Perché gli influencer vogliono il ddl Zan

Chiara Ferragni, Fedez, Elodie, Mahmood: tutti assieme fanno 39 milioni di follower, gli artisti che in questi giorni, su Instagram, hanno lanciato la loro offensiva in favore del ddl Zan. Quasi in contemporanea e proponendo sempre lo stesso ragionamento: la legge contro l’omotrasfobia è «una priorità», non toglie nulla a nessuno ma «dà diritti a chi non ne ha», cosa ovvia per tutti tranne che per il senatore Simone Pillon e quei cattivi intolleranti dei leghisti. Ora, senza qui entrare nel merito del ddl Zan – i cui spaventosi limiti sono stati brillantemente spiegati da fior di giuristi -, può essere interessante porsi una semplice domanda: come mai? Per quale motivo sotto Pasqua questi artisti con milioni di follower (e di euro in banca) hanno sentito il bisogno di mobilitarsi in favore della legge contro l’omotrasfobia?

Ha senso chiederselo perché al fenomeno c’è sì una spiegazione politica – lo slittamento dell’approvazione del ddl, che la Lega e quasi tutto il centrodestra osteggiano -, ma si tratta solo della punta dell’iceberg. Ce ne sono infatti almeno altre tre, di spiegazioni, che vale la pena ripercorrere perché indicative del funzionamento dei mass media. La prima riguarda la composizione ideologica del mondo degli artisti, che non rispecchia affatto quella della popolazione generale. Anzi, la gran parte di costoro è di fede politica liberal e la stessa minoranza Lgbt – come detto non qualche complottista, ma da Alberto Contri, docente di Comunicazione Sociale allo Iulm di Milano, già consigliere della Rai – «non è più così minoranza nelle stanze dei bottoni dei media, così come nei consigli di amministrazione delle grandi aziende e delle multinazionali, negli organismi politici internazionali e ovunque si prendano decisioni significative».

Anche qui, la politicizzazione degli artisti non è tuttavia una novità. Si pensi a Hollywood dove – a parte forse Clint Eastwood e Jon Voight – son praticamente tutti democratici. Per qualche strano motivo, tuttavia, il conformismo ideologico di attori, cantanti e giornalisti non è mai stato guardato come problema; chissà perché. Ma andiamo avanti. Una seconda spiegazione della mobilitazione di Fedez e soci consiste nel fatto che, molto semplicemente, costoro hanno la possibilità davvero di influenzare il pensiero comune. Anche questa, però, è roba già vista. Correva il 1957 quando il sociologo Edgar Morin dava alle stampe un bel libro – Les Stars (Seuil) – dove tra le altre cose veniva raccontato come i divi –  i nonni degli attuali influencer – fossero in grado di condizionare usi e costumi. In effetti, se l’influencer di turno dice che il ddl Zan è cosa buona e giusta, difficilmente il follower medio va a studiarsi l’articolato della norma: ci crede e basta.

Il terzo e ultimo motivo per cui tanti personaggi in vista sostengono – e a breve sosterranno, c’è da immaginare – la legge contro l’omotrasfobia non ha nulla a che vedere con i «diritti» o la «tolleranza», ma molto con l’esigenza di sbarcare il lunario. Sì, perché proprio il fatto che la composizione ideologica di certi ambienti, come si è appena ricordato, sia smaccatamente progressista, fa sì che se uno esprime posizioni di tenore opposto (a meno che non si chiami Eastwood e Voight) rischia d’essere tagliato fuori. Insomma, di non lavorare più. E siccome si dà il caso che tutti, in fondo, tengano famiglia, anche chi non è proprio felice di una legge contro l’omotrasfobia – tra attori o cantanti – si guarda bene dal dirlo. Molto meglio tacere e continuare a lavorare, infatti, che dire la propria e finire a cantare in qualche sagra di paese. Ma tutte queste cose, ovvio, nessuno tra i diretti interessati le confermerebbe mai, continuando a tenersi stretti i panni di artista pieno d’ideali. D’altronde, i follower sono tanti e certe domande, ahinoi, se le fanno in pochi.

Giuliano Guzzo