Oggi l’Italia ha mostrato il lato peggiore della piazza. A Milano e Bologna – e, a seguire, in molte altre città – la mobilitazione a sostegno di Gaza è tracimata in scontri, blocchi, assedi a stazioni e snodi urbani. Scene indecorose che cancellano, in un attimo, la nobiltà dell’intento dichiarato: difendere i civili e chiedere pace.
Il paradosso è evidente: una causa giusta – tutela della vita, cessate il fuoco, corridoi umanitari – difesa con metodi sbagliati. Il confronto civile diventa prova di forza logistica; la città, anziché luogo di diritti condivisi, si trasforma in campo di pressione permanente. Il messaggio politico si sfilaccia: alla tragedia mediorientale si sovrappone un catalogo di rivalse domestiche che nulla aggiunge alla causa palestinese e molto toglie alla credibilità di chi manifesta. E così, il messaggio originario di pace e solidarietà si dissolve, offrendo argomenti a chi invoca una linea più dura e delegittima la protesta.
Il paragone con l’“autunno caldo” viene spontaneo ma regge fino a un certo punto. Allora – piaccia o no – il perimetro era chiaro: diritti dei lavoratori, salari, contratti, sicurezza. Oggi troppe piazze oscillano tra slogan intercambiabili e obiettivi cangianti. E mentre si invoca Gaza, l’Italia concreta scompare dallo sfondo.
Ed è qui il nodo: dalla Gaza alle garze. Mentre si parla, anche legittimamente, di geopolitica, gli ospedali fanno i conti con bilanci in sofferenza, carenze di personale e – in molte realtà – attese fuori soglia; il costo dell’abitare schiaccia famiglie e studenti; le scuole arrancano tra edilizia precaria, organici insufficienti e dispersione; i lavoratori vedono diritti compressi e tutele minime, con un caro-vita ancora pesante che rosicchia stipendi e risparmi. È una lista poco televisiva, ma è quella che decide la quotidianità.
Si dirà: l’autunno caldo produsse lo Statuto dei Lavoratori. Vero. Ma quello Statuto è rimasto, in larga parte, figlio degli anni ’70: conquista fondamentale, certo, però mai davvero ripensata per il lavoro frammentato di oggi – partite IVA mascherate, piattaforme, turni spezzati, contratti a tempo che si inseguono – pur dopo riforme come il Jobs Act. Se davvero vogliamo parlare di diritti, bisogna rimettere mano lì: tutele moderne, salari dignitosi, sicurezza reale, conciliazione tra tempi di vita e di lavoro.
Sia chiaro che lo spirito che muove chi scende in strada per Gaza è nobile. Ma una democrazia matura non misura la forza delle idee dal rumore che producono, bensì dalla capacità di convincere senza calpestare i diritti altrui. Le città non sono ostaggi da prendere: sono comunità da rispettare. Se si vuole davvero portare la questione di Gaza al centro dell’agenda, la via non è l’assedio ai servizi essenziali, né la guerriglia simbolica contro i pendolari: è la serietà – dati, proposte, responsabilità.


