusione.

L’inclusione nella sua forma di tutela dei diritti perde valore quando le parole scritte non prendono corpo nelle azioni di chi deve vigilare,

Se vogliamo applicare l’umana intuizione di dare pari diritti serve essere vigili e caparbiamente determinati di cucire le incrinature, di saldare le divergenze e sapientemente dare alla disabilità il giusto ruolo, che non è nella pietrosità nei talk show ma nelle azioni.

E purtroppo il silenzio degli innocenti pervade nell’assoluta indifferenza.

Un passo avanti, solo sulla carta.

Alberto Torregiani

Alberto Torregiani
Alberto Torregiani
Alberto Torregiani, figlio del gioielliere ucciso dai PAC nel 1979, è una voce civile sul tema delle vittime del terrorismo. Oggi è una voce civile sui temi del terrorismo, della memoria, della giustizia e della disabilità.

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