Forse non ci rimane che pensare che Donald Trump, in questa fase della sua vita, si immagini come un novello Alessandro Magno. L’idea di piegare Teheran con la forza, di forzare l’Iran dentro una soluzione imposta dall’esterno, ha un suono antico: è la tentazione ricorrente di credere che la superiorità militare basti a riscrivere l’ordine politico di una civiltà.
Il punto è che l’Iran di oggi ha cambiato nome e forma di governo rispetto all’impero persiano, ma occupa lo stesso spazio storico e mentale: quello di una potenza-civiltà che per secoli è stata il principale contrappeso orientale degli imperi occidentali. E, soprattutto, non è mai stato un terreno comodo per chi entra convinto di “risolvere tutto” con un colpo di mano.
C’è un dato che, anche solo come immagine, pesa più di molte analisi: la Persia fu conquistata militarmente da un occidentale una sola volta, quando Alessandro Magno travolse l’impero achemenide. È un evento gigantesco, irripetibile nelle stesse condizioni, perché unisce genialità militare, contingenze interne e un mondo geopolitico che non esiste più. Dopo di allora, la storia è stata più avara: ha spesso mostrato il contrario, cioè la capacità persiana di assorbire l’urto, resistere, riorganizzarsi, e tornare.
I romani lo impararono con una sconfitta così totale da diventare proverbiale. Nel 53 a.C. Marco Licinio Crasso, l’uomo ricchissimo che voleva una gloria all’altezza del proprio prestigio, portò l’esercito romano contro i Parti, eredi e continuatori, in forme diverse, di quella tradizione imperiale persiana che Roma non riuscì mai a domare fino in fondo. Crasso entrò in Mesopotamia con l’idea di una campagna “alla romana”, fatta di disciplina, massa e scontro frontale, e si trovò invece intrappolato in una guerra diversa, cucita addosso alle caratteristiche del nemico e del terreno.
A Carrhae, nella pianura della Mesopotamia occidentale, la legione scoprì il limite della propria potenza quando la potenza non riesce a imporre il proprio ritmo. I Parti, con cavalleria mobile e arcieri a cavallo, logorarono i romani, li colpirono da lontano, li costrinsero a difendersi senza poter determinare il punto decisivo della battaglia. La tradizione racconta anche la tragedia personale del figlio di Crasso, Publio Licinio Crasso, che dopo un attacco fallito preferì togliersi la vita, e la macabra ostentazione della sua testa come strumento di shock psicologico. Racconta poi la fine del generale, ucciso e trasformato, nella memoria moralistica degli antichi, nel simbolo dell’avidità punita: la leggenda dell’oro fuso versato nella bocca, come scherno estremo per “l’uomo più ricco del mondo”.
Non serve prendere alla lettera ogni dettaglio tramandato dalle fonti. Il punto politico è più semplice e più duro: Carrhae è una sentenza contro l’arroganza strategica. È la dimostrazione che l’Oriente non è un teatro dove si entra con le regole di Roma e si esce con un trofeo. È un sistema che, se sottovalutato, trasforma la forza in un handicap, e l’iniziativa in una trappola.
Ecco perché, se proprio dobbiamo scegliere una figura storica da mettere accanto a Trump, forse non è Alessandro Magno. È Crasso. Perché l’illusione non sta soltanto nel credere che l’Iran sia “conquistabile”. Sta nel credere che basti colpire la testa per far svanire il corpo. È una tentazione romanissima: ucciso il capo, crolla il regime. Ma i sistemi politici contemporanei, specialmente quelli con apparati ideologici, militari e di sicurezza stratificati, spesso reagiscono al trauma con un riflesso opposto: si irrigidiscono, si ricompattano, trasformano la morte dei vertici in martirio, e la pressione esterna in legittimazione interna.
Se davvero esistesse un modo intelligente per far crollare un regime come quello iraniano, difficilmente passerebbe dalla scorciatoia spettacolare dell’eliminazione dei leader, come se la politica fosse un duello tra sovrani. Passerebbe piuttosto da un lavoro lungo, silenzioso e ingrato: intelligence, diplomazia, isolamento mirato, gestione delle fratture interne, costruzione di alternative credibili, e soprattutto una strategia capace di non regalare al nemico la narrazione perfetta della resistenza.
La storia, quando si parla di Persia, non è un esercizio accademico. È un avvertimento pratico. Chi entra convinto di essere Alessandro Magno rischia di scoprire, nel momento peggiore, di aver scelto la strada di Crasso. E quella, come sappiamo, non fu una fine gloriosa.
M.S.


