Novembre2024
Poi una mattina ti svegli con la faccia gonfia come un melone. Gonfia e rossa. Pensi di avere dormito male, cerchi notizie su internet e, di fatto, ti rassicuri. Ho dormito male, tra qualche ora passerà. Ed invece no, non passa. Passano i giorni ed il gonfiore, come il rossore, permane. Il primo pensiero è un’allergia, di nuovo cerco conferme su Internet tra mille immagini cercando quella che più mi rassomiglia. Ancora non sapevo di avere iniziato il mio calvario. Il primo passo, il medico di base. Oggi non visitano più, un’occhiata veloce e scrivono lesti la ricetta per mandarti via il prima possibile. Il prossimo paziente attende in sala d’attesa insieme ad altri 30, già è lusso un cenno di saluto. In farmacia faccio scorta di cosmetici adatti alle allergie, antistaminico, altri intrugli vari. Ed inizio a spendere. Pure tanto. Nessun miglioramento ma uno stato in linea con il sistema nervoso iniziato a vacillare dalle decine di volte a guardare lo specchio, alla solita domanda a chi mi sta accanto: come mi vedi? La risposta, normale, è solo un atto di compassione. Sono visibilmente molto gonfio e rosso in faccia, altro che balle! Ho bisogno di uno specialista, un allergologo per la precisione. Ci provo tramite il sistema sanitario, richiesta prima visita con la formula urgente dal medico di base, prima data disponibile settembre 2025. Ovvero, dopo nove mesi. A pagamento? Tra 3 giorni alle ore 9. Così è se vi pare. Accetto, cos’altro potrei? Magari arrabbiarmi, ma non posso. L’allergologo, dopo il test, mi liquida lapidario: nessuna allergia, a mio avviso è dovuto ad una sinusite. Una forte sinusite. Ci sta, rifletto, fin dall’inizio di questa storia avverto di avere il naso perennemente tappato. Lei ha bisogno di un buon otorinolaringoiatra, detto questo mi snocciola un nome con un numero telefonico. Faccia pure il mio nome, si premura al momento del congedo. Non mancherò, grazie. Sinceramente sono rincuorato, la sinusite è il minore dei mali e già mi vedo curato, sgonfio, e senza questo cerchio alla testa da affliggermi dall’inizio di questa brutta storia, come il senso di vertigine ogni qualvolta mi alzo da una sedia. Cosa strana, mai sofferto di cefalea in vita mia, eh la sinusite… Nel viaggio di ritorno mi fermo ad un super mercato di elettrodomestici per acquistare uno ionizzatore ed un deumidificatore, iniziamo a respirare aria pura almeno in casa, accidenti alla Lombardia piena zeppa di particelle velenose! Nel frattempo avevo chiamato l’otorino. Altra parcella, altra corsa, signori in carrozza! Ed in carrozza, inconsapevolmente, ci ero salito per davvero; una carrozza capace solo di girare in tondo per riportarti sempre al punto di partenza. Non è dovuto alla sinusite, le suggerisco un immunologo poiché potrebbe essere dovuto ad un virus, così la laconica risposta del otorino, comunque sia niente di grave, non si preoccupi, e nel dirlo mi segna su un foglietto ilo nome dl professionista con tanto di numero telefonico.
Gennaio2025
Sono passati due mesi, dall’inizio di questa maledetta vicenda, mi trovo ancora al punto di partenza e con un bel po’ di soldi in meno. Mi accorgo di stare troppo tempo su Internet nella vana speranza di trovare una risposta, sto vacillando, lo so, non riesco neppure più a lavorare. Cerco di ricordare come tutto è cominciato, ossia dal senso di sbandamento quando, rialzandomi dopo avere raccolto un oggetto, avvertivo la vertigine. Un calo di pressione, pensavo, capita a tanti soprattutto a chi, come il sottoscritto, ha superato i 60 anni già da un po’. Ancora una bugia contro me stesso per la paura infantile di non affrontare la realtà, ma quando il 7 gennaio mi sono destato con un collo alla Hulk ho detto basta: Ospedale Poliambulanza di Brescia, Pronto Soccorso. Mannaggia a non averlo fatto prima! Ma sono un italiano d’antan, rispettoso degli altri e col perenne timore di approfittare dei servizi gratuiti, potendo sorvolo. Però, quella mattina, proprio non avrei potuto diversamente. Stavo soffocando. Al Pronto Soccorso sono in attesa con diverse decine di persone, più o meno una settantina in tutto, in maggioranza stranieri arrivati anche per un banale raffreddore. All’accettazione ho accusato un’allergia, che altro avrei dovuto? Codice bianco e tanta pazienza. Finalmente, dopo ben 7 ore di attesa, arriva il mio turno. Il medico capisce subito che sia un qualcosa ben più grave di un’allergia, ordina un ecodoppler immediato. Dopo una buona mezz’ora mi richiamano, l’ecodoppler non ha funzionato bene –questa la giustifica- procediamo con una TAC. Da una, le TAC, diventano 4, le ultime due con contrasto. L’ultima, dolorosissima, per lo scoppio di una vena. Il braccio sinistro si trasforma in un misto tra un peso massimo di pugilato ed un lottatore di sumo, ma è la sentenza a farmi paura: trombosi alla giugulare destra ed alla vena cava superiore. Ricovero immediato. Rimango basito, ma stranamente tranquillo, avranno sbagliato, credo, non può essere accaduto a me. Ed invece no, era tutto vero. Cortisone in vena e razione da elefanti di coagulanti, vedo il sangue uscire a pallini densi, la cosa m’impressiona ma rimango tranquillo. Fondamentalmente sto bene. Due giorni dopo, dalla terapia d’urgenza, mi trasferiscono in reparto, ma l’ospedale è pieno quindi trovo ricovero in gastroenterologia. Dalle analisi risulta un PSA fuori dalle righe. Ancora un paio di TAC con contrasto, un’infinita serie di ecodoppler. Secondo l’urologo giunto a visitarmi, con tanto di sverginamento anale, la prostata non presenta alcun problema. Consiglia di assumere una pastiglia al dì sentenziando una banale infiammazione. In effetti mai avuto una difficoltà nell’urinare, bella-chiara-limpida e di forte getto- nessun disturbo, quindi, questo urologo è bravo. Il giorno seguente un altro urologo dall’età di mio figlio, Simone Francavilla, desidera andare a fondo alla faccenda del PSA alto. Egli parla senza usare il bon ton non edulcorando le parole, ma va dritto senza girarci intorno: la trombosi è il segnale di un tumore. Dobbiamo capire se c’è e dove, non è quasi mai sine causa. Dialogare con il dott. Francavilla e preferire un gatto nero ad attraversarti la strada è presto detto: pure il gatto nero farebbe gli scongiuri davanti a questo medico. Mi ordina una risonanza magnetica. Simone, aveva ragione. Ahimé. Dalla risonanza magnetica risulta una lucina accesa alla prostata. Le chiamano lucine, dire un cancro pare brutto. Vengo dimesso dall’ospedale, dopo 5 giorni, in attesa di tornare, in hospital day, per la biopsia venti giorni dopo.
Febbraio 2025
La biopsia viene effettuata da una dottoressa, mi guardo intorno smarrito poiché per il mio atavico pudore vorrei un medico di sesso maschile. Provo una profonda vergogna, l’ho detto: sono un uomo d’antan, educato secondo i principi degli anni 60. Oggi sarebbero ridicoli, ma mi tengo stratta la mia educazione grazie alla quale non ho mai corso fuori dai binari del rispetto. La biopsia fa male? Si, ma oramai sono disposto nel sopportare tutto. Tre giorni dopo, il dott. Francavilla, mi chiama per rivedermi. Come sempre va diritto al problema: hai un tumore, considerato molto aggressivo, ti ordino una PET per individuare se esistesse qualche altra cellula sparsa oltre alla prostata. Ovvero se fossi colpito da metastasi. Resto agghiacciato. Il pur confidenziale “tu” usato da Simone, gradito poiché mi permette di vederlo come un profilo umano scacciando l’immagine del gatto nero menagramo, non mi evita il senso di soffocamento alla gola. Quanto mi resta da vivere? Chiedo, meravigliandomi di me stesso, non avrei mai pensato di formulare una domanda del genere. Soprattutto non per me. More solito la risposta del dottore è secca: se non lo curiamo, 5 anni. Poi inizia a snocciolare una serie di ipotesi: se dalla pet risultassero altre lucine inizieremo con la chemio, la cura ormanale, e le sedute di radioterapia. Vediamo, non fasciamoci la testa prima. All’improvviso, il dott. Francavilla, esce finalmente con il suo tratto più umano carico di speranza. Attendiamo l’esito della PET, continua, mentre scrive la richiesta. Una PET a pagamento è fuori da ogni logica, ma ho fortuna e, tramite il servizio sanitario, ottengo l’appuntamento per la metà del mese di marzo.
Marzo 2025.
Ho smesso di lavorare facendo domanda per la pensione, già mi spettava da un paio di anni ma l’avevo rifiutata. Lavorare mi esalta, mi fa stare bene, ma non ho più la testa per parlare di Socrate, Dante, o chicchessia. Neppure per l’arte, sale della mia vita, provo interesse. Non riesco nemmeno a scrivere e le parole, quelle parole già scorse a fiumi, rimangono nell’inchiostro della penna. Chiamo l’editore del Secolo Trentino, lo avviso, il silenzio accompagna il nostro colloquio di tre parole tre. Lascio perdere pure lo scoop giacente sulla mia scrivania, un manoscritto di ben 80 pagine firmato da uno degli ultimi superstiti viventi della strage di Stazzema. Potrei pure venderlo, ma la cosa non mi tange, anzitutto per la parola data all’editore, ma soprattutto perché il valore del denaro, oggi, è proprio lo sterco del diavolo. Inizio a chiamare gli amici, tenendo i parenti stretti, ovvero figli e sorelle nonché due zie di novant’anni, fuori dal problema. E’ un problema mio, non ho il diritto di angustiare pure loro. Dopo le solite frasi ripetute e perse nel dimenticatoio, dal dai sei un guerriero, non mollare, ti aspettiamo… gli amici non richiamano mai. Ma li capisco, mi sono comportato pure io così. E’ la paura della risposta a frenarti, il terrore di non avere neppure la risposta, non richiamavo io, non richiamano neppure loro. Ma forse m’illudo perché in fondo, del tuo male, se ne sbattono tirando in ballo anche la scaramanzia. Da ben 3 mesi ho smesso di presentarmi al Consiglio comunale, laddove sono stato eletto per una lista civica, mi dispiace perché è un tradimento verso gli elettori, ma presenziare pensando ai fatti miei lo ritengo come rubare il gettone di presenza. Sarà contento il Sindaco, essendo il sottoscritto all’opposizione e studiando a fondo ogni delibera, sono come un granchio attaccato alle palle. Non gliene salvo una.
Aprile 2025
Fuori dalle mura domestiche sorrido sempre a tutti, sono entrato nella sciocca dimensione che l’essere malato sia una colpevolezza, una vergogna da nascondere. Ma davvero, sono malato? Il cortisone mi sta facendo ingrassare, i miei 75 chili stanno abbondando giorno dopo giorno, alla linea ci penserò poi sperando mi sia concesso ancora il tempo per pensarci. Ho paura? No! E’ strano, dopo avere temuto da sempre il terrore di un cancro, adesso presentato, mi sorprende il non averne paura. Ci penso? Si, ma nemmeno più di tanto, dall’altra parte ci stanno i miei genitori, i miei 3 fratelli, due mie sorelle, tanti amici e gli zii. Zii acquistati, ma non comprati, bensì amati. Come potrei avere paura? Casomai provo timore di lasciare nel dolore chi mi ami, la mia compagna, anzitutto, più dei miei figli. Perché per i figli la vita è la loro, per la mia compagna sono io ed ogni momento lo dimostra con la sua ansia e le sua paura malcelata, pure quando mi costringe nel sorbirmi un intruglio schifoso, a base di aloe vera, da lei stessa preparato dopo avere letto un libro sul come sconfiggere il cancro da chissà quale ciarlatano in giro per il mondo. Non posso deluderla e per ben due volte al dì ingoio questa brodaglia amara peggio del veleno. E lei è contenta così. In fondo ci vuole poco per soddisfarla, basta un fiore ed un bacio quando meno se l’aspetta. Infine bisogna darle sempre ragione, ma prima di uscire di scena mi sono ripromesso di darle torto, almeno morirò da eroe.
18 aprile 2025
E’ il giorno della PET. PET è l’acronimo di una tomografia ad emissione di positroni, una tecnica diagnostica innovativa per rilevare l’attività metabolica di cellule e tessuti. In poche parole per accertare se esistessero altre cellule maligne in giro per il corpo, oltre a quella già scoperta con la risonanza magnetica. Nella sala d’attesa siamo in 8 ad aspettare il turno. Abbiamo tutti il solito male comune. Chiacchieriamo. La loro è una PET di controllo poiché già operati, ma sciaguratamente pare che abbiano qualche cellula fuggita all’operazione effettuata in robotica. M’incuriosisco, com’è logico che sia. In questi posti familiarizzi in un minuto con gli altri pazienti, il cellulare con i suoi social perditempo, almeno qui, perdono tutto il loro status perchè qui dentro, senza commiserazione alcuna, ogni parola è un valore. Un valore vero.
I macchinari sono quasi tutti uguali, la PET come la risonanza magnetica, così come la TAC. La durata della PET è di una buona mezz’ora, prima di vivere questi momenti l’avrei definito un tempo infinito, ma adesso no. Adesso ho imparato a dividere il tempo. Il tempo esteriore dove è uguale per tutti, e per tutti scandito da un orologio, ed il tempo interiore dove decido io la mia età, il luogo, e dove assaporo ogni millesimo di secondo affinché niente mi sfugga ed il tutto mi onori.
27 aprile 2025.
Dalla Poliambulanza di Brescia mi avvertono di ritirare l’esito sulla PET, sia in cartaceo che in DVD con tanto di immagini. Provo a partire da solo, ma la mia compagna s’impunta fino a minacciare di legarsi alla macchina. Non vuole che vada da solo. Di carattere estremamente ansioso al punto, quando chiama, se non dovessi rispondere alla seconda arriva lei di corsa in preda ad una mezza sincope perché sicura di trovarmi steso in terra. Partiamo. Durante il tragitto telefono al dott. Francavilla. Quando l’hai ritirato vieni da me in ambulatorio, suggerisce, lo vediamo insieme. Oramai ci diamo del tu, e la cosa mi fa piacere, non mi è stato facile ma ho capito il suo modus operandi: egli parla paventando la peggiore situazione possibile, affinchè ne apprendi la consapevolezza stimolando la reazione personale, ma anche perché se dovesse uscire un esito meno negativo non sia detto di prenderlo sottogamba. Ha ragione, poiché è un male subdolo da non dare nessun segnale e quando, ahinoi, è troppo tardi. Comunque sia io continuo a chiamarlo menagramo e credo lo farò ogni volta.
Presente un giocatore di poker intento a spillare le carte? Ecco, questo ero io al momento di sfogliare la risposta cartacea della PET. Nessuna cellula oltre a quella presente. Pur essendo di alto grado, il cancro è fermo. Io e la mia lei ci abbracciamo, qualche lacrima repressa esce copiosa, andiamo avanti, la guerra è appena iniziata. Il colloquio con il dott. Francavilla è stato illuminante, decido di affidarmi ai suoi consigli, menagramo rimane però è molto preparato. E soprattutto umano, in questi casi non guasta proprio. Sono salito sulla giostra della sanità italiana, vediamo in quale carrozza salirò. Brescia, Bergamo, Monza, Verona, Udine, Pisa… Vedo uscire solo i soldi ma da nessuno una risposta chiara, o almeno due risposte uguali le pretenderei, sconcertato mi domando quale futuro mi attende.
Maggio 2025
Oramai è tutto un girare tra gli illustri primari dei maggiori ospedali italiani, ho chiesto alla mia banca di aumentare il massimo importo di prelievo alla carta di credito, concesso, diversamente non saprei più come pagare. Ancora non sono riuscito a cavare un ragno dal buco. Dalla tecnica del freddo, ovvero la crioterapia o crioblazione, all’intervento chirurgico radicale utile ad anticipare il tempo del cappone, ma sono ancora attivo, cribbio! Altre soluzioni? Sconcertato scopro la pessima sensazione di essermi infilato nella caverna di Kierkgaard dove, come il protagonista, scopro che i fori all’interno della caverna non siano vie d’uscita, ma bensì solo entrate.
15 Maggio 2025
Ricevo una telefonata. E’ mia nipote Sabrina, la figlia maggiore di mia sorella Silvana una delle due rimaste. Sabrina è un medico ospedaliero in Toscana, è venuta a conoscenza del mio problema, mi consiglia di rivolgermi allo IEO, assolutamente.
Lo IEO, l’Istituto Oncologico Europeo fondato da Veronesi, è situato alle porte di Milano, poco fuori la tangenziale Ovest. Sono sincero: ogni volta che sia passato da quelle parti mi sono sempre colpevolmente grattato a mo’ di scongiuro infantile, non è bastato, stavolta tocca a me. Il primo appuntamento, more solito previo pagamento, è con l’urologo. Davanti alla porta d’ingresso scatto una fotografia con il mio cellulare. La pubblico su Facebook. Oramai mi sono ridotto a scrivere, ogni tanto, solo in questo social soprattutto per fare capire agli amici di essere ancora vivo. Unico svago, la pagina sul Pisa calcio, 5 minuti al giorno utili a sgombrare un po’ di pensieri cattivi. Ho lasciato perdere pure un romanzo dove ci ho lavorato per qualche mese, prima di scoprire il male addosso, l’inedia ha occupato il posto della passione. Pubblico la fotografia con una didascalia: un nuovo percorso mi attende. I social sono un imbuto strano, in esso s’infilano deficienti a go go, spero che i miei followers, si dice così? Siano solo distratti. Infatti ricevo decine e decine di auguri, di Evvai! Di… sono contento per te, Lo meriti, bravo Marco! Alzo le spalle e sorrido, cos’altro potrei? Sono contenti che abbia un cancro, lo meritavo? Oppure credono che nottetempo abbia preso una laurea in medicina, a 69 anni suonati, e subito assunto dallo IEO? Mi meraviglia la giovane età dell’urologo, egli vuole vedere prima tutte le carte, i dvd, prima di esprimersi. Mentalmente lo confronto con un vecchio trombone conosciuto il mese scorso: le analisi del sangue e delle orine? Chiese guardando se avessi prima già pagato la parcella. In prima pagina del fascicolo, dottore, ma abbia pazienza devo andare. Mi sono ricordato di un appuntamento urgente. Basta palancai, ho già fin troppo dato. Ippocrate, dove sarai? L’urologo dello IEO è un professionista con i fiocchi. Dopo avere analizzato attentamente tutti i documenti emette la sentenza: Radioterapia, nel suo caso è preferibile, penso a 5 applicazioni ma la sicurezza di solo 5, in questo momento, non la posso dare. Dobbiamo prima capire la reazione del tumore. Questione di protocollo, e di macchinari, in qualsiasi altro centro ospedaliero contattato si partiva da 25 a salire. Sono tante pure una sola, fidatevi. Qui allo IEO nessuno promette miracoli, però almeno non terrorizzano. Perché mi accaduto pure questo. L’urologo mi consiglia di prendere appuntamento con la radioterapista per iniziare la cura preventiva. Detto fatto: altro giro di Visa ed appuntamento nei 3 giorni successivi. Con l’inizio della cura, finalmente, inizierà l’assistenza del sistema sanitario Nazionale. La radioterapista conferma le parole dell’urologo, per poi prescrivermi la cura ormonale e il cortisone in gocce. Questa terapia la farà ingrassare, e nel dirlo mi passa la dieta alimentare da seguire ed il consiglio di camminare almeno mezz’ora ogni giorno, ma pur avendo scrupolosamente seguito tutto, oggi, mi ritrovo con 25 chili in più da smaltire.
Giugno-luglio 2025
La cura ormonale mi crea delle vampate di calore come se fossi una donna in menopausa, mi avevano avvertito su questo effetto collaterale, ma non credevo sì soventi e di tale intensità. Per tutto il resto una vita normale tra passeggiate, qualche gita fuori porta, un cinema di tanto in tanto. Non avverto alcun sintomo, pure i lievi capogiri si sono ridotti. Ho provato a scrivere qualcosa, ma l’inchiostro non esce ancora dalla penna e le parole rimangono imbottigliate nella sfera, pur facendo finta di una normalità apparente il pensiero è come la lingua, batte laddove il dente duole. La mia lei maschera a fatica un crollo nervoso, m’improvviso in un maldestro tentativo di clown per farla sorridere, abbiamo ambedue bisogno di staccare la spina.
Agosto 2025
Un ritorno in Toscana per un paio di settimane, destinazione Hotel Le Vedute, Fucecchio, il bisogno di staccare sposa la necessità di essere di essere coccolati. Con Le Vedute andiamo sul sicuro, per noi è una garanzia da anni. Immerso nel bosco attorno all’hotel ritrovo gli odori della mia giovinezza, i colori, i sapori, le sensazioni. Mi rivedo a cavallo per quei sentieri già conosciuti a menadito, quando il sole era ancora alto sopra la mia testa, ma per un attimo la paura mi coglie pensando che potrebbe essere l’ultima volta in questo luogo da me amato. Sorrido, per non darlo a vedere. Quattordici giorni volano, seppure sfruttando il tempo interiore li abbia assaporati secondo dopo secondo è giunto troppo presto il tempo di tornare, un abbraccio a Giovanna e Luciano, i magnifici gestori, con la premessa di rivederci presto. Una speranza più di una promessa, una speranza.
26 Agosto
Dalle analisi del sangue il PSA è sceso allo 0,176, un risultato magnifico! Prima di iniziare la cura ormonale era a 24 mila. Il fisico sta reagendo, chiamo menagramo-Simone nella inconfessata speranza di una risposta positiva per saltare l’imminente inizio della terapia previsto i primi giorni di settembre. Simone mi redarguisce da par suo, ubbidisco come un cagnolino bagnato e bastonato, resta un menagramo ma è uno dei pochi sanitari ad avere acquistato la mia fiducia.
6 settembre 2025
Inizio della terapia allo IEO. Poco prima di entrare mi fermo ad un distributore di benzina vicino, la pipì nervosa preme, così pure l’ansia. Il gestore, un albanese sulla cinquantina, mi guarda con l’aria interrogatoria. Mi confido, mi abbraccia forte. Diventerà una tappa nelle prossime settimane. La necessaria visita cardiologica, essendo un infartuato e portatore di pacemaker, si rende necessaria per capire se posso affrontare la radioterapia. Il cuore è a posto, il pm pure, ma la domanda del cardiologo dello IEO la subisco come un K.O. in pieno volto tirato da Tyson: perché le hanno inserito il pace maker? Lei non lo ha mai usato (l’ho addosso da ben 4 anni), ed il suo cuore si è rigenerato. Insiste: perché le hanno messo il pace maker? Farfuglio un non saprei, se mi chiedesse di Dante, di Kant o Caravaggio, potrei risponderle fino a domani, commento, ma sul PM… Il medico esce dalle righe offrendo una risposta secca: maledetta legge sugli accorpamenti ospedalieri, sibila, sta facendo di noi medici dei malandrini. Una stretta di mano e via, ho capito tutto ma non ho la testa serena per arrabbiarmi.
La prima seduta è di simulazione, 4 piccoli tatuaggi utili alla centratura, la durata della simulazione è di mezz’ora circa. Devo sottopormi a vescica piena. Dal distributore prelievo un litro di acqua in bottiglia, inizio a bere nel mentre osservo gli altri pazienti in attesa. Qui dentro non esistono le barriere sociali esterne, abbiamo tutti il solito male addosso, titoli accademici e quant’altro sono carta da cestino. Tutti col telefonino in mano, ma nessuno che sia collegato, il desiderio di parlare è fantastico. Pare di essere tornato al pre Internet, finalmente. Stiamo tutti intenti nel bere, uomini e donne uniti da identico destino ma di cui nessuno ne parla, preferiamo scherzare. Piccolo antidoto per sconfiggere la paura. I presenti faranno parte dello stesso mio turno, ci conosceremo tutti, confidandoci, affratellandoci. Pure dal grigio assoluto l’umano può ritrovare la socialità ed il mondo, questo pazzo mondo fuori impestato di guerre, è così lontano da qui. Anche un cancro la fa da lezione a noi miserabili.
10 settembre 2025
Arrivo allo IEO con il tremore addosso della prima volta, la radioterapia inizia oggi, la notte precedente ho dormito poco e male. Tremore e paure spariscono alla vista delle prime donne coperte dal velo, ai ragazzi calvi, al gonfiore dei volti. Uscendo dall’ascensore ci diamo un bocca al lupo reciproco, per poi ognuno dirigersi nella propria corsia. Qui arrivano da tutta Europa, viene considerato un’eccellenza assoluta. Ogni giorno tante, tantissime persone di ogni età, troppe, da stringere il cuore. All’ingresso ti accoglie una gigantografia di Veronesi ed una scritta: il cancro è furbo, ma noi di più. In sala d’attesa ritrovo i pazienti del mia sezione di terapia, tra loro un giornalista molto più famoso del sottoscritto, nomi no, neppure sotto tortura. M’intenerisco nella conoscenza di una giovanissima madre marchigiana, da oltre un anno combatte come una leonessa tra cicli di chemio e di radioterapia, vorrei abbracciarla come una figlia stringendola al petto, mi limito ad una carezza sul viso leggera ricambiato con un sorriso. Ci sta pure un play boy d’antan, un ultra sessantenne imperterrito e maldestro nel corteggiare le dame presenti, la ironiche risposte delle signore adulate sono degne di partecipare a Zelig. Passa un medico, una signora lo trattiene confabulando per pochi minuti. Fatto, si rivolge alla sua accompagnatrice: per il compleanno di Simone (forse il nipote, chissà?) ci sarò sicuramente, una lacrima di gioia le ruga il volto. Prego Iddio che il compleanno sia tra cent’anni. Entrare in terapia con la vescica piena non è facile, lo stimolo per minzionare si fa sempre più pungente, cerco di resistere rifugiando i pensieri altrove. Il personale infermieristico è squisito nel aiutarti e, soprattutto, nel tentare di metterti a proprio agio. La tensione è ancora alta, ma l’aiuto verbale ricevuto è importante.
12 Settembre.
II° ciclo di radioterapia.
Sapendo cosa mi attende arrivo allo IEO a cuore leggero. Il solito via vai di gente, l’accettazione sempre più piena, medici sempre di corsa. Bottiglia da un litro e mezzo in mano mi appresto ad entrare in saletta. M’accorgo dell’assenza di una persona, ma nessuno chiede il perché, mentre la paura si fa palpabile.
14 settembre
III° ciclo di radioterapia.
Uscito, non riesco a minzionare. Pur avendo oltre un litro di acqua nella vescica, solo poche gocce dolorose. Un male cane. Lo stimolo è persistente, ma l’acqua non esce e con essa non va via il dolore. Ogni piazzola di sosta, in autostrada, è mia. Poche gocce per piazzola, tanto dolore in ognuna di esse. Chiamo Simone. E’ normale, risponde, prendi questo, ti stapperà. Telefono anche al mio medico di base affinchè possa trovare la ricetta pronta, detto fatto, mi rimangono 80 chilometri per raggiungere casa. 80 chilometri di poche gocce, ma soprattutto accompagnato da un insopportabile dolore. Simone mi ha consigliato bene, la medicina mi ha stappato. Non avrei mai creduto di provare una gioia infinita per il solo fatto di pisciare.
16 settembre
IV° ciclo di radioterapia.
In sala d’attesa è tutto un chiacchierare, abbiamo rotto gli argini della diffidenza, ammesso ma non concesso che ci sia stata, tutti noi abbiamo una gran voglia di vivere. Aspetto la chiamata per il mio quarto ciclo pensando se davvero fosse il penultimo, ad oggi nessuna certezza ed il dubbio assume sempre più volume. Una dottoressa mi passa accanto. Signora, mi rivolgo… Dottoressa, risponde stizzita. Va beh, sorbiamoci pure questo, ma nel frattempo non è che sia diventato un cretino, dottoressa, mentre continuo nel parlare di aneddoti medioevali riprendendo il discorso interrotto con gli altri astanti incuriositi dalle vicende satiriche del Fagioli di Firenze. E’ una maniera per non pensare, ognuno esprime la sua in chiave ironica perché ridere è una gran medicina; personalmente tiro in ballo il Fagioli ed il duetto con Caterina de Medici avvenuto in Piazza della Signoria, a Firenze: Oh Fagioli, cos’avete sì tanto da scrivere? Scrivo il nome delle donne intente a passare davanti alla mia persona, perché sono tutte puttane! Fagioli, dunque, anch’io? Maestà, voi siete la regina! E’ una brutta bestia la paura, talmente brutta da non poterci neppure fare a botte. Perché è invisibile, impalpabile, ma c’è ed è una brutta compagnia. Attanaglia tutti noi, basta dare un’occhiata ai nostri volti per capirlo, i nostri occhi non mentono mentre siamo qui, ognuno in attesa del suo turno, con la vescica piena e lo stimolo da dovere reprimere senza sapere il finale della corsa.
18 settembre V° ciclo di radioterapia.
Parto per lo IEO portando appresso una bottiglia di bollicine del Franciacorta, l’avevo promessa al benzinaio come auspicio per l’ultima seduta. Non ho la sicurezza che lo sia, ma solo la speranza. Del benzinaio non conosco il suo nome, come lui non conosce il mio, ma che importa? Quelle poche frasi di conforto, il saluto amichevole in quel inventato pit stop, sono state un sollievo per riparare la mente dopo 80 chilometri e passa di cattivi pensieri. Saluto il benzinaio, l’ora della sentenza si avvicina. Se dovessi fare un raffronto mi ricorda la tombola, quando nella cartella manca un solo numero per urlare: ho vinto! Ma quel numero non esce mai. Con i compagni di terapia il saluto si trasforma in abbraccio, siamo tutti nella stessa tempesta speranzosi di farla franca. Oggi abbiamo meno voglia di scherzare ed i discorsi subiscono la conseguenza di qualche pensiero non propriamente positivo, per nostra fortuna entra in scena la dottoressa Chiara Lorubbio. Ella è dotata di un’empatia fuori dal comune, sarà lei l’ultima a decidere sul nostro immediato futuro. E’ un gran bel valore l’empatia, dal greco En Pathos, ovvero il “sentire” dento di se lo stato d’animo altrui facendolo proprio. Un valore per pochi, la dottoressa Chiara è una di questi pochi. A buon diritto. Questione di sensibilità, ma soprattutto di professionalità. E’ il gradino che fa di un medico un grande medico. Quando tocca il mio turno ho la vescica strapiena da un litro e mezzo di acqua. Il radioterapista mi accomoda in sala usando la solita premura, ci diamo del tu, qui dentro le barriere sociali non hanno ragione di esistere. Inizio la radio. Verso la fine della terapia capisco di non riuscire più a trattenermi, già con la vescica infiammata per radiazioni, trattenersi, è una battaglia epocale. In sala radio sei collegato a degli altoparlanti in caso di necessità. Non ce la faccio, sto combinando un macello sussurro. Prova a fare qualche goccia, rispondono dalla stanza di controllo, mancano pochi minuti, resisti. Mi sforzo, ma al momento della fine inondo. Mi vergogno peggio di un ladro. Educato nel rispetto del pudore mi trovo in una situazione di imbarazzo estremo. Il radioterapista mi trasmette il suo conforto tra il capita, avviene spesso, succede a tutti, ma non riesco nel fermare le lacrime uscite copiose a bagnarmi il volto. Terminato il ciclo mi rivesto per rientrare in sala d’attesa. Attesa spasmodica passata tra la saletta, il bagno, e quattro chiacchiere con il compagno della giovane marchigiana nel frattempo in seduta terapeutica. Passano i minuti, se avessi un pacchetto di sigarette lo fumerei tutto, ma se accadesse, qui dentro, rischierei la fucilazione. Ed avrebbero ragione. Vannucci, prego… Oddio, batti meno forte cuore… La dottoressa Chiara Lorubbio mi riceve con un gran sorriso, ce l’abbiamo fatta, mi avverte, la terapia è finita. Mi può ripetere, per favore? Non si sottrae, il valore dell’empatia non fa parte di lei per caso, ripete scandendo le parole. Mi sciolgo, vorrei abbracciarla forte. Ritiro le dimissioni con la cartella della terapia da seguire al domicilio ed il beneaugurante non ci pensi più da parte della dottoressa. Esco dallo IEO, dopo 10 mesi sono tornato a vedere il cielo. Ed è tanto bello, bello come non mai. Corro a casa ad abbracciare la mia compagna, la immagino nella prostrazione ansiosa della risposta e così la trovo. Un abbraccio stretto, per non lasciarci mai più.
21 settembre, Domenica.
Le parole sono tornate a scivolare fluide fuori dall’inchiostro, sono tornato.
Marco Vannucci
• Questa è la mia storia degli ultimi 10 mesi. Perchè la rendo pubblica? Perché la vergogna di essere malati è cretina; perché dobbiamo avere fiducia nella scienza; perché non dobbiamo mai sottovalutare pure il minimo segnale; perché non dobbiamo perdere tempo; perché Internet è una cazzata; perché l’amico pronto a dirti non è niente, l’ho avuto pure io, sta tranquillo… non è un dottore e tu sei un coglione nel dargli retta; perché quando ascolti il primo medico cerca anche con il secondo, il terzo, ma poi recati da chi veramente abbia la capacità di aiutarti; perché cercare il male minore aiuta per la paura, ma il male ringrazia.
• Dedicato a tutti quelli che non hanno mai perso la speranza, come il sottoscritto.
• Dedicato al dott. Simone Francavilla per avermi costretto a scendere dalla nuvoletta dell’illusione e costretto a sottopormi a tutte le terapie mediche in uso per scovare il male
• Dedicato alla dottoressa Chiara Lorubbio ed a tutto il personale medico e sanitario dello IEO
• Dedicato anche a chi ripeteva che avessi dormito male;
• a chi la causa è un’allergia,
• una sinusite,
• la mia Visa.
• Dedicato pure al mio ex medico di base. Il tutto iniziò dal suo ambulatorio e dalla sua fretta.
MV

