Vittorio Gassmann (poi la seconda “N” fu tolta dall’anagrafe) nacque nel 1922 a Struppa, allora comune autonomo, accorpato nel 1926 a Genova. Padre tedesco (ingegnere), madre toscana, erano ( si dice) entrambi di fede ebraica, pur se in seguito il figlio si sposerà (anche) in chiesa e cattolico sarà il suo funerale. Non risultano particolari problemi durante il fascismo. La famiglia si spostò a Roma quando il piccolo aveva cinque anni, il padre morì quando lui ne aveva dodici. I media talora riportano l’esistenza di una sorella, talaltra di un fratello, ma in generale c’è una cappa di silenzio sul tema. Come per altri attori, non si specifica come se la cavò in tempo di guerra, nella quale pure avrebbe dovuto essere coinvolto.
Bellissimo, prestante, forse ancora un poco timido, il giovane praticò il basket fino a militare in nazionale e si iscrisse a giurisprudenza, ma non arrivò alla laurea; a suo dire la madre, attrice mancata, lo iscrisse all’accademia per motivarlo e la sua strada fu segnata.

Il teatro classico era la passione di Vittorio ( ovviamente partendo dal solito Luchino Visconti), ed egli calcherà le scene fino all’ultimo, ma poiché il cinema bussava alla porta e solo con esso “ se magnava”, il fascinoso giovanotto fu reclutato. Dell’esperienza dei primi anni si parlerà, e lui era d’accordo, con sufficienza, poiché si trattava di melodrammoni, il più famoso dei quali è “Riso amaro”, in realtà un cult che girò il mondo: la solita Italia stracciona in preda di lestofanti e sfruttatori.
Vero è che in quel genere di pellicole il futuro divo presenta una recitazione impostata e teatrale, un vizio che impregnava gli allievi delle vecchie scuole per attori (come accadrà, d’altro canto, per cabarettisti televisivi buttatisi sul grande schermo, con poche eccezioni, il vizio di nascita è duro a morire). Seguirà poi l’esperienza negli USA, di cui l’interessato parlò con altrettanto disprezzo dei lavori giovanili. Si tratta di titoli come “Sombrero”, regia Norman Foster, 1953, affiancato da discrete celebrità come Riccardo Montalbàn e la nostra sfortunata connazionale Anna Maria Pierangeli (1932/1971), o “Rapsodia”, regia di Charles Vidor, 1954, con Liz Taylor.
Dopo il curioso “La ragazza del Palio” , regia di Luigi Zampa, 1957, in cui Gassman è un nobile senese che finirà per innamorarsi di una americana in Italia dopo la vincita a un quiz (l’attrice, Diana Dors, detta la Marilyn inglese,1931/1984), sarà Mario Monicelli, seguito a ruota da colleghi specializzati nella “commedia all’italiana”, a valorizzare le qualità di esuberanza performativa del rutilante Vittorio, a iniziare da “I soliti ignoti”, con il sequel “Audace colpo dei soliti ignoti”: saga di una banda di maldestri aspiranti rapinatori che falliscono regolarmente gli obiettivi, nei quali la scena è da dividere con gente come Mastroianni e Manfredi, oltre a una pletora di coprotagonisti di vaglia, quale Renato Salvatori.
Per molti Gassman era “troppo”. Poliedrico, in grado di simulare efficacemente tutti gli accenti italiani, di interpretare ruoli brillanti, drammatici, farseschi, anche se raramente perdenti, più spesso cinici anche nel disagio, si farebbe torto a qualcuno scegliendo un titolo rispetto ad altri, considerando anche umbratili film degli anni settanta e ottanta come “Anima persa”(1977), “Caro papà” (1979) entrambi diretti da Dino Risi, “La famiglia” (1987, regia di Ettore Scola, Oscar come miglior film straniero). Ci sarà spazio, in quel periodo, anche per “I soliti ignoti vent’anni dopo”, ancora con la direzione di Monicelli, più qualche salto nuovamente negli USA, per esempio in “Quintet”, regia di Robert Altman e sontuose parti di contorno come in “Dimenticare Palermo”(1990, regia di Francesco Rosi), affiancando gli impegni sul grande schermo alla prosa e a qualche prova da regista: la più famosa rimane “Senza famiglia, nullatenenti cercano affetto”, coprotagonista un Paolo Villaggio pre – Fantozzi.
Molti furono i riconoscimenti attribuitigli in Italia e in Europa.
Scegliamo dunque tre pellicole come paradigma di questa luminosa carriera.
“Il sorpasso”, regia del fulgido Risi, 1960. Vittorio è Bruno Cortona, un nullafacente che vive di espedienti, vulcanico e incosciente il quale, un ferragosto, per caso, imbarca in auto il timido universitario Roberto (Jean Louis Trintignant, 1930/2022), e lo trascinerà in giro da Roma alla Toscana, aiutandolo a liberarsi dalle inibizioni, ma portandolo alla morte durante una pericolosa manovra sull’Aurelia. Si tratta di un “road movie” di culto, imitato qualche anno dopo dall’americano “ Easy Rider”, sul prezzo della libertà. La coppia si ritroverà nel meno fortunato “Il successo”, 1963, regia in tandem Risi/Morassi: Vittorio è un arrivista che perderà la stima del modesto e integerrimo amico interpretato da Trintignant.

“Il sorpasso”
“Profumo di donna”, 1974, ancora con Risi. Il capitano dell’esercito Fausto Consolo, rimasto cieco dopo un incidente in servizio, decide di farla finita con un collega a sua volta non vedente, che raggiungerà a Napoli per il fatale gesto insieme. Lo accompagna l’ attendente Bertazzi ( lo sfortunato giovane attore Alessandro Momo, scomparso dopo le riprese per una carambola in motocicletta), con tappe a Genova e a Roma. Nella città partenopea però lo attende Sara (interpretata da Agostina Belli), una ragazza innamorata di lui fin da bambina che, dopo peripezie e il suicidio mancato, lo indurrà a ricambiare il suo amore: fantastiche inquadrature dell’Italia in decadenza “vista” dallo sguardo abbuiato di un uomo che nasconde i sentimenti e il dolore dietro una maschera di cinismo, altro “remake” negli Usa, con “Scent of a woman”, 1992, protagonista Al Pacino, regia di Martin Brest.
“C’eravamo tanto amati”, 1974, regia di Ettore Scola. Con la direzione di un regista disincantato e di sinistra critica, un filo di vittimistica nostalgia per ideali traditi, è la storia di tre partigiani e della loro trasformazione nei decenni. Il portantino romano Antonio (Nino Manfredi), comunista duro e puro, rimarrà un proletario; il campano Nicola (un formidabile Stefano Satta Flores), intellettuale ribelle, perde il posto da professore e la famiglia, per rincorrere una carriera da scrittore che mai arriverà; Gassman è l’avvocato lombardo Gianni Perego, partito per sconfiggere le ingiustizie del mondo, salvo sposare, senza amarla, la figlia di un ricchissimo palazzinaro ( strepitoso Aldo Fabrizi), abbandonando la fidanzata Luciana (Stefania Sandrelli), aspirante attrice fallita, che verrà “rilevata” da Nicola per un’avventura, e infine da Antonio, che la sposerà, adottandone il figlio di padre ignoto. Persisi di vista, i sodali si ritrovano dopo trentennio e un fortuito incontro nella capitale; a causa di uno scambio di documenti, solo casualmente gli altri verranno a sapere che Perego è diventato un miliardario dell’Olgiata, circostanza che egli aveva taciuto.
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Afflitto da cicli depressivi, Vittorio ebbe comunque un’intensa vista sentimentale. Le madri dei suoi figli sono le colleghe Nora Ricci, con cui ebbe Paola; Shelley Winters, che gli diede Vittoria (medico); la francese Juliette Mayniel, genitrice di Alessandro, attore come Paola; infine, Diletta d’Andrea che, dopo avergli portato in dote un figlio avuto dal regista Luciano Salce, Emanuele, legatissimo a Gassman come a un secondo padre, da lui ebbe Iacopo nel 1980 e rimase col marito fino alla sua scomparsa, avvenuta nel sonno, il 29 giugno 2000. Diletta lo ha raggiunto nel 2024. Vittorio era più volte nonno.

Con quasi tutta la “tribù”
L’eredità professionale di Vittorio resta immensa, qualunque sia l’opinione sulle sue, peraltro indiscutibili, capacità attoriali. Essa è stata raccolta sui palchi teatrali dalla primogenita, su quelli cinematografici, ben più modestamente, da Alessandro, personaggio sfiguratosi umanamente nel periodo di isteria pandemica, esortando gli italiani alla delazione in caso avessero notato un vicino invitare a pranzo più di due persone.
Pare che Vittorio, poco prima di andarsene, avesse rivolto un ironico messaggio a tutti noi: “ Immaginare il mondo senza di me… che farete da soli?”.
Carmen Gueye

