Quante volte è capitato, negli ultimi giorni, di imbattersi nel video di una donna, un’addestratrice marina, che verrebbe inghiottita da un’orca? Una scena che sembra irreale, ma non abbastanza da lasciarci indifferenti. In tanti, colpiti da quelle immagini, si sono spinti a ricostruire gli ultimi istanti di lei, arrivando perfino a immaginare funerali solenni: la figlia che piange, la folla, la cerimonia lucente.
Ecco la verità: non è mai successo.
A dimostrarlo non è soltanto la scena stessa — a uno sguardo attento poco credibile — ma anche diverse fonti autorevoli che hanno smontato la vicenda. La presunta morte di Jessica Radcliffe, vittima di un’orca “da spettacolo”, è in realtà una storia inventata di sana pianta. Un tipico caso di fact hacking, dove un contenuto generato dall’intelligenza artificiale viene confezionato con realismo e diffuso come se fosse cronaca vera.
Eppure il video, nonostante le smentite, continua a circolare in rete e a generare commenti. C’è persino chi lo presenta come la ricostruzione, seppur parziale, di un incidente realmente accaduto. Peccato che non sia mai successo nulla del genere.
Certo, incidenti con orche in cattività sono realmente accaduti — basti ricordare la morte di Dawn Brancheau a SeaWorld nel 2010 o quella di Alexis Martínez a Loro Parque nel 2009. Ma non qui, non questa volta. La memoria di quelle tragedie è stata usata come carburante per rendere più credibile un falso.
Il fact hacking non è fantascienza. È la capacità, oggi alla portata di chiunque abbia un generatore di immagini o video, di costruire eventi mai avvenuti e dar loro l’apparenza della realtà. Funziona così: si mescolano dettagli veri — un nome, un parco marino realmente esistente, il ricordo di una tragedia passata — con elementi inventati, confezionando un racconto credibile.
Per smascherarlo serve un atteggiamento critico. Prima di tutto, chiedersi se la persona e il luogo citati esistano davvero: basta una ricerca per scoprire che spesso non vi è alcuna traccia ufficiale. In questo caso concreto di Jessica Radcliffe. Poi contano le fonti: se una notizia compare solo su account social anonimi o portali minori e non trova conferma entro uno o due giorni sui grandi media, la sua attendibilità è vicina allo zero.
Ci sono anche indizi più sottili: un audio che suona artificiale, una luce che non torna, una mano disegnata male, un’inquadratura che cambia senza logica. Piccoli dettagli che tradiscono la macchina dietro la finzione. E infine la regola più semplice: se un contenuto sembra costruito solo per scioccare, vale la pena dubitare.
Quella di Jessica e dell’orca è solo l’ennesima dimostrazione di come l’intelligenza artificiale possa essere usata per diffondere fake news emozionali: contenuti pensati per colpire le viscere, generare reazioni immediate, manipolare la percezione collettiva.
A volte l’AI produce immagini innocue e persino buffe — come la celebre foto di Papa Francesco con il piumino Balenciaga. Altre volte, invece, scatena vere e proprie tempeste di disinformazione: basti pensare al falso arresto di Donald Trump o alle immagini della presunta esplosione al Pentagono, che nel 2023 provocarono persino un temporaneo scossone ai mercati finanziari.
Ecco perché il rischio non riguarda solo i social. Se un semplice video artificiale, costruito sul mito dell’“orca assassina”, riesce a farsi spazio nell’immaginario collettivo, significa che la linea di difesa è fragile. Che persino i giornalisti possono rischiare di riportare fatti mai avvenuti.

