Benzina sopra i 2 euro, accise e guerra: il conto arriva anche agli italiani

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Il prezzo della benzina sopra i 2 euro al litro non fa quasi più notizia. È questo, forse, il dato più inquietante. Una soglia che fino a pochi anni fa sarebbe stata percepita come eccezionale sta diventando parte del paesaggio ordinario dell’economia italiana: si va al distributore, si paga, ci si lamenta meno di quanto si dovrebbe e si finisce per considerare normale ciò che normale non è.

L’allarme del Codacons sulla scadenza del taglio delle accise, prevista per il 22 maggio, ha il merito di riportare la questione dentro una cornice concreta. Senza una nuova proroga, secondo l’associazione, la benzina arriverebbe a 2,01 euro al litro e il gasolio a 2,22 euro, con un aggravio stimato fino a oltre 12 euro per un pieno diesel. Il governo, nelle ultime settimane, è già intervenuto per sterilizzare una parte degli aumenti. E proprio questa necessità di intervenire dice molto più di qualunque dichiarazione ufficiale.

Così la guerra costa anche a chi non la combatte direttamente. Costa all’Italia, alle famiglie, alle imprese, agli autotrasportatori, alla distribuzione, ai consumatori in generale. Costa ogni volta che lo Stato deve usare risorse pubbliche per impedire che il pieno diventi insostenibile. Costa ogni volta che il prezzo del carburante si trasferisce sui beni trasportati, sui margini delle aziende, sui prezzi finali e sul potere d’acquisto.

Il punto, allora, non è soltanto fiscale. Non si tratta solo di decidere se prorogare o meno uno sconto sulle accise. La vera domanda è politica: quanto può durare un’emergenza che viene trattata come se fosse ormai normale? E soprattutto: quanto può essere chiesto ai cittadini italiani in nome di una crisi internazionale rispetto alla quale manca spesso una presa di posizione chiara, netta e coerente sulle responsabilità dell’escalation?

La guerra in Medio Oriente ha riaperto il nervo scoperto dell’energia. L’Italia, come gran parte dell’Europa, resta esposta agli shock esterni: petrolio, gas, rotte commerciali, mercati globali, tensioni militari. Basta che si alzi il livello del conflitto perché il prezzo della sicurezza energetica torni immediatamente nelle tasche dei cittadini. Non sotto forma di grandi discorsi geopolitici, ma sotto forma di scontrini, pieni più cari, bollette, trasporti e inflazione.

È qui che la vicenda delle accise diventa simbolica. Se il governo è costretto a mettere mano alle risorse pubbliche per contenere il prezzo dei carburanti, significa che la guerra non è un fatto lontano. Non resta confinata nei comunicati diplomatici, nelle mappe dei fronti, nelle analisi degli esperti. Arriva nei bilanci familiari. Arriva nelle aziende. Arriva nei costi quotidiani.

E diventa ancora più difficile accettare una narrazione nella quale il conto viene presentato ai cittadini senza una discussione altrettanto chiara sulle cause. L’Iran, in questa fase, rivendica una postura difensiva dopo gli attacchi subiti. Questo non significa assolvere il regime iraniano, né cancellarne il ruolo regionale, né ignorare le tensioni accumulate negli anni. Significa però rifiutare una lettura automatica e semplificata, nella quale ogni conseguenza economica viene scaricata sull’opinione pubblica senza pretendere trasparenza sulle scelte che hanno portato all’escalation.

Perché se agli italiani viene chiesto di pagare il costo indiretto della guerra, allora hanno diritto almeno a una cosa: sapere anche cosa diplomaticamente sta facendo il governo. Hanno diritto a una politica estera meno ambigua, a una linea meno subalterna, a un dibattito meno retorico e più legato agli interessi concreti del Paese.

La benzina sopra i 2 euro non è soltanto un problema da distributore. È il termometro di una fragilità più profonda. Mostra un’Italia esposta, costretta a rincorrere le crisi, obbligata a usare misure tampone per proteggere cittadini e imprese da dinamiche che non controlla. Ma mostra anche un’altra cosa: quando il prezzo dell’emergenza diventa abitudine, il rischio è che nessuno chieda più conto delle sue cause.

E allora il vero pericolo non è solo pagare di più un pieno di diesel. Il vero pericolo è abituarsi all’idea che la guerra, l’instabilità e il rincaro permanente siano diventati la nuova normalità. Una normalità costosa, politicamente opaca e socialmente ingiusta.

giorgiocegnolli
giorgiocegnolli
Spirito polemico e indipendente, non cerca consensi facili né amicizie di circostanza. La politica resta la sua più grande passione.

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