Questa non è solo una storia di cronaca nera, ma di utilizzo a posteriori di argomenti sopraggiunti nel tempo, di schemi moderni calati su un fatto antico quanto la Magna Grecia, anche se solo un ventennio separa il crimine dalle versioni che ne saranno offerte in ultima battuta; ma è anche una storia di sfortuna.
Il racconto degli eventi soffre di versioni diverse arrivate nel tempo: prenderemo a base Telefono giallo e Blu Notte.
E’ il 26 luglio 1988, giornata di sole a Rende, Cosenza. Roberta Lanzino, 19 anni, è un’universitaria di scienze sociali ed economiche. Padre bancario e sindacalista CISL, madre professoressa, famiglia senza problemi di sorta, un fratello e una sorella, la giovane, bel volto da solare calabrisella, pensa di andare al mare con i suoi, nella casetta di famiglia sulla spiaggia: anche se è già pomeriggio e bisogna attendere che papà esca dall’ufficio. Si concorda che lei andrà in motorino, un Sì Piaggio, ma non sulla statale 107, ove il traffico è rischioso per chi è in motociclo: scavallerà per le colline, per poi arrivare in contrada Miccisi, tra San Lucido e Torremezzo, buoni 32 kilometri, se non di più. Il tragitto è messo in sicurezza, perché papà e mamma la seguiranno in auto e quel vecchio percorso è conosciuto: durante i lavori per la statale, lo facevano sempre.
In realtà il gruppo non rispetta meticolosamente il programma. Lei si avvia, senza controllare, o avvedersi, che la macchina non è più dietro di lei, forse confidando di essere presto raggiunta; i genitori, Franco e Matilde, fanno tre brevi tappe: si fermano a caricare un tavolino da portare alla seconda casa, a comprare un cocomero (con chiacchierata tra Franco e il fruttivendolo) e presso una fontana per riempire un bidone di acqua buona, attendendo però che abbia finito un’altra persona. Tempo stimato, dal papà, a Telefono Giallo, 15/20 minuti; in seguito, ricalcolato dalla madre: 8 minuti di scarto rispetto a Roberta, di cui i coniugi Lanzino si faranno una colpa.
Non si sa bene cosa sia accaduto, se non da alcune testimonianze. Sulla cosiddetta strada tutta curve “Falconara” la ragazza viene vista, incerta, a valutare le indicazioni stradali, da una famiglia su un furgone: il gruppo la invita a seguirla fino a un bivio, ove le indicheranno la direzione per il mare, che lei avrebbe imboccato. Quelli stessi parleranno di una FIAT 131 chiara guidata da un biondino, che sembrava seguirla: passerà poi qualche guaio un pregiudicato locale, presto scagionato.
Il resto è noto: i Lanzino non la trovano, il padre andrà a cercarla, a ritroso fino a Cosenza, si organizzano battute di ricerca tra forze dell’ordine e privati, finché verrà prima rinvenuto il motorino, dietro un muretto, appoggiato a terra, ma non sinistrato; e, a circa 70 metri, in una scarpata, con il mare poco sotto, lei: percossa, gola tagliata, le spalline della maglia arrotolate e ficcate in bocca, violentata. Si presenta una distorsione a una caviglia. Riguardo ai vestiti, il medico legale del primo sopralluogo dichiarò che jeans e maglietta erano ancora indossati; in seguito sentiremo che, invece, Roberta era stata spogliata e i jeans erano tagliati con mano sicura. Di più, ci dissero che gli indumenti erano spariti quasi subito dopo il delitto: sembra strano e a tuttora rimane una notizia non circostanziata.
I primi indagati saranno i fratelli Rosario e Luigi Frangella e il loro cugino Giuseppe Frangella, agricoltori e allevatori. Rosario è uno psicolabile distintosi per aver sgozzato le sue pecore; gli altri due avranno a contraddirsi su chi e come avesse visto Roberta in effetti transitare, probabilmente Luigi: e anche a lui la giovane avrebbe chiesto lumi sulla maledetta strada per il mare, nominando Torregrossa. Tutto tende a mostrare che non doveva essere difficile arrivarci: le due (malandate) carrozzabili portavano comunque sul litorale. Tutt’al più Roberta ci sarebbe arrivata dal lato più lontano alla sua destinazione, da raggiungere costeggiando la spiaggia.
Ricostruire come si arrivò a costoro ( più altri loro parenti), alle dichiarazioni non sempre lineari, agli indizi (graffi sulle braccia, un fazzoletto vicino al cadavere, dello stesso tipo posseduto da uno di loro), è complicato e ormai inutile, ma non fu lasciato nulla di intentato: si mandò perfino il liquido seminale in Inghilterra, per le analisi del DNA agli esordi, ma il materiale risultò inutilizzabile; e i tre, alla fine, furono assolti.
I Lanzino, con eroica compostezza, rispettarono la sentenza, ma l’opinione pubblica rimase convinta, e lo è tuttora da quelle parti, che il trio avesse “visto qualcosa”. Già, siamo in Calabria: si deve per forza aver visto e ovviamente si tace, questo il ragionamento.
Trascorrono gli anni. Si crea la fondazione intitolata a Roberta, per l’assistenza a donne in difficoltà, in cui la famiglia profonderà le sue energie, senza recriminazioni, finché cambia il copione.
Giunge l’epoca dei casi freddi, delle nuove tecniche, dei pool antimafia, ndrangheta e camorra, ma il risultato non cambia. Si tiene dietro al “pentito” Franco Pino, che indicherà una pista di cui non mette conto parlare troppo, perché si rivelerà infruttuosa; e darà la stura ad atroci polemiche e velenose accuse contro magistrati accusati di collusione e corruzione.
Quindi? Roberta uccisa per caso e, di seguito, una serie di concatenate vendette trasversali malavitose? Intreccio tragico di violenza e barbarie, forse per interessi economici legati a proprietà terriere e pascoli, come è stato suggerito? Non ci sta nemmeno questa volta. Rimane il solito corollario di accuse: alle indagini malfatte, alla malagiustizia e via dicendo.
Cosa può essere successo, infine?
Roberta viene descritta piena di vita, di interessi e di amici, già coinvolta nelle attività sindacali, esperta di cucina in una radio locale, di tutto un po’, ma non impegnata sentimentalmente. Uno spasimante segreto o respinto? Difficile: non l’avrebbe insidiata sapendola con i genitori, non potendo poi immaginare la perdita di orientamento di lei.
Perché buttarsi su un percorso insidioso, un asfalto tutto buche e toppe e, come s’è visto, non così ben conosciuto come sembrava? Evitare la superstrada era un buon motivo, ma perché Roberta non ha atteso i genitori, soprattutto una volta consapevole dell’ impaccio? Non avevano concordato, non si erano confermati sulla via da prendere? Forse tutto ciò è accaduto per una serie di sfortunate coincidenze e la temerarietà giovanile, cha fa sottovalutare i pericoli. E dopo?
Una volta smarritasi, Roberta avrà fatto un brutto incontro, questa l’unica spiegazione trovata: ma dei peggiori a quanto pare. La madre, in tempi recenti, ha ribadito che un solo aggressore non può aver fatto tutto da solo: ne occorreva almeno un altro per rimuovere il motorino. Bisogna dunque immaginare che, per una combinazione maligna, oltre a ritrovarsi sola e sperduta, lei si sia imbattuta in due/tre personaggi ebbri di libidine al punto di fare strame del suo corpo, incuranti del passaggio di macchine che, pur raro, esisteva, e ancora in discreta luce: la morte è decretata circa alle 20.
Infine, c’è dell’altro che fa male: la Calabria, che fu culla di civiltà, raffigurata sempre, e in parte ancor oggi, come tana di malavita selvaggia, reputazione che si estende inevitabilmente a tutta l’Italia e sembra destinata a una perpetua alimentazione: ma è proprio così?
Carmen Gueye

