venerdì, Febbraio 6, 2026
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Vladimir Putin, personaggio dell’anno per Secolo Trentino

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Chiamarlo “il nonno”, come fanno molti suoi detrattori, dice più di chi lo fa che di lui. Perché il 2025 ha dimostrato una cosa con chiarezza brutale: Vladimir Putin è tutt’altro che politicamente finito. Anzi. È ancora lì, al centro della scena internazionale, nonostante sanzioni, isolamento proclamato, previsioni di crollo imminente e auspici occidentali di una sua rapida uscita di scena.

Affermarlo non significa essere filorussi. Significa essere realisti.

Negli ultimi venticinque anni Putin è stato uno dei protagonisti costanti della politica mondiale. Quando salì al potere, il 31 dicembre 1999, il mondo era radicalmente diverso: non c’erano state le Torri Gemelle, alla Casa Bianca sedeva Bill Clinton, in Francia governava Jacques Chirac, in Italia si pagava ancora in lire e l’euro era poco più di un progetto. Molti degli attori di allora sono scomparsi dalla scena. Putin no.

La scelta della redazione di Secolo Trentino di indicare Vladimir Putin come personaggio dell’anno per la politica internazionale non è simbolica né provocatoria. È, al contrario, una decisione analitica, fondata sull’osservazione dei rapporti di forza che hanno segnato l’ultimo anno. Al di là dei giudizi di valore — legittimi, doverosi, ma distinti dall’analisi — Putin resta il perno attorno al quale continuano a ruotare crisi, alleanze, tensioni e ridefinizioni strategiche globali.

C’è un punto che vale la pena dire senza infingimenti. Se Yuri Andropov avesse governato l’Unione Sovietica per un arco di tempo più lungo, probabilmente la storia del blocco orientale sarebbe stata diversa. Andropov aveva compreso che il modello comunista, così come era stato concepito, non reggeva più la competizione con l’Occidente: servivano efficienza, modernizzazione, tecnologia. Non ebbe il tempo — né il contesto storico — per realizzare quella trasformazione.

Putin, invece, è riuscito là dove Andropov si era fermato all’intuizione. Lo ha fatto in modo radicalmente diverso: assorbendo le migliori tecnologie occidentali — industriali, energetiche, militari, digitali — senza adottarne il modello politico. La Russia putiniana ha costruito un capitalismo avanzato privo di liberalismo, una modernizzazione tecnologica senza democratizzazione, un’integrazione selettiva nella globalizzazione accompagnata dal rafforzamento di un sistema autocratico, centralizzato e impermeabile alle pressioni esterne. È questa sintesi — più ancora della guerra — a rendere il putinismo un fenomeno strutturale e non contingente.

Nel racconto mediatico occidentale, il ruolo di Donald Trump viene spesso enfatizzato come decisivo, soprattutto in relazione al conflitto israelo-palestinese, alla questione di Gaza e ai tentativi — reali o presunti — di chiudere le guerre aperte tra il 2022 e il 2023. Trump rappresenta senza dubbio un fattore di instabilità e di possibile discontinuità. Ma osservando la scena internazionale con maggiore profondità, emerge un dato difficilmente contestabile: il protagonista strutturale resta Putin.

Nel corso dell’anno, il presidente russo si è imposto come uno dei principali registi del sistema multipolare in formazione. Non solo come leader di una potenza militare coinvolta in un conflitto ad alta intensità, ma come figura capace di occupare uno spazio politico che va ben oltre la dimensione bellica. Putin ha incarnato, più di chiunque altro, l’idea di un mondo non più ordinato attorno a un unico centro decisionale, ma attraversato da poli di potere differenti, spesso concorrenti, talvolta conflittuali.

In questo quadro, la Russia guidata da Putin ha continuato a proporsi come punto di riferimento alternativo all’Occidente, soprattutto per ampie porzioni del cosiddetto Sud globale. Le visite ufficiali in Cina e in India non sono state semplici esercizi diplomatici, ma atti politici pieni. In entrambi i contesti, Putin è stato accolto come interlocutore centrale, nonostante sanzioni, isolamento dichiarato e tentativi di marginalizzazione.

Anche i grandi vertici e i momenti di confronto tra potenze — inclusi quelli che hanno avuto come sfondo sedi simboliche della competizione globale — hanno continuato ad avere Putin come riferimento implicito o esplicito. La sua presenza, anche quando fisicamente assente, ha inciso sulle agende, sulle dichiarazioni e sulle posture strategiche degli altri attori internazionali.

È vero: sul piano strettamente militare, la guerra in Ucraina non ha prodotto una soluzione definitiva. L’idea di una chiusura rapida del conflitto si è rivelata illusoria e la guerra si è trasformata in un logoramento prolungato. Ma ridurre il bilancio politico dell’anno di Putin alla sola dimensione militare sarebbe un errore di prospettiva. La sua forza è stata soprattutto politica: la capacità di resistere alla pressione occidentale, di ridefinire le priorità globali e di imporre la Russia come attore imprescindibile.

Vladimir Putin ha dimostrato di saper giocare sul tempo lungo della storia, accettando costi elevati nel breve periodo in cambio di una ridefinizione più profonda degli equilibri internazionali. In questo senso, la sua figura si è imposta come simbolo di una transizione epocale: il passaggio da un ordine unipolare, dominato dagli Stati Uniti, a un sistema frammentato, conflittuale e multipolare.

Per Secolo Trentino, riconoscere Vladimir Putin come personaggio dell’anno significa semplicemente riconoscere la realtà dei fatti. Non è adesione, non è assoluzione, non è tifo. È lucidità analitica. In un mondo attraversato da guerre, crisi energetiche, ridefinizioni economiche e scontri di civiltà, Putin è stato il filo rosso che ha tenuto insieme — spesso in modo drammatico — le principali dinamiche della politica internazionale. Ignorarlo, o ridurlo a semplice antagonista, significherebbe rinunciare a comprendere il presente.

raimondofrau
raimondofrau
Direttore tecnico presso una multinazionale e Presidente dell'Associazione di Volontariato Secolo Trentino - La terra degli Avi

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