sabato, Febbraio 7, 2026
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David Bowie, tutto per il successo

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Londra è glam? Certamente per noi lo è stata. Fino al primo dopoguerra essa era una capitale come altre, magari più prestigiosa come sede di una corona, sussiegosa, distante anche perché isolana; solo dopo l’avvento dell’onda beat divenne un posto fashion…e lo dimostra l’uso di termini inglesi che viene spontaneo parlando e scrivendo.

Ma quella che molti di noi ricordano è altro: una sterminata distesa di bidonville e quartieri popolari tristotti, da cui distoglievamo lo sguardo puntando alla meta finale, quel centro reale, con i suoi contorni di negozi, teatri e parchi.

In uno di quegli agglomerati, Brixton, nel 1947 nacque David Jones, da famiglia proletaria, anche se le cronache ci raccontano di un padre poi diventato direttore di un carcere. Mamma aveva già avuto un figlio da una precedente unione, Terry, molto caro a David, ma sfortunato: per una predisposizione familiare il giovane soffriva di fragilità psichiche, tenute a bada quel tanto da consentirgli una vita sociale e influenzare il fratellino in campo musicale, avvicinandolo al rock americano; la situazione in seguito precipiterà, Terry finirà in una clinica psichiatrica, per morire suicida nel 1985.

Le immagini d’epoca mostrano un giovincello efebico e già incline al polimorfismo; si aggiungerà poi la rissa, pare per una ragazza contesa, durante la quale l’amico (all’ uso inglese) George Underwood lo colpì con mano inanellata a un occhio, provocandogli una midriasi irreversibile e l’effetto del colore diverso tra le due iridi.

George era con lui ai primi passi cantando in chiesa; si formeranno e disferanno diversi gruppi musicali attorno a David, incoraggiato a continuare dal regalo di un sassofono da parte di mamma e dalle esortazioni di un suo insegnante all’istituto d’arte, padre del musicista Peter Frampton.

In seguito il troppo comune cognome “Jones” sarà sostituito da “Bowie”, marca di un coltello così chiamato in onore di un non meglio identificato pioniere americano; Bowie sarà soprannominato poi “duca bianco” per l’aspetto signorile ed emaciato.

Il Regno Unito era ormai nell’empireo, con un’operazione culturale invasiva e senza scampo e David, pur soffrendo alcune delusioni iniziali, dopo aver frequentato la scuola del famoso mimo Lindasy Kemp, ne uscì con l’immagine di elfo androgino che conoscemmo ai suoi primi successi, a partire dai singoli  “Space Oddity” del 1969 e “Starman” del 1972, seguito da altri lavori trionfali come il singolo “Heroes”, dall’omonimo trentatré.

Gli anni passano e il nostro stupisce con le sue continue trasformazioni, ma, dal decennio ottanta, l’esile duca lascia spazio al quarantenne più strutturato, che vediamo a partire da “China girl” del 1983. Il successo continuerà, pur senza gli exploit del passato, tra concerti, colonne sonore, album live, apparizioni televisive: al riguardo si registra un’ospitata nel programma ”Francamente me ne infischio”, in cui uno sfasatissimo Adriano Celentano, che tutto dovrebbe fare tranne presentare, gli fa perdere la pazienza con domande assurde sulla fame e la guerra nel mondo.

David Bowie dichiarò: “Capivo perfettamente cosa mi stava dicendo. Credo che lui sia un idiota. Ero lì per suonare la mia canzone. In ogni caso, non credo che mi inviteranno ancora“. Adriano replicò:  “Io forse sono un idiota, ma certamente essere quotato in Borsa ti rende confuso”.

Il ragazzo della via Gluck, colui che si definisce “il re degli ignoranti” con quella presunzione travestita da modestia civettuola, in realtà mostrò tutta la sua inadeguatezza nel condurre, per la quale verrà premiato, ahimé, con altre conduzioni.

Non sono mancati, per David, cimenti da attore, per esempio nel film “Basquiat” del 1995, biografia del famoso pittore d’origine caraibica Jean Michel (morto nel 1988 a 27 anni), in cui David interpreta lo stralunato Andy Warhol, da lui conosciuto nel 1971.

Bowie rischiò parecchio quando, negli anni del fulgore, manifestò viva simpatia per una eventuale dittatura fascista nel suo paese e definì Hitler una rockstar, dichiarazioni che naturalmente poi rinnegherà, adducendo uno stato di torpore da stupefacenti.

E’ un dato che merita qualche riflessione. Stelle e famosi d’oltremanica ogni tanto se ne sono usciti con la svastica esibita in qualche modo, da Sid Vicious al principe Harry, e la motivazione dell’età o delle condizioni lisergiche non sembra convincere del tutto; pare quasi che ogni tanto riprenda vigore, nei semiteutonici anglosassoni, l’antica familiarità di sangue con i germanici. Parimenti un certo mondo fatato, popolato di troll, vecchie leggende, fascinazione per gli alieni, ha dato luogo a complesse esegesi sulle inclinazioni occultiste o sataniste del cantante.

E torna stucchevole trattare sulle abitudini di costoro in tema di dipendenze; l’unica eccentricità, nel caso di David, è che, alla purea di coca e speed, dichiarava di aggiungere i peperoni.

Al capitolo vita privata, l’imbarazzo cresce, dinanzi a un personaggio che non è il plateale Elton John (peraltro sposatosi con una donna prima che con Furnish), ma ha giocato con l’ambivalenza fin dalla gavetta, per poi sostenere che non era vero niente, poi di nuovo il contrario. Se poi si mette di mezzo Amanda Lear, raccontando della sua lunga relazione amical/artistica con Bowie, la confusione è garantita.

Sposato con l’americana Angela Barnett, che gli ha dato il figlio Ducan detto Zowie ( i coniugi si dichiaravano poliamorosi e giravano vestiti con look dell’altro sesso), dopo il divorzio nel 1980 e una lunga parentesi di libertà, David impalma, nel 1999, con doppia cerimonia (civile in Svizzera, religiosa anglicana a Firenze) la spettacolare super model somala Iman che, già madre di una ragazza, darà subito al marito una bambina, Alexandria Zahra.

Angela e David

Bowie e Iman

David si stabilisce a New York, colleziona opere d’arte e le ultime fotografie lo ritraggono un poco irrobustito dall’età, in abiti borghesi, come un tranquillo pensionato che fa il papà e magari anche il nonno (Duncan ha avuto due figli) ma, mentre registra il suo ultimo CD, “Blackstar”, si preannuncia una malattia incurabile; si dice dunque che l’artista sia ricorso all’eutanasia, per lasciarci il 10 gennaio 2016.

Leggiamo che è difficile inquadrare in un preciso stile la sua musica. Per noi è semplicemente “un inglese”.

Carmen Gueye

raimondofrau
raimondofrau
Direttore tecnico presso una multinazionale e Presidente dell'Associazione di Volontariato Secolo Trentino - La terra degli Avi

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