LA GIUSTA RESPONSABILITA’

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Si è scatenata una guerra, per lo più sommersa visto che ai più “non interessa”, contro la solita persona che in questo Paese sembra sia l’unica che “lavori” e abbia responsabilità su tutto e tutti.
In una giornata di festa Lei (Giorgia) ha scelto di passare la giornata non tra i soliti palchi tra canzonette e battutine acide ma tranquilla in un luogo strano, particolare, conosciuto per la sua “diversità” nell’operare nel mondo del lavoro che coinvolge “persone speciali”.

Lei, attorniata dalle ragazze e ragazzi, sommersa dagli abbracci e sorrisi, lasciando scivolare tensioni e pensieri, prestandosi a scatti e selfie, ha fatto visita ad un amico che di una “particolarità” ne ha fatto non solo un caso, ma reso possibile un piccolo sogno non solo suo.
Ragazze e ragazzi, che normalmente sono messi all’angolo, in questo sogno hanno trovato una strada, magari non la propria, ma almeno un percorso di vita che rende dignità.

In questa cartolina che a molti è risultata spocchiosa, si sono mosse attacchi ed offese per un gesto diverso dal solito mainstream che chiede di essere “istituzionale” specie nelle parate di facciata, un gesto relegato a spicciola propaganda per quelle immagini, per quelle firme, per quel triangolo tricolore.

E loro, gli offesi, a descrivere il disdegno elencando tagli ai fondi, ai bilanci, alle spese che necessitano e servono alla disabilità per affrontare una vita complicata.

Hanno preso carta e calamaio e con devozione di nota macchiato un momento che nessuno nel passato (di chi ha la responsabilità del Paese) si sia mai concesso il lusso di approcciare.

Comprensibile il livore, lo sdegno, l’incazzatura contro chi dovrebbe abbracciare tutti, anche gli ultimi, anche i più deboli, inondando social con post, elencando con dovizia quello che è e non è giusto fare, specialisti correttori delle leggi, esperti di visioni e programmazioni future per i meno abbienti, raccoglitori di negatività da esporre nei musei della società.

Eppur sono vere le lamentele, sono veri i numeri, sono reali i dispiaceri.

Non posso dar loro torto del continuo mancato realismo ed approccio verso un percorso che dia veramente visione, non dico soluzione, ad un futuro dignitoso minimale per quei ragazzi, bimbi, uomini e donne, anziani che vivono borderline in questa società di cartone.

Ma c’è una cosa che manca in tutto questo lamentarsi. Di questo descrivere leziosamente errori e mancanze; manca il focus, è mancato il protagonista, è sbagliata la mira della pistola puntata contro.

Sappiamo e non possiamo eludere che il Primo Ministro ha nelle sue vesti la responsabilità del Paese, ma certo NON detiene tutte le cariche e poteri né di volontà né di azione.

In questo Paese a volte strampalato ma per fortuna sempre democratico, chi vige ha nel suo organismo altri a cui giustamente dare deleghe e responsabilità.

In ambito di disabilità vi era un vuoto governativo, riempito nel 2018 dalla nascita e creazione di un Ministero atto a prendersi cura unicamente della questione.

Un Ministero ora ancora in via di crescita, di consapevolezza ma già con i suoi poteri e doveri, con le sue attuazioni e responsabilità a cui il Ministro nominato deve rispondere.

Dopo aver lasciato, non per mia volontà, il mandato di costruire un ministero che emergeva dalle ceneri, ho visto passare ministri che oggi, nel tirar le somme, stanno dimostrando poca se non inutile intuizione dei reali bisogni che un mondo speculare come il nostro richiede di attenzioni, di cambiamenti radicali, di azioni corpose e precise, di volontà e determinazione a quella inclusione tanto decantata ma ancora sbiadita, buona solo a riempire gli animi di buone speranze.

Ed è qui che la pistola fumante dovrebbe puntare, altrimenti non vi sarebbe ragione del gravoso lavoro fatto negli anni scorsi di sopperire alla mancanza di ruoli al tavolo del Consiglio dei ministri.

La disabilità, da un lustro e più, è un tema costante, da oltre due anni e mezzo consegnato ad Alessandra Locatelli. Già ministra nel governo gialloverde di Giuseppe Conte, poi assessore alla Regione in Lombardia, (nel mezzo coperto dalla ministra Erika Stefani), Locatelli si muove con un basso profilo nell’agone politico-mediatico, ma non disdegna le cerimonie ben protette, le passerelle istituzionali, gli appuntamenti all’estero.

La ministra Locatelli ha firmato un provvedimento con intenzioni nobili, ma con effetti non pervenuti o dannosi. E in particolare, questa è la contestazione principale, la Riforma non dà soldi ai disabili e alle famiglie, non aumenta le pensioni né gli assegni, ma rischia di creare un mercato parallelo per i privati. Volgarmente: un business.

I progetti di vita «individualizzati» sono un caso da osservare: è indubbio che sia necessario predisporre piani di assistenza e inclusione sociale “personalizzati”, ma è altrettanto indubbio che sia fondamentale avere a disposizione professionisti validi e risorse copiose.

In Italia ci sono circa 13 milioni di persone con disabilità, 3 milioni sono in condizioni gravi e 1,5 milioni di questi ha più di 75 anni.

Stupisce che la disabilità, nel dibattito pubblico, sia un argomento laterale, confinato a nicchie spesso intrise di ipocrisia. Oppure sbagliamo a stupirci perché lo Stato, non soltanto durante il governo di centrodestra, in sua vece ha frequentemente scaricato l’assistenza e l’inclusione sociale sulle famiglie, i conviventi, i parenti.

Le responsabilità che vengono imputate ad una vengono ignorate all’altra, forse perché invisibile quando richiesta al confronto ma sempre presente alle passerelle e ospitate di coloro che approfittano del suo mandato

Al tavolo, nelle decisioni, nelle concertazioni, nelle attuazioni, la firma e responsabilità è di copre l’operato ed è a quel posto ricoperto che si inviano missive e fango.

Rivolgete domande e proposte a chi deve occuparsene, portate lamentele e consigli, usate fermezza e determinazione nei percorsi per mantenere la barra dritta ma siate coerenti, almeno con voi stessi, rivolgendo le stesse al giusto destinatario.

La più grande speranza era nel creare uno spazio che, per le sue peculiarità, non avesse nè bandiere né colori ma un unico baluardo dove sedersi e tutti assieme promuovere, stimolare, lastricare quella strada impervia per rendere ogni forma di disabilità la più autonoma possibile.

C’è molta strada ancora da fare, punti fermi da redigere, compiti funzionali da scrivere ma prioritaria, una visione completa, un percorso più oggettivo e quando sia necessario, un pugno di ferro negli ottenimenti degli obiettivi.

Nessuna difesa ad oltranza, nessuna presa di posizione ma la capacità di dare a chi per chi le proprie responsabilità, i propri meriti, i propri errori.

Perché quando si sbaglia obiettivo, il danno è maggiore.

Alberto Torregiani

Alberto Torregiani
Alberto Torregiani
Alberto Torregiani, figlio del gioielliere ucciso dai PAC nel 1979, è una voce civile sul tema delle vittime del terrorismo. Oggi è una voce civile sui temi del terrorismo, della memoria, della giustizia e della disabilità.

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