Le vecchie generazioni o quelle ora al tramonto ricordano lo “Shah di Persia” come un sovrano un po’ satrapico. Iniziamo dalle sue vicende personali, sbarazzandoci subito della parte frivola.
Nato nel 1919, dotato di un suo fascino mediorientale, non escluso il naso forte che pare caratterizzi quelle popolazioni e fa di quei cittadini, statistiche ufficiali alla mano, assidui fruitori di rinoplastiche, Mohammad Reza Pahlavi si sposò tre volte.
La prima moglie, Fawzia, principessa d’Egitto, figlia e sorella di re, somiglianza con l’attrice Hedy Lamarr, sofisticata e già occidentalizzata, gli diede una figlia, Shahnaz, ma, insofferente a quella corte, tornò alle piramidi accampando problemi di salute. La figlioletta restò col padre; in seguito il suo primo marito, Ardeshir Zahedi, rivestirà le cariche di ambasciatore e ministro degli esteri durante la vigenza del suocero imperatore (non di molto più vecchio).
Divorziato trentenne, il regnante si mise in cerca di una nuova sposa, affiancato, ma secondo le cronache “controllato” dalla madre (protofemminista contraria al velo) e da due pestifere sorelle, la gemella di lui Ashraf, e Shams. Si insiste a dire, ancor oggi, che la scelta questa volta fosse stata del nubendo, invaghitosi perdutamente di Soraya Esfandiary Bakhtiari, al punto di incaponirsi per le nozze, celebrate nel 1951.
La ragazza, padre iraniano, madre ebrea tedesca, somiglianza questa volta con Ava Gardner, per la sua giovanissima età faceva sperare in veloce e provvida procreazione di maschi, visto che per i Pahlavi vige la legge salica. All’inizio, stando a quanto dichiarato da lei stessa, il fatto che non arrivassero figli non preoccupò né lei e il marito, né il popolo: il socialista/nazionalista Mossadeq li aveva momentaneamente spodestati, lo stress li stava travolgendo e dopotutto c’era tempo. Ma quando, ritornati a regnare, l’infertilità persistette, i mormorii si fecero ciclone. I coniugi fecero di tutto per favorire il concepimento, peregrinarono per le migliori cliniche specializzate, ma non ci fu nulla da fare.
Islamico soft, Reza sperò in una concessione della moglie, una sorta di scappatella istituzionalizzata e ammessa anche in poligamia provvisoria, ai soli fini riproduttivi: respinta con sdegno da lei, che preferì essere ripudiata, nel 1958, con esorbitante liquidazione e vitalizio.
Sempre in base alla vulgata Soraya, triste e depressa, vagò per il jet set in cerca di un pizzico di felicità mai trovata, guadagnandosi l’appellativo di principessa triste. La bellissima fu invitata da Dino de Laurentis a buttarsi nel cinema, proposta accettata, inaugurando un rapporto speciale con l’Italia. La principessa navigò più o meno bene ( problemi di alcolismo) fino alla morte, nel 2001.
A fine anni cinquanta, esasperato per la situazione ereditaria in stallo, Reza conobbe Farah Diba, a Parigi. Figlia di un dignitario di corte, studi in scuole multiculturali (anche italiane), una passione per l’arte e iniziali frequentazioni della facoltà di architettura alla Sorbona, la ragazza, dopo l’approvazione delle cognate e del genero ministro, accettò la proposta di matrimonio: gli sponsali si tennero nel 1959, lei ventenne. Finalmente, a stretto giro, nel 1960 nacque l’erede, Reza Ciro, seguito da Fahranaz, nata nel 1963, l’altro maschio Alì Reza nel 1966 e la piccola Leila nel 1970, considerata la cocca di papà.
Marito farfallone, uso a girare con belle donne su fuoriserie ( ci fu una storia con l’attrice Marisa Mell), Reza fu oggetto di chiacchiere per la sua calda amicizia con Ernest Perron, ufficialmente giardiniere nel collegio svizzero dove il futuro shah aveva studiato, dichiaratamente omosessuale, che il sovrano si teneva sempre vicino, condividendo passioni letterarie e musicali. Ernest venne subito avversato dal padre del principe, ma adorato dalla sorella, che per lui si sarebbe convertita al cattolicesimo. Definito massone e in contatto con MC6, i potenti servizi segreti inglesi, Perron cadde in disgrazia quando a palazzo arrivò Soraya. Disgustata dalle curiosità dell’uomo sulla sua vita sessuale con Reza e allarmata dalle lunghe conversazioni private dei due, chiusi in camera, la principessa lo fece espellere da corte, forse per allontanare un ulteriore motivo di tensione a quelli cui già era sottoposta. Perron scomparve nel 1961.
Le vicende private già mostrano una tendenza al laicismo di questa dinastia, accentuatasi sotto Reza, il quale calcò molto la mano sull’aspetto preislamico della Persia, che egli voleva rilanciare come antica potenza asiatica, ago della bilancia mediorientale, aperta al mondo e cosmopolita.
Il principe Vittorio Emanuele IV di Savoia, figlio dell’ex re d’Italia Umberto, dopo il rito civile a Las Vegas, scelse proprio Teheran per sposare Marina Doria nel 1971 con rito cattolico, anche perché lui e Reza erano in affari insieme, nel settore degli elicotteri.
Questo era il clima, anche se non sempre tutto era filato liscio. Il presidente John Kennedy, ascoltando i suoi consiglieri, inizialmente aveva osteggiato il ritorno di Reza; in seguito prese atto del reintegro, sicché lui e Jackie accolsero con fasto e salamelecchi i reali iraniani nel 1962.

Coppie glamour
La coppia reale fece anche una puntata a Hollywood. In quel periodo Marilyn Monroe stava girando il suo ultimo film, rimasto incompiuto; la produzione quasi la supplicò di presentarsi sul set, poiché Reza e Farah erano interessati a osservare un ciak. La diva non ne volle sapere, accampando, tra l’altro, che tale sovrano fosse ” contro Israele”. Alla fine furono altri attori, tra cui la coprotagonista Cyd Charisse, a soddisfare la curiosità della augusta coppia (quanto poco la Monroe capiva di politica!).
Sembrò dunque ricominciare la favola degli antichi regni.
Ciro, Dario, Serse, Artaserse… magari per i più giovani non sono più un’ossessione, ma i boomers ricordano la danza di questi nomi del conflitto greco/persiano, quando si doveva studiare storia: perché poi nei programmi scolastici italiani ci sia tale sovrabbondanza di vicende straniere affluenti, ha costituito la domanda e il nerbo delle imprecazioni studentesche, ma non importa, perché qualcosa era rimasto nell’aria: una sorta di fascinazione per quell’aura, quella dinastia, il trono del Pavone (dalla forma, originariamente mongolica), simbolo di sfarzo, potenza, carisma, terra di passaggio, di fede zoroastriana, prima dell’avvento dell’Islam sciita. Infatti l’ Islam si suddivide in due sostanziali filoni, sunnita e sciita, e altre derivazioni, a seconda dei territori e delle vicende belliche. Non c’è affatto monolitismo in questa fede, che annovera, tra i suoi capi carismatici, per esempio, l’imam da noi noto come imprenditore in Costa Smeralda, Karim Aga Khan IV, del ramo ismailita nizarita (per un po’ ebbe come matrigna Rita Hayworth, papà nato a Torino, nonna italiana). La dinastia di Karim aveva ricevuto il riconoscimento proprio dalla Persia, come discendente diretta di Maometto.
Persia è l’antico nome; Iran è subentrato in onore all’origine ariana delle etnie autoctone. Si tratta di un paese di gente colta e raffinata, anche nei suoi strati sociali meno abbienti; l’immagine che i media ne veicolano è distorta dalle vicissitudini del dopoguerra e la narrazione conseguente: cerchiamo di mantenere la distanza emotiva.
La dinastia Pahlavi è di recente installazione, e il nome fu adottato da Reżā Khan, generale della Brigata cosacca dell’esercito iraniano, poi Shāh ( re) Pahlavī, (1878/1941), che inaugurò quel filone dinastico dopo una presa di potere militare. La sua famiglia aveva subito gravi perdite dalle guerre russo e anglo/persiane, a riprova di quanto quel territorio ingolosisse gli invasori. Il nuovo regnante proibì l’uso del velo alle donne e modernizzò il paese, all’inizio sostenuto dagli sciiti per avversione alla Turchia; fu disarcionato da Russia e Regno Unito con il pretesto di un’adesione al nazismo mai esistita, in realtà per il petrolio e la funzione di corridoio geopolitico in tempo di guerra.
Il figlio Muhammad Reza Pahlavi venne installato, quasi suo malgrado, nel 1944. Il massone Mohammad Mossadeq (1887/1967), a capo di una eterogenea coalizione appoggiata dal clero (aveva sposato la figlia di un ayatollah), gli contestò le concessioni petrolifere agli inglesi e assunse il comando con un colpo di mano nel 1951. Dopo nemmeno due anni, fiaccato dall’embargo di fatto, venne sostituito da Reza: il quale, forse, aveva accordato le concessioni appunto per evitare le ritorsioni dei potentati energetici.
Muhammad Reza e Farah, dopo l’assestamento e la nascita di eredi, furono incoronati con una spettacolare cerimonia nel 1967: un’esibizione di fasto smodato, già visto in occasione delle nozze, che suscitò qualche chiacchiera, ma fu seguito in tutto il mondo. La casa imperiale fece il bis nel 1971, invitando i potenti del mondo per le celebrazioni dei 2500 anni dalla fondazione dell’Impero Achemenide da parte di Ciro il Grande.
Intorno alla famiglia si addensavano nubi, accuse di filoamericanismo sfrenato, di violenza poliziesca da parte delle squadre della Savak, di eccessivo lassismo dei costumi delle classi alte. La Diba, pur ammettendo errori di valutazione, avrà a dichiarare di essersi adoperata per il miglioramento delle condizioni sociali, l’emancipazione femminile, l’abolizione della schiavitù, la diffusione della cultura, il contatto col popolo al punto di accettare il “tu” dai suoi sudditi, ma a nulla era valso, anzi fu controproducente.

Farah con Andy Warhol
Nel denunciare l’irriconoscenza dell’occidente, che tanto era stato spalleggiato dall’imperatore, ella usò la frase “on est foutu de lui”: gli alleati avevano voltato le spalle a un loro fedele sostenitore. L’ex imperatrice sostiene che il marito avrebbe potuto opporsi all’avvento di Khomeini facendo leva su ampi settori dell’esercito, ma rinunciò per evitare spargimento di sangue e guerra civile. Va pur detto che Reza era già gravemente malato e forse non avrebbe avuto la forza di condurre azioni di controffensiva. Farah, in un’intervista, non ha lesinato accuse a un certo ambiente “comunista” che avrebbe favorito l’ascesa dei teocrati ( Corriere della Sera – 18/03/2018 – di Enrica Roddolo).
Nel 1978 era già iniziato il sobbollimento politico, con le rivolte del 7 febbraio. Tuttavia, per dare un segnale di stabilità, ai campionati del mondo di calcio in Argentina il principino Ciro volò dalla squadra nazionale qualificatasi e la incoraggiò palleggiando con i giocatori; ma il temibile e corrusco ayatollah (titolo sciita) Ruhollah Khomeyni, rifugiato in Francia dopo anni di soggiorno in Iraq ( si insinua l’appoggio francese) attendeva il suo momento e rientrò in Iran il primo febbraio 1979. Lo Shah e la famiglia andarono in esilio quello stesso mese. Il genero Zahedi racconterà, molti anni dopo, e con lui diversi dipendenti di corte, ministeriali aderenti al trono, che tutto avvenne a precipizio: si dovettero abbandonare case e uffici quasi di corsa. L’Iran ebbe a passare un lungo periodo di stallo: perfino i piloti dell’aviazione civile erano fuggiti, non esistevano collegamenti col mondo.
Il 4 novembre 1979 un drappello di rivoluzionari, fiancheggiati dai guerriglieri pasdaran, fece irruzione nell’ambasciata statunitense a Teheran; cinquantaquattro ostaggi furono minacciati di morte qualora gli Stati Uniti d’America, accusati di protegge Reza Pahlavi, non gli avessero consegnato l’ex scià. Il presidente Carter ordinò un blitz per liberarli, ma l’operazione fallì. I prigionieri furono liberati dopo un anno e tre mesi. Khomeini si compiacque dell’azione
Oriana Fallaci ovviamente non perse l’occasione di intervistare un capo islamico e si precipitò da lui.
Va ribadito che il religioso, in passato, era stato quasi beneficato dal nuovo shah; ma a causa dell’impostazione imperiale progressista e dopo un primo tentativo di colpo di stato clericale, lo Stato aveva requisito molti beni e fonti di reddito a codesti ecclesiastici islamici: insomma, una questione altrettanto di danaro quanto di principio, si direbbe.
Reza e famiglia vagabondarono per vari paesi, finché si impietosì e li accolse il presidente egiziano Anwar Al Sadat il quale, due anni dopo, verrà ucciso forse anche per tale ospitalità. Al Cairo l’imperatore si spegnerà l’anno dopo, e non vedrà la sanguinosa guerra tra Iran e Iraq, che scoppierà di lì a poco.
I Pahlavi alla fine trovarono ostello negli USA e sparirono dai radar, anche perché minacciati da Khomeini (un parente fu ucciso a Parigi). Col tempo l’ostilità del regime verso la famiglia imperiale si attenuò, ma non è mai venuta meno.
La storia dei movimenti religiosi in Iran è complessa e non riassumibile con un veloce “spiegone”, ma può non essere diversa da quella di tante altre strutture clericali, compresa quella cattolica, o buddista, che hanno visto le gerarchie o un singolo leader, partiti come autorità morali, incidere sulla situazione politica, influenzare leggi, tessere trame dall’esilio: e quello di Khomeini divenne praticamente volontario, poiché lo Shah aveva mostrato un certo grado di tolleranza e una convivenza forse sarebbe stata possibile. Se è vero che l’ala comunista veniva poco apprezzata sotto il sovrano, la teocrazia khomeinista metterà del tutto fuori legge quel partito.
Vi è poi la questione femminile. Nel 1979 le donne, come già accaduto per la liberazione algerina, parvero rivestire un ruolo importante durante la rivoluzione e quasi felici di rimettersi il velo. Khomeini, denominato “guida suprema” vietò l’aborto (reintrodotto diversi anni dopo per motivi di salute) e ripristinò la poligamia, in verità mai molto praticata nel paese. All’inizio la furia moralizzatrice sembrò investire anche gli uomini: fu vietata la prostituzione e chi veniva sorpreso con una meretrice era costretto a sposarla.
Una inattesa accondiscendenza fu invece mostrata verso il mondo transgender, come si può leggere in questo articolo: https://www.rainews.it/archivio-rainews/media/Essere-transgender-a-Teheran-una-fatwa-promulgata-trenta-anni-fa-da-ayatollah-Khomeini-li-proteggerebbe-e-sostiene-operazione-cambiamento-di-sesso-ma-vivono-reietti-in-una-societa-dove-omosessualita-ancora-reato-2ee7b938-6c85-42ff-959c-6ed6e4e08b99.html
Anche se oggi non se ne trova traccia, neppure in rete, girò qualche voce su calde amicizie maschili tra il giovane Khomeini e suoi compagni di studi e ciò potrebbe spiegare l’atteggiamento non repressivo da egli tenuto, che invece divenne rigido verso le ragazze, all’inizio cooptate per svellere la società precedente, ritenuta sotto scacco del satana occidentale. Il vero potere passò nelle mani dei ministri di culto; il parlamento e il governo divennero esclusivamente organi di amministrazione. Khomeini si era sposato negli anni venti, generando diversi figli.
Il corrusco Ruhollah morì nel 1989, a 87 anni, lasciando spazio al successore, tuttora in sella, Khamenei, e a gestioni un poco più aperte del vivere civile. Il resto è storia contemporanea, una miccia ancora accesa da trattare in altra sede, salvo ricordare che esiste un problema di minoranze in quel paese. Nel 2022 si registrò l’omicidio di Jina Amini e si parlò subito di una vittima in nome della libertà delle donne; ma la ragazza era curda e non è detto che questo aspetto non abbia avuto un ruolo nella vicenda.
Nel 1988 era uscito il libro “ I versi satanici” di Salman Rushdie. Il romanzo di per sé tratta tutta una storia articolata di personaggi con i loro drammi personali, ma si inserisce una versione sulla rivelazione a Maometto ritenuta blasfema dai religiosi iraniani, e chissà perché solo da loro e non da altri stati a maggioranza o dominazione islamica. Fu lanciata da Khomeini una fatwa (condanna a morte) verso il suo autore, che ha dovuto vivere sempre sotto protezione. Riportiamo da WIKI:
“…Il 3 luglio 1991 venne pugnalato nella sua abitazione milanese Ettore Capriolo, traduttore del libro in italiano, che non morì. Una sorte peggiore toccò al traduttore giapponese, Hitoshi Igarashi, che venne ucciso a Tokyo il 12 luglio dello stesso anno. Mentre l’editore norvegese William Nygaard fu ferito a colpi d’arma da fuoco nell’ottobre del 1993…lo stesso autore ha subito un attentato il 12 agosto 2022: poco dopo esser salito sul palco del Chautauqua Institution, a sud-ovest nello stato di New York, per tenere una conferenza, Rushdie è stato ripetutamente accoltellato – al collo, ad un occhio, al braccio, all’addome e al fegato – da un giovane ammiratore dell’Iran dei Pasdaran e dei loro alleati Hezbollah. Alcuni siti iraniani e pro-Hezbollah hanno plaudito all’attentato. Rushdie ha subìto un’operazione per le gravi lesioni riportate: ha perso comunque l’occhio destro e l’uso della mano sinistra, a causa del danno ai nervi”.
In realtà la fatwa era stata ritirata dopo la morte di Khomeini e il gesto è apparso come opera di un esaltato.
Il nuovo shah virtuale, Reza Ciro, animò la resistenza espatriata, confidando in un rapido rientro, ma le speranze cessarono presto. I danari non mancavano, i ragazzi studiavano. Ciro sposò una ragazza figlia di esuli contrari al nuovo regime, da cui ha avuto tre figlie: la sua primogenita, Noor, è una icona fashion nel suo ambito; il papà, sempre nel teorico mondo monarchico, pensa ad abolire la legge salica per farne una pretendente al trono. Nessuna particolare notizia è mai arrivata sul conto dell’altra sorella di Reza, Farahnaz, nata nel 1963.

Ciro con la madre, la moglie ( in abito azzurro) e le figlie
Mamma Farah ha fatto la nonna e, ogni tanto, veniva immortalata quando la invitavano a matrimoni principeschi o qualche funerale vip, ma la ritrovata serenità fu spezzata due volte, brutalmente.
Nel 2001 l’ultimogenita Leila morì in circostanze controverse. All’inizio si parlò di suicidio per defenestramento, in seguito ha preso piede la versione di overdose da farmaci. La ragazza a quanto pare aveva particolarmente sofferto del mobbing, pur dorato, e del sostanziale isolamento in cui la casata era stata reclusa. Nel gennaio 2011 fu il terzogenito Alì Reza a decidere di farla finita, sparandosi al capo e rinunciando alla gioia di diventare padre. La sua compagna partorirà una bambina nel luglio successivo, riconosciuta come principessa dalla stessa Farah. Ciro diramò un comunicato in cui si parlava della depressione del fratello minore, che non vedeva speranza nel futuro dell’umanità e del suo popolo in particolare.
Il giudizio storico oggi è fermo in una sorta di sospensione imbarazzata. L’Iran pativa certamente scompensi sociali e repressioni infelici, ma non più di altri paesi dell’area, rimasti saldamente in mani dittatoriali e in balia di imposizioni religiose dell’Islam integralista; il divario economico tra ceti sarebbe stato colmato come ovunque, con lentezze e problematiche non diverse da quelle di Tunisia e Marocco, Siria e Giordania, o forse anche meglio. Alcune super potenze, segnatamente il Regno Unito, hanno fatto di quelle terre ciò che hanno voluto, senza contare i continui martellamenti militari della Russia prima, dell’Unione sovietica dopo; lo shah fece molto comodo quando venne messo in sella, e ripreso in quota per scongiurare il pericolo di nazionalizzazione delle risorse avviato da Mossadeq. L’impressione è che la sua figura non servisse più.
Carmen Gueye


