Sentirsi vivi anche in pandemia: si può

Conviviamo col Covid già da un anno e la sensazione che accomuna tutti noi è quella di sentirsi bloccati, in stallo, in standby. È come se ci avessero tappato le ali, le nostre case sono diventate delle gabbie e un senso di amarezza misto a rassegnazione alberga nei nostri cuori. Eppure, c’è chi non si è fatto fermare dalla pandemia, chi non ha smesso di inseguire i propri sogni e chi soprattutto è riuscito a mantenere un pizzico di normalità in questo periodo così surreale. Giacomo è uno di questi; la sua passione per la corsa è stata più forte di qualsiasi restrizione e la voglia di migliorarsi e raggiungere i propri obbiettivi gli ha permesso di sentire meno il peso della pandemia. Giacomo ha 29 anni, nasce a La Spezia dove vive fino ai dodici anni, poi si trasferisce in Sardegna ed infine nel 2018 si stabilisce a Padova. Domenica 6 marzo ha corso da Padova a Verona ma la vera sfida la affronterà il 16 aprile. Prenderà parte alla competizione annuale “Ultra-Trail” che consiste nel percorrere l’antichissima “Via degli Dei”: ben 125 chilometri tra natura e storia. Giacomo è la testimonianza che ci si può sentire vivi anche in un periodo così buio, basta solo avere tanta forza di volontà e soprattutto non darla vinta alle emozioni negative.

-Da dove nasce la passione per la corsa?
La passione per la corsa l’ho sempre avuta, fin da bambino. Non è stato lo sport principale, l’ho sempre messo in secondo piano […], ad esempio da piccolo facevo pattinaggio artistico su rotelle e portare i pattini pesanti per l’allenamento mi ha reso le gambe veramente forti e mi ha dato soprattutto coordinazione nei movimenti, cosa che tutt’ora mi aiuta. Quando mi toglievo i pattini correvo come un razzo e mi piaceva […]. Poi ho fatto calcio e guerra simulata soft air. Sono passato successivamente al pugilato per migliorare il fiato e rinforzare i muscoli. Correre era l’allenamento secondario, non lo facevo per passione. Quando dalla Sardegna mi sono trasferito a Padova ho continuato questo tipo di allenamento. Ad un certo punto però ho smesso di andare in palestra e ho iniziato a correre, mi sono reso conto che la corsa è sempre stata mia compagna di vita.

-Cosa è cambiato dal momento in cui hai fatto questa considerazione importante?
Essenzialmente in quel momento ho cominciato veramente a sfidare me stesso, mi assegnavo delle tratte da percorrere: Padova-Bassano, Padova-Castelfranco, Padova-Vicenza. Eravamo solamente io, le mie gambe e la mia resistenza.
A quel punto mi sono documentato sugli altri runner da tutto il mondo: se loro riescono a farlo, perché non posso anche io?

-In cosa consiste il tuo allenamento?
In sostanza quello che faccio è semplicemente ascoltare il mio corpo […], solitamente mi preparo dai 3 mesi ad 1 mese prima della corsa. Mi creo un piano settimanale dove stabilisco dei target sia in termini di distanza che di ritmo. Oltre la corsa inserisco anche altri esercizi, ad esempio per le braccia che aiutano tanto durante la corsa […]. Almeno una/due settimane prima di fare una tratta devo aver corso una distanza pari a quella che dovrò affrontare poi in un solo giorno. Oltre che fisicamente, questo processo ti prepara mentalmente.

-Cosa hai provato nel correre da solo tutto quel tempo?
Sinceramente non ricordo gran parte della corsa, ho solo qualche flash. Ricordo bene che all’inizio ero felice e molto carico, poi impressi nella memoria ho i momenti più duri. Ero in uno stato meditativo, ti scolleghi. Devi avere molto autocontrollo, mantenere alto l’obbiettivo, perché se lasci che la stanchezza prenda il sopravvento è finita.

Hai avuto dei momenti di cedimento?
Arrivato al 95esimo chilometro mi sono fermato per un dolore atroce al piede, volevo fermarmi, lo ammetto. Lì ma ho deciso di mettere la musica -cosa che di solito non faccio- e sono arrivato fino a Verona

-Sei riuscito ad allenarti in questo anno di pandemia?
E’ stato difficile, perché potevi uscire per fare attività fisica nel raggio di 200 metri dalla tua abitazione, sono arrivato a fare 25 chilometri facendo avanti e indietro. A casa poi mi allenavo col mio sacco da boxe, ora utilizzo il pugilato per la corsa, mentre prima era il contrario.

-Ti ha aiutato la corsa ad affrontare la pandemia?
Si, mi ha dato modo di evadere e tenere occupata la testa. Il corpo ha bisogno di muoversi e la corsa mi ha dato modo di prendermi cura del mio fisico ma anche curare la mente. Poi in un momento buio come il lockdown fare attività fisica e avere degli obbiettivi mi ha fatto sentire meno il peso di tutta la situazione.

– E’ cambiato il tuo modo di vedere la corsa durante il lockdown?
E’ stata una vera e propria una valvola di sfogo, mi ha dato quel senso di evasione […]. Oltretutto allenarmi ha sempre un effetto positivo sul mio umore. Anche se spesso rientro a casa tutto sporco di terra e fango e stanco, mi rendo conto di essere felice.

-Quali sono gli ingredienti per continuare a coltivare le proprie passioni in questo periodo?
Bisogna avere la forza e il coraggio di mettersi in gioco e “sporcarsi un po’ le mani”. Per l’ultima corsa sono partito la mattina presto e c’era freddissimo, non mi sentivo più le mani, mi si ghiacciavano i capelli ma ci sta: mi fa sentire vivo!