La notizia dei preservativi terminati a Milano-Cortina è rimbalzata rapidamente sui siti di informazione, accompagnata da titoli ironici e da un certo compiacimento malizioso. A rendere il tutto ancora più curioso, alcune confezioni sono finite in rivendita online a prezzi maggiorati – così come riportato anche da alcune testate nazionali – fenomeno che comunque non è nuovo, trasformando uno strumento di prevenzione in un oggetto da collezione.
È bastato questo per riaccendere un copione che si ripete ciclicamente: ogni quattro anni, puntualmente, il tema torna a galla come se fosse una rivelazione inattesa e ogni volta sembra necessario ricominciare da capo, spiegando ciò che in realtà è noto da quasi quarant’anni.
Per comprendere il senso della distribuzione gratuita di preservativi agli atleti bisogna tornare tra la fine degli anni ’80 e l’inizio dei ’90, quando – nel pieno dell’emergenza globale dell’HIV/AIDS – i comitati organizzatori iniziarono a introdurre la distribuzione sistematica nel Villaggio Olimpico, a partire da Seoul 1988. Lo ha ricordato anche di recente il Guardian. La scelta non fu tanto una concessione di stampo libertino, ma piuttosto di una scelta precisa di sanità pubblica perchè il mondo stava affrontando una crisi sanitaria che generava paura e disinformazione, e riunire per settimane migliaia di giovani adulti provenienti da ogni continente imponeva un’assunzione di responsabilità collettiva.
Da allora la pratica è diventata una costante del movimento olimpico. Ai giochi olimpici di Sydney 2000 furono distribuite decine di migliaia di preservativi, tanto che si rese necessario un ulteriore rifornimento durante i Giochi. A Beijing 2008 si superò la soglia dei centomila, con confezioni personalizzate e messaggi espliciti di prevenzione. Il picco si registrò ai Rio 2016, con circa 450.000 unità distribuite. Anche ai Tokyo 2020, disputati nel 2021 in pieno contesto pandemico, i preservativi furono comunque previsti, seppure accompagnati da raccomandazioni stringenti sul distanziamento. A Parigi 2024 si è tornati a numeri elevati, intorno alle 300.000 unità.
Quindi non siamo di fronte a una novità, né a una deviazione improvvisa ma ad una prassi consolidata, integrata nei protocolli organizzativi dei Giochi. Eppure, ogni volta che la notizia emerge, il racconto si sposta quasi inevitabilmente verso la dimensione pruriginosa e si insinua l’idea che il Villaggio Olimpico sia una sorta di zona franca della disciplina sportiva, un luogo dove l’agonismo lascia spazio a un’energia incontrollata. Questo modo di raccontare rivela più del nostro immaginario collettivo che della realtà dei fatti.
Dal punto di vista organizzativo, la distribuzione gratuita di preservativi è una misura di prevenzione primaria. Il costo è marginale rispetto al bilancio complessivo dell’evento, mentre il beneficio in termini di tutela sanitaria è evidente. È una scelta di gestione del rischio, non una dichiarazione morale.
Restano comunque i fatti: per anni, nello sport — soprattutto nel calcio — si è discusso se l’intimità alla vigilia di una partita fosse un lusso concesso o un vizio da reprimere. Da qui l’altalena dei rituali: ritiri ermetici come conventi, oppure ritiri più “porosi”, con la famiglia ammessa a ricordare che l’atleta resta un uomo prima ancora che una prestazione. Il problema, in fondo, è sempre lo stesso: dove finisce la disciplina e dove comincia la vita.
La vicenda dei preservativi nei villaggi olimpici ricalca quello stesso teatro morale, solo in versione più franca e contemporanea. Ci piace immaginare che, tra un allenamento e una gara, quei corpi allenati alla perfezione vivano davvero l’Olimpiade anche fuori dai cronometri, con una libertà che fa sorridere e insieme disarma. Ma forse la realtà è più prosaica: magari molti finiscono in valigia come “oggetti narrativi”, souvenir con cui strappare una risata agli amici, prova plastica — più che pratica — di essere stati lì, nel luogo in cui la retorica dell’eroe incontra, inevitabilmente, l’anatomia del quotidiano.


