Le due mozioni di sfiducia discusse ieri contro Ursula von der Leyen si sono concluse come tutti avevano previsto: respinte. Non c’è stato nessun colpo di scena, nessuna ribellione interna, nessuna crepa nella corazza della Commissione. Von der Leyen è rimasta al suo posto, forte di una maggioranza che si muove come un blocco compatto, impermeabile alle polemiche e alle differenze di vedute. È l’Europa che conosciamo da anni: quella della stabilità apparente, del compromesso eterno, del potere che si difende da sé.
Il risultato era scontato, e proprio per questo significativo. Non perché qualcuno credesse davvero possibile rovesciare la presidente, ma perché le due mozioni — pur simboliche — avevano il compito di misurare la temperatura di Bruxelles. E la temperatura dice che l’Europa continua a respirare la stessa aria di sempre: tiepida, burocratica, autoreferenziale.
Il centrodestra europeo, guidato dalla CDU e dalla CSU, non ha esitato a schierarsi a difesa della propria ex ministra, con quella che in Germania è stata definita una “fedeltà nibelungica”. Persino figure come Manfred Weber, che a parole non hanno risparmiato critiche alla linea politica della Commissione, si sono stretti nel voto d’appoggio, come a voler ribadire che si può dissentire, purché non troppo. Così la von der Leyen ha incassato l’ennesima fiducia, la più prevedibile e la più politica.
A criticare duramente questo esito è stato Peter Boehringer, vicepresidente dell’AfD, che ha definito la politica della Commissione «fatale per la Germania e distante dai cittadini». Nel suo intervento, ha accusato von der Leyen di aver trasformato il Green Deal in una sorta di religione climatica, capace di strangolare l’industria automobilistica e buona parte della produzione europea. Ha parlato di “pianificazione economica travestita da ecologia”, denunciando il rischio di un’Europa che impone invece di convincere. E ha ricordato come il progetto di “Chat Control”, concepito a Bruxelles per monitorare le comunicazioni digitali, sia stato fermato solo grazie alla pressione dell’opinione pubblica. Parole dure, ma che trovano eco in molti Paesi dove cresce la sensazione di una tecnocrazia che non risponde più ai cittadini, ma solo a sé stessa.
La verità è che l’Europa, oggi, si muove per inerzia. Sopravvive grazie a un’alleanza di centro-sinistra estesa e flessibile, dove le differenze politiche vengono riassorbite nella logica della continuità. Persino il governo Meloni, che pure ama definirsi alternativo, finisce col sostenere la struttura che dice di voler cambiare. È una contraddizione che non stupisce: in Europa, la ribellione è sempre annunciata ma mai consumata.
Intanto, l’asse vero resta quello tedesco-orientale. Sono i Paesi dell’Est a fornire oggi la spinta più energica alla Commissione, non per idealismo, ma per convenienza. La Francia di Macron arretra, prigioniera delle proprie divisioni interne, e l’Italia resta in una posizione ambigua, oscillando tra l’euroscetticismo delle piazze e il realismo delle urne. Ci si lamenta dell’Europa, ma si continua a votare perché resti com’è.
Le mozioni di sfiducia di ieri, in fondo, hanno solo confermato questo: l’Europa non cambia perché non vuole cambiare. E forse non può più farlo. Perché dietro ogni parola di rinnovamento si nasconde la paura di perdere il controllo.
M.S.


