Fine millennio, Salento. Roberta Martucci, una bellezza mediterranea di 28 anni, abita a Torre San Giovanni, provincia di Lecce. Gonna nera a fiori, scarpe a tacco alto, un giubbino grigio, così l’avrebbero vista l’ultima volta la sera del 20 agosto 1999.
Definita operatrice in un centro sociale per anziani, Roberta quel giorno prende la Fiat Uno della madre; dà un passaggio a una delle sorelle, che la ascolta dire al cellulare “sto arrivando” rispondendo a tale Rita, a cui aveva detto di avere un appuntamento con un’ altra amica a Gallipoli: quest’ultima confermerà l’impegno, dichiarando di aver atteso invano che Roberta arrivasse e, provando a contattarla, di aver trovato il numero non raggiungibile; e di averle scritto un messaggio: “Roberta, non fare scherzi”. A suo dire, il loro programma era di fare shopping serale, mentre Roberta alla sorella aveva parlato di una festa.
Anche la madre di Roberta prova a chiamare: il telefonino squilla tre volte, poi silenzio. Il 24 agosto la Fiat Uno bianca viene trovata parcheggiata a Gallipoli, in via Genova; dentro, il giubbetto della Martucci. La portiera è aperta dalla parte del conducente ( si intende non chiusa a chiave?); mancano le chiavi e il libretto di circolazione. Dopo cinque mesi i Carabinieri di Casarano stilano un verbale di restituzione del mezzo; la sorella Laudina preleva la vettura e la riporta dalla madre Concetta.
Trascorrono gli anni, senza novità, finché la sorella Lorella spinge per riaprire il caso. Nel registro degli indagati finisce, con l’accusa di omicidio e occultamento di cadavere, il cognato, Donato Citignola, marito di un’altra sorella, proprio Laudina. Non esistono elementi nuovi e infatti l’autorità giudiziaria respinge le richieste per ben tre volte, a partire dal 2015. Tra le altre cose, si è voluto far notare che anche i coniugi Citignola abitavano a Torre San Giovanni, che avevano pavimentato l’abitazione, poi venduta: sottinteso, bisognerebbe andare a scavarci.
Quali i dubbi di Lorella, l’accanita accusatrice? La donna si chiede con quali chiavi Laudina abbia messo in moto, poiché ne sarebbe esistito un solo paio, oltre quello sparito. E’ un’obiezione debole: i modi per accendere un motore esistono, un meccanico lo sa fare. Ma Lorella insiste: la macchina fu rottamata con i documenti di immatricolazione originali, che nel 1999 non furono trovati. La Motorizzazione non ha obiettato e ha proceduto evidentemente in altro modo: tutti collusi, secondo queste accuse?
Ci sarebbe poi un biglietto con scritto a mano, pervenuto a 48 ore dalla scomparsa: ” Ciao sono Roberta volevo dirvi che sono viva”: come giunto, se periziato, non si sa.
Manchiamo totalmente di atti, dunque dobbiamo attingere dalle poche fonti aperte, come tutti.
Si legge che Roberta aveva terminato una lunga relazione che sembrava destinata al matrimonio, per iniziarne un’altra, ma non si sa con chi: non risultano particolarmente attenzionati né l’ex né l’attuale, che quella sera non era indicato insieme a lei.
La frase dell’amica: “Roberta non fare scherzi” suggerirebbe qualche precedente della Martucci in tal senso: vite segrete, appuntamenti mancati? La giovane donna aveva il diritto di fare la sua vita, anche di dare versioni diverse su quanto aveva in programma quella sera, ma ciò può averla esposta a rischi; d’altro canto, difficilmente sarebbe passato inosservato un suo screzio col cognato in piena Gallipoli, dove fu ritrovata l’auto.
Resta il discredito subito da questo signore, dopo gli assalti di una certa criminologia senza freni, descritto dalla cognata Lorella come molestatore seriale; e che la giustizia ha decretato l’archiviazione, giungendo alle stesse conclusioni degli osservatori di buon senso.
A quando un nuovo mostro da sbattere in prima pagina?

