Il dramma del progresso è ai titoli di coda. Siamo giunti agli albori di una nuova civiltà?

Nella tragedia greca, erano coinvolti uomini e dèi. Le vicende degli uomini e quelle degli dèi, erano intrecciate tra loro. Le vicende degli dèi, le virtù, la personalità, gli amori, i conflitti, i tradimenti, la fedeltà, i sentimenti, gli affetti etc., non erano dissimili da quelli degli uomini. Il relazionarsi degli uomini con le divinità non poteva essere inteso se non in senso verticale. Nella tragedia, le vicende narrate appartenevano al patrimonio culturale comune. Gli argomenti trattati, erano i valori ed i sentimenti condivisi: l’amore, l’odio, i contrasti esistenti tra la guerra e la pace, l’obbedienza al volere degli dèi, il compiersi del destino. La catastrofe veniva raffigurata come il distaccamento, l’abbandono del senso delle cose e l’inevitabile rovina, la morte, il progressivo aumento dei conflitti tra i protagonisti. Già, proprio così, progressivo. Presto torneremo sul discorso. Il protagonista/i della tragedia infrangeva il divieto divino, la causa della catastrofe, l’impensabile che concerne il superamento del limite che fu narrato anche in versi poetici: ristabilendone però, l’ordine spezzato, il significato, la sostanza e l’essenza della misura, alla struttura della tragedia.

La storia si ripete sempre due volte: la prima volta come tragedia, la seconda come farsa. Questa celebre frase di Marx non può essere attribuita solo alla politica. Indubbiamente lo è ma concerne il dramma, le vicende moderne e l’azione scenica. Differentemente dalla tragedia, il dramma non viene raccontato come è consueto nella narrativa e nell’epica. Le vicende si svolgono attraverso i dialoghi e i conflitti dei personaggi che compongono il dramma in un intreccio tormentoso, straziante, pieno di angosce e di infausti presagi. La messa in scena di una catastrofe che ci riporta dritta ai giorni nostri. Precisamente, alla fine di un’epoca e degli assunti del progresso, come abbiamo detto alla messa in scena compulsiva, alla farsa dei postulati ideologici che ha caratterizzato quasi tutta la modernità.

Ma a non volersi arrendere sono proprio i “drammaturghi” di una élite autoreferenziale e accentratrice, passati dallo scrivere i testi del dramma al diventarne i protagonisti, dandoci a intendere di essere noi i mattatori della rappresentazione; fissandoci sempre più negli interstizi abissali della catastrofe. Ma le evidenze che stanno riaffiorando nel mezzo di una pandemia, il ritorno all’essenza delle cose, l’abbandono della “mediazione” e “dell’intermediazione”, le necessità primarie che rimpiazzano inevitabilmente le necessità secondarie, fanno scricchiolare la dottrina razionale del progresso. L’intellighenzia è costretta agli straordinari per presentare una narrazione che non corrisponde affatto a ciò che accade, alla realtà. La modernità è finita da un pezzo e siamo d’accordo con Michel Maffesoli, quando dice che siamo giunti alla saturazione di un insieme di valori obsoleto.

Questo insieme di disvalori a fine corsa, dovrebbe farci pensare ad una «Krisis come il giudizio di ciò che sta per nascere su ciò che sta per morire», ma anche comprendere che stiamo erroneamente «riducendo la crisi al suo aspetto economico». Peggio ancora ad una «semplice disfunzione» di quello che Jean Baudrillard, chiamava «la società dei consumi». Questo è il parere di Maffesoli che mi trova concorde. La crisi sanitaria, come ha giustamente scritto, è prima di tutto una «crisi sociale in atto, di un cambiamento di paradigma molto più profondo». Il passaggio da un tipo di società e di civiltà che hanno fatto il loro tempo ad altre.

La dottrina ideologica del progresso e l’ossessività nel volerla mantenere in vita e nella ricerca di una perfettibilità della società, cercando di neutralizzare qualsiasi cosa che possa portarla alla morte (finanche al voler sconfiggere la morte), la concezione lineare e l’idea di una Storia votate al futuro, l’idea di poter disporre del mondo a proprio piacimento, trasformandolo a seconda delle proprie aspirazioni e illusioni, pensando di decidere sulle cose che riguardano persino la natura, cedono il passo all’essenziale. Ad una essenzialità che non concerne solo la forma generale delle singole cose ma anche l’essere parte più importante di qualcosa: cuore, fondamento, punto nodale, quintessenza, sostanza e spirito di una comunità organica. Stiamo assistendo al riannodarsi dei fili lasciati in sospeso dall’uomo con la realtà e la verità, allontanati da una mitizzazione del progresso, che invoglia a credere in qualsiasi cosa che possa rallentare il giungere di una perfezione dell’uomo e delle cose, così sfuggevole da non vederne mai il compimento.

La pandemia di Covid-19 ha lasciato un segno che era già tracciato da tempo ma l’intensificazione del dramma e l’esasperazione nel voler catalizzare il discorso sulla catastrofe (spesso, solo economica. Spesso e volentieri economica e dell’emergenzialità sanitaria sino allo stremo), evidenzia quanto il positivismo classico del progresso vacilla e venga annullato dalla morte per pandemia. Questo è indicativo della fine di un ciclo e la nascita di un altro, del ritorno dei metra (limiti) che ci sono stati assegnati, del ripensare all’uomo come un essere mortale che, di conseguenza, vive la morte. Il limite inteso come la riscoperta di sé stessi, delle proprie possibilità e del ruolo che abbiamo nel mondo. Epicuro capì che attendere la morte con ansia e timore, provare a uccidere la morte non serve a nulla: «la morte non è nulla per noi, perché quando ci siamo noi non c’è la morte, quando c’è la morte non ci siamo più noi».

Insomma, l’esatto opposto degli strali del progresso, della mondializzazione e della globalizzazione che ci invitano a pensare che tutto sarà come prima. Ma è ancora Michel Maffesoli a darci degli ottimi spunti, in specifico rileggendo il suo saggio “Ecosofia”. Finalmente, riconosciamo che «il luogo è un legame» e, contrariamente al file rouge marxista che recita «l’aria di città rende liberi» e quanto questa frase sia stata utilizzata dall’ideologia del progresso senza evidenziarne in toto il significato, sappiamo che quelle che chiamiamo comunemente “Oasi in Città” fanno parte degli spazi dei centri abitati di grandi, medie o piccole dimensioni. Non sono oasi o isole confortevoli, adibite allo svago ed al relax in cui è possibile fuggire, volendo, dai problemi tipici dell’esistenza del mondo esterno. Sono luoghi e spazi di un determinato territorio, dove anche le comunità organiche che vivevano al loro interno sono state vittime illustri del processo di sradicamento e di assorbimento dell’ideologia dominante. Il risultato è evidente, come lo sono le conseguenze che includono l’ambito della sociologia e gli studi su cosa comporti vivere in una grande città globalizzata ai giorni nostri.

Quindi, possiamo dire che il modello progressista sia in crisi, prossimo alla sua dipartita? Indubbiamente sì. La pandemia ha messo ancor più in evidenza le contraddizioni e le reazioni smodate, accendendo i fari sulla ripetizione automatica della moralizzazione diffusa, sulla genealogia della morale borghese, sull’economicismo, la democratura (nell’accezione dategli da Predrag Matvejević), il repubblicanesimo, le formulette dello scientismo, il razionalismo, l’utilitarismo, la deriva cosmopolita, l’opinionismo senza una opinione certa, il fallimento del mondialismo e dell’universalismo (le risposte iniziali e quelle successive alla pandemia sono esplicite). Questo tipo di civiltà è implosa su sé stessa a causa del virus ma soprattutto perché è un gigante dai piedi d’argilla. Per la prima volta si è trovata d’innanzi ad una difficoltà che secondo i suoi postulati, doveva essere nei fatti l’opportunità per dimostrare quanto sia in grado di trovare un rimedio a tutto, fallendo ed esasperando una situazione già complessa.

La civiltà, che ci troviamo quasi alle spalle, sta per essere avvicendata da una nuova dove i legami sociali, la condivisione, la dialettica, il linguaggio, l’appartenenza, le identità, le radici, le culture particolari, etc., non saranno forse più superati da enunciati privi di fondamento. Il 25 aprile scorso scrissi che avevamo dimenticato i fondamentali ma devo ricredermi, pur essendo in questo momento poco ottimista. Nel frattempo il paradigma progressista è morto e quello liberale non gode di ottima salute. Le élite moderne rantolano nel buio e alcuni di noi hanno ritrovato un equilibrio. Se è vero che con la morte è meglio non andare in disaccordo, il razionalismo progressista, nonostante tutto, continua a non capirlo. Il dramma è finito. Per una volta non partecipare a delle esequie in forma privata non dispiace a nessuno. È tempo di chiudere il sipario.

Francesco Marotta