Stiamo assistendo a una mobilitazione precisa, organizzata, capillare. Piazze, slogan, comunicati perfettamente allineati. Tutto per una questione internazionale, quella di Gaza, su cui l’Italia non ha certo alcuna possibilità di incidere, ma avrebbe potuto – o potrebbe – prendere una posizione contro la politica di Israele guidato da Netanyahu, dichiarato criminale di guerra, come ha fatto la Spagna. La nostra politica estera rimane passiva, incapace di imporre una linea, accettando di fatto ogni diktat che arriva da Bruxelles o da Washington.
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Eppure, quando si tratta dei problemi veri degli italiani, tutto tace. Dove erano i sindacati negli anni scorsi, quando vari genocidi in tutto il Mondo andavano avanti senza tregua, indisturbato? Lo sciopero, pur condivisibile nei principi generali, resta comunque una protesta contro la politica inerme del governo. Perché il sindacato non ha la stessa energia per combattere il caro vita, che ha raddoppiato i prezzi rendendo impossibile anche una cena in due senza spendere quasi cento euro? Perché non c’è stata e non c’è la stessa forza per difendere stipendi bloccati da decenni, per rinnovare contratti scaduti, per proteggere pensioni minime che non bastano a vivere?
I sindacati, soprattutto due in particolare, hanno scelto la strada più comoda: mobilitarsi su una bandiera internazionale che scalda i cuori, ma che non richiede il coraggio di affrontare chi comanda davvero in Italia e in Europa. È più facile scendere in piazza per Gaza che chiedere conto delle politiche europee che hanno devastato il nostro tessuto sociale, contestare la legge Fornero che ancora pesa sulle spalle di milioni di lavoratori, denunciare i limiti imposti da normative che strangolano famiglie e imprese. Tralasciamo poi altre questioni etiche e sociali, tipo il diritto alla salute, che riguardano il nostro Paese e di cui i paladini per Gaza facevano finta di nulla.
E anche la gente stessa, quella che oggi affolla le manifestazioni, resta inspiegabilmente immobile quando si tratta di protestare per ciò che tocca la vita quotidiana: sicurezza nelle città, negozi che chiudono uno dopo l’altro, giovani costretti alla precarietà, famiglie che faticano ad arrivare a fine mese. Tutti problemi che restano senza una vera voce, come se ci fossimo abituati ad accettare passivamente qualsiasi cosa.
Il paradosso è evidente: in Italia ci si mobilita con zelo per Gaza, ma si resta inerti davanti all’Italia che affonda. E questo non è solo un errore strategico dei sindacati: è il segnale di un Paese smarrito, che sembra incapace di alzare la testa quando la partita si gioca davvero sul suo futuro.
M.S.

