Caffè “arabica”, 10 centesimi di costo e 50 di sovrapprezzo: Codici denuncia il rincaro al banco

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Un caffè “normale” e uno “arabica”, stesso bancone, stessa tazzina, ma prezzo diverso. È una pratica sempre più diffusa nei bar di autostrade, aeroporti e stazioni, dove la miscela arabica viene proposta come prodotto “premium” a fronte di un sovrapprezzo che, denuncia l’associazione Codici, spesso non trova alcuna corrispondenza nel reale costo della materia prima.

A dare la misura dello scarto è un’analisi dei prezzi al dettaglio delle miscele in commercio realizzata dalla testata Il Fatto Alimentare: a parità di dose per tazzina, circa 7 grammi, il maggior costo di una miscela arabica rispetto a una standard si aggira intorno ai 10 centesimi. Al banco, però, la differenza richiesta al cliente lievita ben oltre, fino a toccare i 50 centesimi.

Il nodo, per Codici, non è la libertà del barista di vendere prodotti diversi a prezzi diversi, prerogativa legittima di ogni attività commerciale. A parità di servizio, personale e macchina, l’unica variabile è infatti la qualità del prodotto in tazza, una differenza che può legittimamente riflettere origine, certificazioni o sostenibilità. Il problema, semmai, è quanto di quel sovrapprezzo sia davvero giustificato e quanto rappresenti invece un margine aggiuntivo scaricato sul consumatore.

A pesare è soprattutto la mancanza di un’informazione chiara nel momento della scelta. Troppo spesso, osserva l’associazione, il cliente non viene messo nelle condizioni di capire, prima di ordinare, che la sola parola “arabica” comporterà un rincaro significativo. Con un rischio concreto: che chi è distratto, di fretta o non parla italiano finisca per pagare di più senza averlo scelto davvero.

“Stiamo assistendo a una vera e propria speculazione ai danni dei consumatori, mascherata da un’apparente libertà di scelta”, attacca Ivano Giacomelli, segretario nazionale di Codici. “Non mettiamo in discussione il diritto di un bar a offrire prodotti di qualità diversa a prezzi diversi: è legittimo, ed è giusto che chi sceglie un caffè migliore paghi qualcosa in più. Quello che chiediamo è che il sovrapprezzo sia proporzionato e che il consumatore venga informato in modo chiaro, prima di ordinare, di quanto costerà davvero la sua scelta”.

“Quando una differenza di pochi centesimi nella materia prima si trasforma in un sovrapprezzo di 50 centesimi al banco, senza alcuna comunicazione trasparente al cliente”, conclude Giacomelli, “non si tratta più di libero mercato: è un meccanismo che approfitta della distrazione o della fretta delle persone per gonfiare i margini. La qualità ha un costo, e questo va riconosciuto. Ogni aumento di prezzo, però, deve essere proporzionato, comprensibile e comunicato in modo onesto, affinché la scelta del consumatore sia realmente libera e consapevole”.

Fonte: Codici

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La Redazione di Secolo Trentino è il team editoriale del quotidiano online indipendente fondato nel 2013. Copriamo ogni giorno le notizie di cronaca, politica, economia e cultura dal Trentino e dall'Italia. Direttrice Responsabile: Martina Cecco.

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