Ricambio generazionale, ma con chi?

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Il ricambio o, meglio, il turnover, nel meraviglioso patois buro-veneto del ministro Brunetta, è una cosa bellissima: si giubilano i fannulloni, si mandano alla meritata panchina in Riviera gli anzianetti e si immettono nel mondo del lavoro tanti bravissimi giovani, dottori di ricerca, laureati a pieni voti, punte di diamante degli atenei.

Sorvolo sul fatto che un dottore di ricerca, per solito, è uno che fa ricerca, appunto, e non ha nessuna specifica dote professionale: il problemino di fondo mi pare un altro. Gli è che l’Italia dovrebbe essere sottoposta a un turnover totale: ora come ora, non c’è un solo comparto della vita nazionale, produttiva o servizievole, che non faccia acqua. Che è un bel modo per dire che fa schifo.

Andrebbero radicalmente rinnovate quasi tutte, se non tutte, le categorie: dai giudici ai docenti, dagli impiegati ai boiardi di Stato, dai politici ai sindacalisti. Tutti a casa: questa sarebbe la soluzione, magari un po’ drastica, ma inesorabile e inevitabile, se volessimo salvare il Paese. O quel che ne rimane. E qui si pone il problemino di cui sopra. Con chi li dovremmo sostituire, questi rottami in liquidazione? Dove dovremmo andare a pescare i miracolosi e superlativi sostituti?

L’esperienza ci dice che le nuove leve sono quasi sempre peggio delle vecchie: i giovani magistrati sono ancora più assetati di copertine dei vecchi e, in più, mostrano spesso una conoscenza piuttosto approssimativa delle pandette e dei codici. I nuovi professori sono dotati di notevole autostima, ma, alla prova dei fatti, spesso sono solo dei migranti, con un titolo di studio più o meno regalato. Gli impiegati mancano di ogni senso di responsabilità e delegano: i boiardi si limitano a incassare stipendi stratosferici, per rifilare al popolo frasi ad effetto: ma i nuovi impiegati e i recenti imboiarditi paiono pure peggio.

Politici e sindacalisti neppure li contemplo: lì lo schifo è transgenerazionale di default. Dunque, dove sono questi rincalzi di valore: dov’è questa Italia meravigliosa da contrapporre a quella pessima di adesso? Ve lo dico io, miei cari: non c’è. Non esiste.

Perché il marcio è, ormai, arrivato alle radici: e di lì si trasmette anche ai nuovi virgulti. In altre parole, siamo fregati! Pensate a quando arriveranno in plancia di comando gli attuali studenti, figli del Covid e dell’Azzolina: immaginateveli a prendere decisioni, a salvare il vapore periclitante.

Ma non scherziamo. Ci sarebbe un’unica soluzione: tornare alle origini, con una scioccante ma salutare inversione a U. Tornare ad una severità che, in qualunque altro momento, ci sarebbe sembrata eccessiva: à la guerre comme à la guerre! Scuole severe, università arcigne, servizio militare o civile, come Dio comanda.

Ma non accadrà: purtroppo, i fatti stanno a zero e le chiacchiere a mille. Dunque, mettete pure da parte le illusioni: se ci sarà un turnover, sarà in peggio.

Al quale peggio, come la storia insegna, non c’è fine: cominciate a scavare.

Marco Cimmino