Oggi l’Italia si è fermata. Autobus fermi, treni cancellati, scuole chiuse, ospedali rallentati. Tutto in nome di Gaza.
La solidarietà verso un popolo martoriato non si discute: davanti a un massacro non si può tacere. Ma il punto è un altro: il messaggio che è arrivato riduce la protesta alla sola Gaza.
È passato l’idea che si scioperasse soltanto per la Palestina. Una causa nobile, indiscutibile, ma che ha oscurato tutto il resto. Sanità, scuola, salari, sicurezza sul lavoro — le ferite aperte del nostro Paese — sono sparite dal racconto.
E così i lavoratori italiani si sono ritrovati a subire disagi per una causa lontana, mentre per le loro sofferenze quotidiane la piazza rimane muta.
I cittadini non dimenticano. Ricordano bene le liste d’attesa infinite, i pronto soccorso al collasso, i docenti in trincea, gli stipendi che non tengono più il passo dei prezzi. Ricordano che l’Italia destina miliardi all’Ucraina e alle spese militari, mentre mancano medici negli ospedali e insegnanti nelle aule. Eppure per questo non si sciopera mai con la stessa forza.
La verità è che Gaza è servita da miccia simbolica. Potente, moralmente inattaccabile. Ma se ci si dimentica di dire ad alta voce che dietro c’è anche la lotta contro l’economia di guerra, contro i tagli ai servizi, contro la precarietà, allora resta solo una bandiera: nobile, sì, ma vuota.
È un errore. Perché la piazza non può vivere soltanto di suggestioni etiche: deve parlare a chi prende il tram alle sei di mattina, a chi non arriva a fine mese, a chi aspetta mesi per un’operazione. Senza questo legame, lo sciopero diventa un rito simbolico che pesa soltanto sulle spalle di chi già fatica di più.
La solidarietà internazionale è giusta, ma non può oscurare la giustizia sociale interna. Oggi invece è accaduto il contrario. Ed è qui che nasce la domanda, semplice e bruciante:
un Paese che sciopera per Gaza ma non per i suoi problemi interni è un Paese che ha problemi? Si, di identità!
Raimondo Frau


