Le elezioni del Quirinale più “rosa” di sempre non hanno una candidata donna

Oltre al Covid, a condizionare queste elezioni presidenziali sarà anche il maschilismo ancora dilagante nei palazzi romani, quel maschilismo che costringe le donne a doversi candidare per far felici mariti, compagni o parenti con aspirazioni politiche alle elezioni circoscrizionali e comunali in virtù di leggi che solo a parole tutelano la parità di genere. Parità di genere che scompare nel momento in cui si parla delle più alte cariche dello Stato se non per brevi spot in cui vengono lanciati nomi che non hanno un grosso seguito.

Facendo i conti della serva, saranno 1.009 i grandi elettori chiamati a eleggere il Capo dello Stato: 321 senatori, 630 deputati e 58 delegati regionali, tre per ogni Regione (ad eccezione della Valle d’Aosta che ne ha uno). Per essere eletti, servono 673 voti (pari ai due terzi dell’Assemblea) nei primi tre scrutini mentre dal quarto ne bastano 505, la maggioranza assoluta.

Le parlamentari – come ricorda su L’Avvenire Lella Golfo – non sono mai state tanto numerose: 339 donne che, se votassero facendo ‘partito’, avrebbero un peso non indifferente. Di questo nessuno ha mai parlato, forse perché non è fantapolitica ma ‘solo’ un’argomentazione concreta. “Eppure, un’elezione è fatta di teste, voti e accordi dietro le quinte mentre i ‘se’, le dichiarazioni di circostanza e il presunto ‘femminismo’ dei leader politici servono solo per riempire le pagine dei quotidiani. Ricordate come quegli stessi leader si sono cosparsi il capo di cenere dopo le ultime amministrative, le più maschiliste di sempre? Eppure, avevano dichiarato grande considerazione e apprezzamento per la partecipazione femminile al governo di Regioni e Comuni”. Alle giuste riflessioni della Golfo, aggiungiamo che di quelle 339 donne solo 6 vengono dai Consigli regionali, con uno squilibrio tra le donne elette con listini bloccati e su “ordine di scuderia” dei partiti (333 su 951, 35%) e quelle eletti all’interno dei Consigli regionali dove si accede in base alle preferenze (6 su 58, 10%).

Eppure di donne volenterose di servire la cosa pubblica ve ne sarebbero: i nomi di Elisabetta Casellati o di Marta Cartabia, donne con un ottimo curriculum vitae, mettono tranquillamente in ombra molti nomi di possibili papabili al Colle. In questo discorso non possiamo dimenticarci di Emma Bonino, che in varie occasioni era stata proposta per diventare Presidente della Repubblica, ma senza successo.

Non solo, certe volte la “toppa” è peggio del buco: gli appelli a candidare una donna al Quirinale sono diventati stucchevoli, ripetitivi e – quelli sì – maschilisti. Perché la Cartabia dovrebbe essere eletta in quanto donna? Non dovrebbe essere eletta perché costituzionalista, ministro, volto di spicco nel panorama giurisprudenziale del Paese? Veramente basta appartenere a un sesso piuttosto che a un altro per meritare la candidatura alla più alta carica dello Stato? Proprio per un concetto di parità di genere, dovrebbe essere semmai la meritocrazia e il guardare al curriculum senza soffermarsi se il candidato sia donna, madre, single e via discorrendo.

Quella italiana resta così una situazione anomala, dove si vedono donne costrette a candidarsi nei Consigli circoscrizionali, comunali o regionali venendo poi spesso appannate dagli uomini in termini di preferenze e donne che vengono elette perché una legge lo impone e poi vengono escluse dal processo decisionale. Al contempo il tutto viene corredato da una campagna per combattere le differenze di genere, contrastando la lingua italiana. Perché il plurale al maschile è maschilista, una politica incapace di valutare asetticamente i curriculum no.