Eravamo troppo piccoli per capire il sarcasmo dei versi di un pezzo di Francesco Guccini, “Il sociale e l’antisociale”, in quel passaggio (del “socialite”) : “ Quindi non curo la mia intelligenza, la gente bene con questo non lega, ma alle canaste di beneficenza so sempre tutto sull’ultimo “Strega”: l’intelligenza c’è sol coi milioni e ammiro i film di Monica e Antonioni la lalalala…lalalala …”
Tali versi mandavano in visibilio i fan del cantautore modenese, per il disprezzo sotteso verso il mondo radical chic da parte di un artista di rudi origini appenniniche, consenso trasversale a destra e a sinistra, cresciuto dopo “L’avvelenata”, che ne aveva per tutti e soddisfaceva un certo ghigliottinismo presente in molti italiani.
Monica era lei, la Vitti nazionale, divenuta celebre ai tempi della sua relazione con il criptico regista ferrarese Michelangelo Antonioni (1912/2007), con la tetralogia dell’incomunicabilità. Ma andiamo per ordine.
Maria Luisa Ceciarelli, classe 1931, era romana di madre bolognese e padre “ispettore del commercio estero” (da WIKI), con infanzia trascorsa in Sicilia e a Napoli per il lavoro paterno. Si narra che, chiusa nei rifugi antiaerei, abbia iniziato a dar spettacolo per intrattenere la gente bloccata in quella scomoda situazione; e, una volta scoperta la sua inclinazione, finita la guerra e tornata a Roma, abbia bussato alla porta dell’accademia “Silvio D’Amico” per seguire la sua vocazione.
La mitologia legata alle carriere di spettacolo è affascinante, ma non sempre vera. Ce la teniamo com’è, un film sul film del divismo.
Dopo un periodo dedicato al teatro, con lavori prestigiosi, le suggerirono di cambiare nome, perché Ceciarelli non si poteva proprio sentire e Maria Luisa era banale; lei tagliò il cognome materno (Vittiglia), ci mise davanti il fascinoso “Monica” e, così rigenerata, comparve in alcune commediole all’italiana dei primi anni cinquanta, sceneggiati della neonata televisione, e in un famoso varietà televisivo “Ti conosco Mascherina”.
Oggi può sembrare strano, ma la scelsero come doppiatrice per “Il grido”, un magnifico melodramma padano diretto da Antonioni, in cui lei prestò la voce a Dorian Gray: il registro roco ancora non si avvertiva.
Il regista, separato dalla moglie, avviò una relazione con Monica, che diresse in quei quattro film passati alla storia: “L’avventura” (1960), coprotagonisti Gabriele Ferzetti e Lea Massari; “La notte” (1961), insieme a Marcello Mastroianni e Jeanne Moreau; “L’eclisse” (1962), con Alain Delon; “Il deserto rosso” (1964), coprotagonista Richard Harris. Il tema è la difficoltà delle relazioni umane, sullo sfondo di location stranianti. Confessiamo di aver rimpianto ”Il grido” e di preferire altre modalità con cui trasmettere i drammi umani, ma tali opere sono tuttora molto apprezzate; e, in una con altri film ( non molti ne girò Michelangelo) come “Blow up” (1966, con David Hemmings, Vanessa Redgrave e Jane Birkin), “Zabriskie Point”(1970, con l’ancora sconosciuto Harrison Ford) e “Professione Reporter” (1975, con Jack Nicholson), valsero all’artista un Oscar alla carriera nel 1995. Antonioni è anche ricordato, come critico, per la recensione entusiastica di un film nazista e antisemita, “Suss l’ebreo”.

La Monica esistenzialista
Sullo slancio di queste interpretazioni, di una Monica che scoprimmo retrospettivamente e non riconoscevamo, Mario Monicelli vide in lei, chissà come, ma felicemente, un talento comico da sfruttare nella commedia italiana, attraverso la quale abbiamo conosciuto la “nostra” Vitti, dirigendola in “La ragazza con la pistola” (1969): storia di una sicula sedotta e abbandonata, che rincorre fino in Scozia il seduttore.

Un elenco sarebbe superfluo, considerando che non tutti i suoi film sono riusciti allo stesso livello; e naturalmente, conserviamo nel cuore quelli in coppia con Alberto Sordi, due dei quali, diretti dallo stesso Sordi, qui celebriamo come paradigma.
“Amore mio aiutami”, 1968. Una coppia borghese, con figlio studente in Svizzera, vive tranquilla finché lei non si innamora di un affascinante scienziato; celebre la scena in cui lui la percuote selvaggiamente e, dicono, la controfigura della Vitti era una quindicenne Fiorella Mannoia.
Io so che tu sai che io so (1982), ultimo girato insieme. Fabio e Livia, dirigente bancario e traduttrice, una figlia adolescente, conducono un’esistenza apprezzabile in un magnifico appartamento in affitto nel centro storico di Roma e lui ha appena deciso di troncare la tresca con la sua segretaria. Proprietaria dell’intero immobile è un’altolocata signora, che il marito politico fa pedinare, ma il detective sbaglia e segue Livia; Fabio scoprirà fortunosamente i drammatici retroscena familiari da cui la moglie lo aveva tenuto al riparo.

“Io so che tu sai che io so”
Finita la storia con Antonioni, la nubile incallita Monica fece coppia con Carlo Di Palma (1925/2004), direttore della fotografia già nei film di Antonioni, molto apprezzato anche negli USA (particolarmente da Woody Allen), che diresse la compagna in tre film, uno dei quali è un one woman show: “Teresa la ladra”, del 1973.
Non sono mancati lavori all’estero, anche se Monica rifiutò le offerte statunitensi, ma a noi italiani hanno fatto poco effetto, benché con prima scelta di protagonisti, come Terence Stamp e Dirk Bogarde in “Modesty Blaise – La bellezza che uccide”(1966, regia di Joseph Losey, produzione inglese, tratto da una striscia fumettistica, effetti speciali di Carlo Rambaldi).
Bogarde ebbe a dichiarare che la partner era una delle colleghe meno sexy con cui aveva lavorato. Forse Dirk, poco interessato al femminile, si riferiva, indispettito, al temperamento della Vitti, spesso descritta come una peste sul set, pedante, bizzosa e divisiva? E’ un fatto che personalmente non abbiamo mai sentito apprezzamenti maschili entusiastici su di lei, donna alta, slanciata, di forme perfette, ma meno intrigante di altre attrici. Monica aveva il vezzo di abbassarsi l’età.
Infine arrivò il cosiddetto grande amore. Roberto Russo, scomparso nel 2025, aveva sedici anni meno di lei e svolgeva varie mansioni tecniche in ambito cinematografico. Li vedemmo insieme nel 1980 davanti all’hotel Bristol di Genova: lei gesticolava e parlava concitatamente come nei film, lui ascoltava paziente. Questo doveva essere il loro rapporto, una compensazione e, a detta di lui, una spirale in cui la donna avvolgeva senza scampo. Monica capitolò e i due si sposarono nel 2000.
Russo la diresse in due pellicole, “Flirt” (1983) e “Francesca è mia”, (1986), quest’ultimo anticipatore dello stalking amoroso; in “Scandalo segreto”, con Elliott Gould, (1990) Monica si fece regista e fu la sua ultima prova anche da attrice.

Monica e Roberto
La situazione congeniale a Monica sembra la pièce, dove ella ha modo di esibire tutte le sue qualità istrioniche, talora portate all’eccesso, e negli ultimi lavori regge la scena praticamente da sola.
Nel 1988 il quotidiano francese “Le monde” ne annunciò il decesso per suicidio e lei rispose ironicamente di ritenerlo un auspicio di lunga vita.
Disponibile alle interviste e su ogni tema, sia pure con pudore, una volta, sollecitata, dichiarò che “ a letto succede di tutto”. Si presentò a “Domenica in” dopo il terremoto dell’Irpinia, per assicurare che avrebbe regalato una roulotte e garantire che lo avrebbe fatto anche Alberto Sordi (notoriamente di braccino corto).
In occasione delle manifestazioni “Se non ora quando” contro la commercializzazione del corpo femminile, inviò un messaggio di solidarietà; ma nessuno la vedeva più dal 2002 e i media rispettarono il suo desiderio di riservatezza, anche durante un ricovero in ospedale nel 2003.
Russo, nel 2016, per fronteggiare i sussurri sulla moglie ricoverata in qualche residenza di lusso all’estero o addirittura sulla morte, rilasciò una dichiarazione: Monica viveva in casa, accudita da lui stesso e una badante. La fine arrivò il 2 febbraio 2022.
La Vitti era affetta da “ demenza da corpi di Lewy”, e volle essere ricordata com’era prima di ammalarsi: desiderio esaudito.
Carmen Gueye


